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23/03/2022

CITTÀ METROPOLITANA, VERSO L’OLIMPIADE DELLA SOPRAVVIVENZA
La necessità di un’agenda di sviluppo urbano sostenibile

di Giuseppe Longhi

Di fronte ai cambiamenti epocali che stiamo vivendo quale strategia per la città metropolitana?

Stiamo vivendo cambiamenti epocali:

L’esaurimento delle riserve biotiche, accompagnato da una serie di eventi dirompenti: cambiamento climatico, pandemia, crisi da diseguaglianze…;
La rottura della pace in Europa, che durava dalla fine degli anni ‘40, con lo scoppio di una guerra regionale e con la minaccia di una guerra atomica mondiale.
Si realizza così la profezia di Lewis Mumford, pubblicata il primo giugno1946 su The Saturday Review, con il titolo “Man, you are mad!”, a seguito dello scoppio delle atomiche di Hiroshima e di Nagasaki: “I pazzi stanno pianificando la fine del mondo. Quello che chiamano progresso continuo nella guerra atomica significa sterminio universale, e quella che chiamano sicurezza nazionale è suicidio organizzato. C’è solo un dovere per il momento: ogni altro compito è un sogno e una presa in giro. Fermare la bomba atomica. Smetterla di fabbricare la bomba. Abbandonare completamente la bomba. Smantellare ogni bomba esistente. Annullare ogni piano per l’uso della bomba; perché questi piani astuti si basano su una pura follia. O detronizzate immediatamente i pazzi o alzare un tale grido di protesta da farli tornare sani di mente. Abbiamo visto la macchina infernale in azione e riteniamo che questa azione non spetta all’uomo invocare”.

La follia della guerra, con il suo carico di distruzione e di terrore per l’atomica, va a gravare sul già difficile raggiungimento degli obiettivi di salvaguardia della vita sulla terra, che, secondo la Conferenza dei Premi Nobel, è legato alla non ulteriore compromissione della biosfera (a livello globale, dagli anni ’70 c’è stato un calo stimato del 68% delle specie di vertebrati) e al contenimento del riscaldamento della terra, che rende indispensabile una drastica riduzione delle emissioni di CO2 per rimanere entro un saggio di riscaldamento di + 1,5° C. Ma attualmente stiamo viaggiando a livelli di riscaldamento superiori ai 3° C in 80 anni. Anche se raggiungessimo tutti gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra concordati a Parigi nel 2015, l’aumento medio della temperatura troposferica comunque salirà ben al di sopra del livello dei 2° entro il 2050, e l’obiettivo IPCC di contenere entro 1,5° l’aumento antropogenico, è quasi certamente al di la della nostra tecnica e dei nostri mezzi economici attuali.

Secondo gli scienziati: 1_abbiamo solo dieci anni per salvare le residue risorse della biosfera, da cui la proposta di considerare le risorse naturali beni comuni; 2_dobbiamo aumentare rapidamente il capitale sociale, perché l’iniquità nella distribuzione del reddito è diventata insopportabile; 3_ dobbiamo agire prioritariamente nelle metropoli, perché è da li che è partita la grande accelerazione nel consumo di risorse e si è concentrata la disparità sociale (quest’ultima priorità è stata indicata dall’Unione europea).

Qual è la reazione dell’ecosistema economico, politico, culturale milanese a questa situazione epocale. Fatte le debite eccezioni, l’ecosistema non sembra preoccuparsi troppo della salvaguardia della salute dei cittadini, mentre grande attenzione sembra dedicata al massimo di profitto a breve.

La questione è complessa, farò solo tre esempi che coinvolgono a scala diversa la metropoli.

Caso 1: lo studentato di via Giovenale, in prossimità dell’Università Bocconi. A fronte di una volumetria preesistente di 6343 mq. (Destinazione uffici), il promotore immobiliare beneficia di una volumetria di 15.836 mq. Con destinazione studentato. Con un impatto quindi del 250% per quanto riguarda il carico dell’impianto fisico sulla biocapacità e senza nessuna valutazione degli effetti del maggior “carico umano” (ossia del carico di un numero esponenzialmente più alto di persone rispetto alla destinazione precedente).

Inoltre, per il regolamento edilizio queste volumetrie non producono effetti perché “trattandosi di interventi che ai fini dei carichi urbanistici non sviluppano SLP, in quanto definiti di interesse pubblico”. Parafrasando Lina Wertmuller “Tutto a posto (per la burocrazia e gli interessi economici), niente in ordine (per l’ambiente e la vivibilità del quartiere).

