Marco Furfaro
23/06/2026
È morta Maria Filoni, aveva 105 anni. Era l'ultima staffetta partigiana del territorio pistoiese e con lei se ne va una delle ultime voci che potevano dirci, in prima persona, cosa è stata la Resistenza.
Io ho avuto la fortuna e l'onore di conoscerla. Era il 2022, in piena campagna elettorale, a Pontelungo. Mi colpì subito: lo sguardo limpido, la voce ferma, la lucidità di chi ha attraversato la Storia e ha scelto di consegnarla a chi veniva dopo.
Maria era di Campo Tizzoro. A quattordici anni entrò in fabbrica, alla SMI, dove si fabbricava il materiale per la guerra.
Da quella stessa fabbrica, lei e le sue compagne facevano uscire le munizioni per i partigiani della Brigata "Gino Bozzi". Le nascondevano nei pacchetti di si*****te. Se le passavano di mano all'uscita, le portavano oltre la portineria, davanti ai soldati e ai controlli, sapendo che una soffiata o uno sguardo di troppo poteva voler dire l'arresto o il muro.
"Un bel pacchetto di si*****te di munizioni da fucile": così la raccontava lei, quella sera in cui il cuore le batteva forte mentre passava davanti alle guardie. Tra le compagne ci si alzava, ci si scambiava i pacchetti, si divideva il rischio, perché nessuna ne avesse addosso troppo.
Con la madre portava da mangiare ai partigiani nelle capanne. A casa si coltivavano patate e fagioli, si metteva da parte quel poco che c'era per "portarlo su", ai ragazzi nascosti tra i boschi e le montagne.
Maria, finché ha potuto, ha continuato a tramandare quello che accadde. Perché aveva capito che la memoria o si trasmette oppure si perde.
Oggi quella memoria tocca a noi. In un tempo in cui c'è chi prova a riscrivere la Resistenza, a metterla in dubbio, a ridurla a folklore, la vita e la storia di Maria Filoni restano qui. Una ragazza di quattordici anni che portava le cartucce oltre la portineria, sotto il naso dei soldati, perché un giorno potessimo essere liberi.
Quel giorno è arrivato. E lo dobbiamo anche a lei.
Ciao, Maria.
09/06/2026
Un operaio a Massa ha chiesto lo stipendio. Gli hanno risposto prendendolo a calci e pugni.
Gli spettavano 2200 euro, le mensilità di aprile e maggio. Ma quando li ha chiesti si è sentito offrire trecento euro in contanti.
Ha preteso il resto, come avrebbe fatto chiunque, ed è per questo che è finito al pronto soccorso: contusioni multiple, prognosi di sette giorni.
Siamo nell'indotto della nautica, a Massa Carrara. Yacht di lusso, cantieri che fatturano milioni. E in fondo alla filiera un uomo pestato perché reclamava la sua paga.
E quei cantieri ne raccontano altre, di storie così. Giovani migranti indebitati per arrivare in Italia, costretti a restituire parte dello stipendio al datore. Divise pagate di tasca propria, formazione zero, sicurezza ridotta all'osso. Ferie e permessi negati. Il divieto persino di denunciare un infortunio.
Questo è sfruttamento. Ed è anche una scelta politica.
Perché lo sfruttamento ha bisogno di un terreno fertile. E questo governo glielo ha preparato.
Il subappalto a cascata era vietato. Lo proibiva il vecchio codice degli appalti, per una ragione semplice: ogni anello in più della catena diluisce le responsabilità, comprime i salari, fa sparire i controlli. Poi questo governo ha riscritto il codice e il divieto è caduto. Oggi un subappaltatore può subappaltare a un altro, che subappalta ancora, fino all'ultimo gradino della filiera.
L'ultimo gradino è quello dove un uomo viene preso a pugni per 2200 euro.
Il subappalto a cascata va abolito. E i controlli vanno moltiplicati: nei cantieri, lungo tutta la filiera, fino ai grandi committenti che da quella filiera traggono profitto e poi si dichiarano estranei a ciò che vi accade dentro.
Perché in Italia, nel 2026, un uomo è stato preso a calci e pugni per aver chiesto la sua paga. E gli stessi che lo hanno favorito, ogni sera, vanno in televisione a parlarci di sicurezza.
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