PCL Siena
12/06/2026
BRACCIANTI BRUCIATI, LA VERITÀ DI CLASSE DIETRO LA STRAGE DI AMENDOLARA
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C’è un punto della Calabria ionica, lungo la statale 106, dove il lavoro agricolo incontra la violenza più nuda. È lì, in una stazione di servizio, che una vicenda di sfruttamento quotidiano si è trasformata in una strage. Non un incidente, non una fatalità, ma l’estrema conseguenza di rapporti sociali costruiti sul ricatto e sulla miseria. La giornata era iniziata come tante altre per un gruppo di lavoratori migranti impiegati nella raccolta delle fragole. All’alba erano partiti da Villapiana su un minivan condotto da intermediari che, oltre al trasporto, svolgevano la funzione di caporali. Durante il tragitto, la tensione è esplosa: i braccianti chiedevano ciò che spettava loro, salari mai pagati, ore lavorate senza compenso, promesse rimaste tali. Il viaggio si è trasformato in un conflitto aperto.
Le richieste dei lavoratori si scontravano con una realtà ben diversa da quella contrattuale: formalmente assunti da poche settimane, avevano in realtà lavorato per lungo tempo in nero, senza garanzie e senza salario effettivo. Il ritorno verso i luoghi di alloggio non è mai stato completato. Il mezzo si è fermato presso un distributore. Lì, secondo la ricostruzione, i caporali hanno deciso di impartire una lezione esemplare. Il carburante è stato versato all’interno dell’abitacolo, le uscite impedite, il fuoco appiccato. Nel giro di pochi minuti il veicolo si è trasformato in una trappola mortale.
Quattro uomini sono morti, probabilmente soffocati prima ancora che le fiamme li raggiungessero: tre afghani e un pachistano. Solo uno è riuscito a salvarsi, fuggendo dal retro del mezzo con gravi ustioni. La sua testimonianza ha consentito di risalire ai responsabili materiali, a loro volta braccianti inseriti nel sistema del caporalato. Questo elemento è decisivo: carnefici e vittime appartengono allo stesso universo sociale. Gli intermediari non sono figure esterne al sistema produttivo, ma un ingranaggio interno, spesso proveniente dalle stesse file degli sfruttati. Si tratta di una struttura a rete, non di un’organizzazione isolata, radicata nel territorio e intrecciata con altre forme di criminalità. La Sibaritide rappresenta uno dei punti nevralgici di questo sistema. Qui la domanda di lavoro stagionale si combina con la presenza di comunità migranti vulnerabili e con percorsi migratori recenti legati alle crisi internazionali. I lavoratori arrivano già indebitati, già ricattabili, già inseriti in circuiti di dipendenza economica e personale.
Il caporalato si organizza in forma stratificata: reclutamento nei paesi d’origine, trasporto clandestino, gestione dell’alloggio e del lavoro. I braccianti vengono spesso privati dei documenti e sottoposti a minacce costanti. La paga, quando esiste, è inferiore a quella pattuita e spesso decurtata da spese imposte.
La violenza non è episodica. Negli stessi territori si registrano incendi di mezzi, aggressioni e intimidazioni. La strage di Amendolara rappresenta il punto più alto di una scala già segnata da conflitti e soprusi.
Non si tratta, dunque, di una deviazione improvvisa, ma dell’espressione estrema di un sistema consolidato.
🔴 LA LEZIONE DI AMENDOLARA. PLUSVALORE, SFRUTTAMENTO E LOTTA DI CLASSE
Per comprendere fino in fondo questa vicenda, occorre abbandonare la lente moralistica e assumere quella della critica dell’economia politica. Quello che è accaduto non è solo un crimine: è un fatto sociale radicato nella struttura del capitalismo contemporaneo.
Marx, nel Libro I de Il Capitale, definisce il plusvalore come la differenza tra il valore prodotto dalla forza lavoro e il salario corrisposto al lavoratore. Il cuore del sistema capitalistico sta proprio nella capacità del capitale di appropriarsi di questa eccedenza. Nelle campagne italiane, il meccanismo dello sfruttamento della manodopera non solo è presente, ma appare nella sua forma più brutale: qui si riduce il salario fino alla soglia della sopravvivenza, o addirittura annullandolo, come nel caso dei braccianti a cui non viene pagato il lavoro svolto.
La vicenda di Amendolara mostra una dinamica ancora più cruda: il rifiuto di corrispondere il salario non è una deviazione, ma una forma estrema di aumento dello sfruttamento. Quando il lavoro non viene pagato, il plusvalore coincide con l’intero prodotto della prestazione lavorativa. Nei fatti, siamo di fronte a una tendenza alla trasformazione del lavoro salariato in lavoro servile, dove il capitale si appropria pressoché integralmente del valore prodotto.