Caso 2: la proposta di realizzazione di un nuovo stadio del calcio. Secondo la regolamentazione urbanistica tale struttura è classificata quale “Grande funzione urbana” e come tale è abilitante di un indotto di servizi ed attrezzature che sarebbe logico intendere coerenti con la funzione sportiva. Non è così, lo stadio genera un indotto, che l’Amministrazione ritiene compatibile, con le più svariate funzioni: terziarie, direzionali, alberghiere, commerciali, intrattenimento. Il filo conduttore è l’equilibrio economico finanziario del promotore. Il carico ambientale non sembra interessare proprio nessuno.

Caso 3: le Olimpiadi invernali. Qui il pretesto è la costruzione di un palazzetto del ghiaccio, il quale genera l’intervento immobiliare su Porta Romana, centro direzionale delle Olimpiadi invernali, che al 90% si svolgeranno nelle valli alpine! L’operazione mi sembra lesiva del buon senso comune, ma nella società milanese la cosa non sembra suscitare stupore.

Caso 4: l’elaborazione dell’Agenda per la sostenibilità metropolitana. Dopo l’Agenda 21 di Milano (1997, assessore Walter Ganapini), assolutamente ignorata dai progettisti ed operatori economici, l’Agenda per la sostenibilità vive un coma profondo. E’ da sempre in gestazione l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile della città metropolitana di Milano, che verrà presentata il 22 marzo, ma dalle conferenze preparatorie sembra spiaggiata alla selezione degli indicatori, tema d’attualità alcuni decenni fa.

Questi casi mi sembrano emblematici, come direbbe Keynes, di uno sviluppo realizzato “in cambio dei mezzi di vita”, che ignora i limiti insuperabili della biosfera e non riesce a collocarsi nelle missioni strategiche del Green Deal comunitario, programmate nel PNRR.

E’ evidente l’esigenza di una ricalibratura delle missioni metropolitane nel PNRR, che tenga conto sia dell’Agenda di sviluppo sostenibile al 2030, sia delle scarsità e delle urgenze generate dalle emergenze, ambientali e geopolitiche. Ne potrebbe emergere un palinsesto fondato sull’abbandono dei processi di iper-densificazione metropolitana a favore di uno sviluppo insediativo metropolitano reticolare articolato per insediamenti di media dimensione.

Dalla città metropolitana al reticolo policentrico. E’ chiaro che la metropoli intesa come macchina energivora fondata su processi di estrazione di materia non è più sostenibile. Lo sfruttamento del territorio metropolitano avulso da qualsiasi considerazione sulla sua capacità di carico non è più ammissibile, dovremmo essere ormai coscienti (a causa della pandemia prima e della guerra oggi) della fragilità e dell’onerosità del funzionamento delle reti tecnologiche metropolitane, materiali ed immateriali e della sua fragilità occupazionale, dipendente dalla concentrazione di lavoro umano sostituito con processi robotizzati. Le risorse del PNRR dovrebbero quindi essere indirizzate alla rivalutazione del reticolo policentrico degli insediamenti lombardi, che produce valore a filiera corta, con minore consumo di energia e maggiore occupazione locale. Si dovrebbe elaborare un’agenda di sviluppo urbano policentrico sostenibile in cui la crescita non è il risultato dell’incremento di consumo di materia ma è data dall’incremento multidimensionale del benessere, grazie alle interazioni fra prodotto economico netto, contributo dei servizi eco-sistemici, contributo della comunità.

Contributo della comunità: è il motore dello sviluppo che dovrebbe essere supportato dalla revisione del sistema scolastico basato su nuovi apporti scientifici, sulle esigenze di eterogenee tipologie scolastiche e sull’evolversi dei sistemi di erogazione dei saperi.

Contributo dei servizi ecosistemici: occorrerà valutare la capacità residua del sistema biotico ed il livello di produttività di ogni singolo ecosistema. Questa è la valutazione di base per passare da un regime ‘estrattivo’ ad uno di convergenza biologica.

Prodotto economico netto: occorre dare i lineamenti di una nuova politica industriale, con priorità all’energia rinnovabile, all’economia della sopravvivenza (agricoltura, ciclo alimentare, ciclo tessile-abbigliamento – ciclo della residenza), all’evoluzione dei settori terziari. Per tutti si dovrà contabilizzare il regime emergetico nell’intero ciclo di vita. Occorrerà inoltre adeguare la qualità delle infrastrutture mediante la riqualificazione del sistema ferroviario regionale, la dotazione di un adeguato sistema logistico per le merci, la digitalizzazione degli elementi fisici.

Questo approccio si basa sull’idea che il miglior sistema è quello che raggiunge simultaneamente gli obiettivi riguardo a prosperità, qualità della vita, equità, condivisione e sostenibilità, grazie alle comunità metropolitane che operano in armonia con la natura, in modo collaborativo, per stimolare modelli associativi coerenti con uno stile di vita a 1,5°, con una pubblica amministrazione impegnata nel passaggio dalle storiche funzioni di gestione e controllo, a processi attivi che portano buoni risultati per la società.

