Afadipsi
UN RISULTATO STORICO PER L'INCLUSIONE IN SICILIA!
Da Roma arriva un via libera fondamentale: i Ministeri del Lavoro e della Funzione Pubblica hanno promosso a pieni voti la norma da me riscritta e approvata all’Ars lo scorso maggio!
Superati tutti i dubbi di legittimità, i ministeri hanno riconosciuto la solidità e la bontà del nostro impianto normativo. È una vittoria enorme, ispirata dal solo obiettivo di garantire dignità e reali opportunità di lavoro alle persone con disabilità psichica, nel pieno rispetto della Costituzione.
Cosa cambia concretamente con la mia norma?
Non ci siamo limitati a confermare la riserva del 15%. Abbiamo introdotto tutele reali e strumenti concreti:
🤝 Convenzioni obbligatorie tra amministrazioni regionali e Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) delle ASP.
👤 Programmi personalizzati con la possibilità di avere un tutor per non lasciare nessuno da solo durante l'inserimento.
⏱️ Tempi certi e trasparenza: obbligo per la Regione di trasmettere e pubblicare online i prospetti dei posti da coprire entro 60 giorni (e poi ogni sei mesi).
📋 Elenchi sempre aggiornati: i Centri per l'impiego avranno 60 giorni per mappare gli iscritti al collocamento mirato, con aggiornamenti bimestrali per monitorare ogni opportunità.
Questo traguardo porta la Sicilia ai vertici nazionali del welfare sul collocamento mirato. Un risultato unico che è stato possibile grazie a un incredibile lavoro di squadra.
Un grazie di cuore alla rete "Si può fare per il lavoro di comunità", a tutte le associazioni che si spendono ogni giorno .
Noi non ci fermiamo qui. Continueremo a tenere altissima l'attenzione e a dialogare con associazioni e istituzioni per rendere la nostra terra un posto sempre più equo e inclusivo.
La strada è quella giusta. Avanti così! ✊️
01/07/2026
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Colori senza barriere - 27.06.2026 · Saturday, Jun 27 📸 Shared album · Tap to view!
Ci sono anni nei quali la vita non ci chiede più di correre, ma di comprendere; non di aggiungere conquiste al nostro nome, ma di restituire ordine a ciò che, dentro di noi, ha continuato a resistere anche quando sembrava stanco, ferito, disperso. Sono gli anni in cui si scopre che volersi bene non è una carezza narcisistica, non è una fuga dal mondo, non è il piccolo conforto di chi si mette al riparo dalla fatica degli altri, ma una disciplina silenziosa, quasi severa, attraverso la quale impariamo a rimanere abitabili, affidabili, umani.
Bisogna allora custodirsi con la stessa delicatezza con cui si custodisce una cosa fragile e preziosa: un libro rimasto aperto sul tavolo, una lettera mai spedita, un tramonto guardato senza fretta, una parola buona ricevuta nel momento in cui non la si aspettava più. Bisogna concedersi il diritto di ridere per cose inutili, di camminare senza dover arrivare da qualche parte, di cercare negli amici più giovani il vento del futuro e in quelli più anziani la profondità delle cose che non passano, di ascoltare chi ci somiglia perché ci consola e chi è diverso da noi perché ci obbliga a non diventare prigionieri della nostra sola misura.
Non si tratta di vivere meglio per dimenticare il dolore, ma di vivere più consapevolmente perché il dolore non diventi il nostro unico linguaggio. Le lacrime, quando arrivano, non diminuiscono la dignità di una persona; la riportano alla sua verità più nuda. È molto più pericoloso non piangere mai, non tremare mai, non dubitare mai, perché allora l’anima, lentamente, smette di essere una casa e diventa una fortezza, e nelle fortezze si sopravvive, ma quasi mai si vive davvero.
Ho imparato che esiste una solitudine che impoverisce e una solitudine che restituisce. La prima chiude le finestre, la seconda le apre. La prima ci separa dal mondo, la seconda ci prepara a incontrarlo senza mendicare approvazione. In quella solitudine buona, fatta di silenzio, libri, memoria e ascolto, si impara finalmente a osservare e non soltanto a guardare, a distinguere ciò che fa rumore da ciò che ha valore, a capire che molte risposte arrivano solo quando smettiamo di inseguirle.
Il corpo ha i suoi medici, le sue diagnosi, le sue terapie. L’anima invece chiede una medicina più difficile: la sincerità. Chiede di essere interrogata senza brutalità e senza indulgenza, con quella pietà lucida che non assolve tutto, ma non condanna l’essenziale. Perché ciascuno di noi porta dentro di sé una città interiore, con le sue rovine, le sue strade illuminate, le sue stanze chiuse, i suoi approdi mancati e le sue partenze ancora possibili.
Ed è proprio da quella città interiore che, senza accorgercene, parliamo agli altri. Nessuno dona pace se dentro coltiva soltanto guerra; nessuno genera fiducia se vive nell’umiliazione segreta di sé stesso; nessuno può prendersi cura del mondo se ha lasciato morire in sé la possibilità della tenerezza. Ciò che siamo, prima o poi, scivola fuori: nei gesti, negli sguardi, nelle omissioni, nei silenzi, nella qualità della nostra presenza. È questa l’osmosi più vera della vita.
Per questo ricostruirsi non è un atto privato. È una responsabilità verso chi ci ama, verso chi si affida a noi, verso chi dalla nostra presenza attende non perfezione, ma equilibrio, non parole solenni, ma affidabilità, non promesse, ma una forma concreta di bene. Ricostruirsi non significa tornare innocenti, né tornare come prima. Significa diventare più veri, più sobri, più capaci di distinguere l’essenziale dal superfluo, più consapevoli che ogni ferita, se non viene trasformata in conoscenza, rischia di trasformarsi in durezza.
Forse il viaggio più importante non è quello che ci porta lontano, ma quello che, dopo molte deviazioni, ci riconduce a una stanza interna dove possiamo finalmente sederci accanto a noi stessi senza vergogna. Lì comprendiamo che prendersi cura di sé non è sottrarsi agli altri, ma prepararsi a non tradirli; non è scegliere la quiete contro la responsabilità, ma impedire che la responsabilità diventi consumo, amarezza, rovina.
Alla fine resta questo: bisogna volersi bene per non diventare ingiusti, per non riversare sugli altri la nostra stanchezza, per non confondere il sacrificio con l’annullamento, per non scambiare la generosità con la perdita di sé. Bisogna custodire la propria anima perché continui a essere un luogo nel quale qualcuno, entrando anche solo per un istante, possa sentirsi meno solo, meno giudicato, meno perduto.
E forse è questa la forma più alta della cura: attraversare la vita senza indurire il cuore, portare le proprie ferite senza farne un’arma, restare fedeli alla parte migliore di sé anche quando il tempo, gli uomini e il dolore avrebbero potuto spegnerla. Non per salvarsi da soli, ma per continuare, finché sarà possibile, a generare un poco di luce.
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