Il lavoro migrante svolge una funzione decisiva in questo processo. Marx parlava non a caso di esercito industriale di riserva: una massa di lavoratori che, essendo eccedente rispetto ai bisogni immediati del capitale, permette di comprimere i salari e aumentare la disciplina. I migranti impiegati nel lavoro agricolo incarnano perfettamente questa funzione: precarietà giuridica, isolamento sociale e ricattabilità li rendono i soggetti ideali da sfruttare fino al midollo. Il capitale dei paesi imperialisti, tra cui primeggia l’Italia, si alimenta anche attraverso lo sfruttamento della manodopera proveniente dalle periferie del mondo. I braccianti di Amendolara sono il prodotto di questo processo: spinti fuori dai propri paesi da dinamiche globali, vengono reinseriti come forza lavoro iper-sfruttata.
La tratta dei migranti e la loro integrazione coercitiva nei circuiti agricoli europei sono una conferma contemporanea di quanto le classi dominanti dei paesi imperialisti sfruttino i processi migratori a loro uso e consumo.
🔴 LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
In questa prospettiva, il Partito Comunista dei Lavoratori individua nel caporalato non un’anomalia, ma una forma specifica e funzionale di organizzazione del lavoro capitalistico. Non si tratta di “mele marce”, ma di un sistema integrato nella filiera agroindustriale, che consente al capitale di massimizzare il profitto scaricando i costi sulla parte più debole della classe lavoratrice.
Il PCL richiama la necessità di una posizione di classe indipendente, contrapposta tanto al padronato quanto alle politiche istituzionali che, pur dichiarando di voler combattere lo sfruttamento, ne riproducono le condizioni. La regolazione dei flussi migratori, la repressione episodica del caporalato o i tavoli di concertazione non incidono sulla struttura del problema, perché non mettono in discussione il rapporto sociale fondamentale: quello tra capitale e lavoro.
Seguendo la lezione di Marx e Lenin, il partito sottolinea come lo Stato non sia un arbitro neutrale, ma uno strumento della classe dominante. Di conseguenza, la soluzione non può ve**re dall’alto, ma dalla mobilitazione autonoma dei lavoratori.
Il compito indicato è quello dell’organizzazione della lotta: unificazione dei lavoratori italiani e migranti contro il comune sfruttamento, costruzione di organismi di base nei luoghi di lavoro, rivendicazione di salari pieni e diritti reali. In questa prospettiva, la battaglia contro il caporalato diventa parte della lotta generale contro il capitalismo.
La strage di Amendolara assume quindi un significato politico preciso: è la dimostrazione che il capitale, quando incontra resistenza, può ricorrere anche alla violenza più estrema per difendere il proprio dominio. Ma è anche la dimostrazione che senza organizzazione e coscienza di classe, i lavoratori restano esposti a questa violenza.
Per questo la conclusione non può essere affidata alla semplice denuncia. Occorre indicare una prospettiva: trasformare l’indignazione in lotta, la lotta in organizzazione, l’organizzazione in forza capace di rovesciare i rapporti esistenti.
Perché dietro le fiamme di Amendolara non c’è solo un delitto. C’è il volto reale del capitale. E c’è, in controluce, la necessità storica della sua abolizione.
📰 Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale
22/04/2026
🔴 Il 22 aprile 1870 nasceva il compagno Lenin, fondatore del partito bolscevico e tra i massimi dirigenti della Rivoluzione d'ottobre 🔴
Contro ogni falsificazione, feticcio o dogma, sulla strada segnata da Lenin e dai marxisti rivoluzionari continuiamo con forza e determinazione nella costruzione del partito rivoluzionario, in Italia e nel mondo.
Perché, come ci insegnano Lenin e i bolscevichi, senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. E senza il partito rivoluzionario, nessuna rivoluzione proletaria può vincere.
«Da questo punto di vista i Lenin e i Trotsky con i loro amici sono stati i primi a dare l’esempio al proletariato mondiale, e sono tutt’ora gli unici, che con Hutten possano esclamare: “Io l’ho osato!”. Questo è quanto di essenziale e duraturo vi è nella politica bolscevica. In questo senso è loro l’imperituro merito storico di essere passati all’avanguardia del proletariato internazionale con la conquista del potere politico e l’impostazione pratica del problema della realizzazione del socialismo, e di aver potentemente contribuito alla resa dei conti tra capitale e lavoro in tutto il mondo. In Russia il problema poteva solo essere posto. Non vi poteva esser risolto: esso può essere risolto solo internazionalmente. E in questo senso l’avve**re appartiene dovunque al “bolscevismo”.» [Rosa Luxemburg, "La rivoluzione russa", 1918]
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