Nella consapevolezza che l’obiettivo non è più la crescita, ma un’equilibrata sufficienza dei fattori di benessere, è auspicabile che la città metropolitana di Milano celebri i cinquant’anni dalla Conferenza di Stoccolma sull’ambiente umano, nella quale venne presentato il celeberrimo inascoltato “I limiti della crescita”, con un’agenda in grado di contribuire al meglio alla speranza di vita del genere umano, ridotta, secondo gli scienziati, al breve tempo compreso fra tre Olimpiadi.

Giuseppe Longhi

WEGo - Wellbeing Economy Alliance 26/01/2022

Le donne ci traghetteranno oltre il PIL.
Giuseppe Longhi in: ArcipelagoMilano 25.01.20221

Come spesso è successo nella nostra storia recente, l’Italia nei momenti chiave si mette, come si suol dire, “nel passo dove non passa nessuno”. Si può leggere così l’indifferenza dei decisori politici attuali rispetto agli insistiti inviti della comunità scientifica e della stessa Comunità europea ad “andare oltre il PIL”, ossia abbandonare la crescita quantitativa quale misura della crescita economica, a favore di uno sviluppo sostenibile, misurato attraverso indici di sviluppo del benessere. Questo anche a dispetto delle puntuali elaborazioni dell’ISTAT in materia di rilevazione del benessere, che datano ormai da dieci anni (1).
Attenzione ad uno sviluppo sostenibile orientato al benessere era stata dimostrata dal precedente governo, con l’istituzione della “Cabina di regia benessere Italia” struttura a supporto della Presidenza del Consiglio, prontamente smantellata dal nuovo Governo di unità nazionale, deprivando la Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile e l’attuazione del PNRR di un importante riferimento riguardo alla generazione di benessere equo e sostenibile".

Così alla nostra stampa di larga diffusione, attestata nel quotidiano resoconto del nostro arrancare verso il recupero del PIL a livelli pre-pandemia, si deve ricordare il parere del Comitato economico e sociale europeo “Oltre il PIL per una riuscita della ripresa ed un’economia dell’UE sostenibile e resiliente” (2): “Il Comitato economico e sociale europeo ritiene inevitabile passare da un sistema economico in cui il motore principale è rappresentato dalla crescita ad un modello in cui viene privilegiata la sostenibilità. ……Il Comitato ritiene che occorra sviluppare un quadro di valutazione "oltre il PIL", da integrarsi nel quadro di valutazione per il Green Deal europeo, che tenga conto dello sviluppo sostenibile del capitale umano, sociale, naturale, oltre che della qualità della vita. Questo quadro sarà essenziale sia nel creare opportunità per le imprese di oggi, che nello stimolare in futuro occupazione, ricchezza e crescita sostenibile”. Secondo il CESE, è indispensabile andare oltre il PIL, adottando indicatori che dovrebbero diventare strumenti che non si limitano a monitorare e a misurare, ma che servono anche a fornire informazioni sull'elaborazione delle politiche, a migliorare la comunicazione e ad incoraggiare la definizione degli obiettivi.
Questa posizione è alimentata da un sistema di centri di ricerca di eccellenza: negli USA dall’ASH Center for Democratic Governance and Innovation dell’Università di Harvard, in Germania dal Wuppertal Institut, dal Postdam Institut for Climate Impact, dallo ZOE Institut for future-fit economies, in Gran Bretagna dall’Institute for Innovation and Public Purpose della UCL, in Svezia dallo Stockolm Environmental Insitut, in Nuova Zelanda ed Australia da ANSZOG Schhool of Government,….
Questo flusso intellettuale ha trovato sintesi operativa in una rete di governo, la Wellbeing Economy Governments (WEGo), sostenuta anche dall’OCSE, cui aderiscono le Prime ministre di Finlandia (35 anni), Scozia (52 anni), Islanda (45 anni), Nuova Zelanda (41 anni) ed il Primo ministro del Galles (68 anni). Questa rete, il sostegno dell’OCSE ed un vasto consenso da parte delle autorità pubbliche di tutto il mondo evidenziano una crescente propensione verso logiche post-crescita, che mettono il benessere umano ed ecologico – invece della crescita economica fine a se stessa - al centro del processo decisionale.
Con la creazione dei Wellbeing Economy Governments (3), grazie al supporto della Wellbeing 
Economy Alliance (WEAll), una rete internazionale di organizzazioni della società civile, si è creato una sorta di G7 composto da paesi che hanno adottato come 
quadro di riferimento politico l’economia del benessere, attuando politiche che mirano a sostituire la crescita del PIL
 come obiettivo principale delle loro economie nazionali, a favore di un approccio più olistico per offrire benessere prendendosi cura dell'ambiente, della salute delle persone (compresa la salute mentale) e delle relazioni sociali.

La giovane Prima Ministra della Nuova Zelanda, ad esempio, ha lanciato il "Bilancio del benessere", un quadro macroeconomico per la progettazione e la valutazione delle politiche articolato in cinque aree prioritarie per migliorare il benessere dei cittadini: salute mentale, benessere dei bambini, sostegno agli indigeni e alle aspirazioni dei diversi gruppi etnici, costruzione di una nazione produttiva attraverso innovazione ed opportunità sociali, e transizione verso un’ economia sostenibile a basse emissioni. Il “Bilancio del Benessere” nasce dalla consapevolezza che 
la crescita del PIL non garantisce miglioramenti del tenore di vita, 
non misura la qualità delle attività economiche e non valuta chi ne
beneficia, chi ne è escluso o chi è rimasto indietro.
Principi sostenuti anche dalla Prima Ministra scozzese, che si è impegnata ad allontanarsi dalla crescita come obiettivo centrale e
 dal PIL quale strumento principale per la valutazione economica.
L'Islanda si sta muovendo rapidamente nella 
stessa direzione; ad esempio, per guidare le politiche economiche nazionali ha adottato un dashboard di 39 
indicatori di benessere, che comprendono livello di istruzione, salute mentale e costi ambientali delle attività economiche.
Anche la Prima Ministra finlandese sostiene un miglior equilibrio della vita lavorativa
, proponendo l'introduzione 
di una settimana lavorativa di 4 giorni, i cui benefici, in termini di miglioramento della salute delle persone e della qualità del lavoro, nonché di riduzione dell'impronta di carbonio
, sono ampiamente dimostrati.
A livello internazionale, l'OCSE, nel suo documento “L'economia del benessere”, riporta come:
“ il benessere è maturato da agenda statistica e di misurazione a rilevante 'bussola' per la politica, grazie alla crescita del numero di paesi che utilizzano le metriche del benessere per guidare il processo decisionale e informare i processi di bilancio ”.
A questo punto sono evidenti le difficoltà del nostro governo tecnocratico: l’incerto impianto del nostro PNRR (soprattutto rispetto agli scopi che lo informano) si dimostra sostanzialmente asimmetrico rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile, sia della Comunità europea che dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’ONU, a dispetto, come ricordato, delle puntuali rilevazioni dell’ISTAT, specie per quanto riguarda il lento avanzamento dell’applicazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile nel nostro paese.
Le scelte governative ignorano i ripetuti inviti ad un “cambiamento di sistema” che provengono dall’Unione europea; ignorano anche l’ammonimento del mondo scientifico, il quale avverte che di fronte ai cambiamenti dirompenti che stiamo vivendo è indispensabile abbandonare gli strumenti e le logiche ereditati dall’illuminismo a favore di logiche darwiniane di lunghissimo momento.
Infatti, la logica ‘darwiniana’ ci insegna che il PNRR avrebbe dovuto prendere atto che, storicamente, per uscire dalla pandemia la metrica dello sviluppo dovrebbe essere alimentata da una indispensabile creatività, come ci insegna Leonardo Da Vinci, il quale propone, dopo la peste del 1480, una “Città ideale” fondata sull’armonia tra sviluppo sociale e utilizzo delle risorse. Una città quindi i cui valori fondativi sono l’acqua e l’aria.
La storia ci insegna che la pandemia impone una nuova visione urbana fondata sul rispetto di tutte le risorse, non sulla loro estrazione; le giovani ministre, con la loro insistenza per il rinnovo culturale ci insegnano che il motore della nuova città sarà un sapere informato allo sviluppo dell’equità, non del prodotto lordo distribuito a pochi. Senza questi ingredienti non avremo mai né una ripresa economica, né l’uscita da un’emergenza istituzionale che si prolunga da troppo tempo.
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1. La rilevazione del Benessere Equo e Sostenibile (BES) dell’ISTAT data dal 2010 ed è integrata da rilevazioni provinciali (BES delle provincie), e a scala urbana (UrBES) . Il benessere italiano inoltre è valutato da una serie di organizzazioni internazionali, fra cui l’Unione europea, che elabora, attraverso l’EUROSTAT, il Regional Social Progress Index, e l’OCSE che elabora il Better Life Index.
2. scaricabile da: https://www.eesc.europa.eu/it/opinion/documents/beyond-gdp-measures-successful-recovery-and-sustainable-and-resilient-eu-economy/NIAI
3. https://weall.org/wego

WEGo - Wellbeing Economy Alliance -1369

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