QAI
14/05/2025
Piccoli gesti che dicono “Ti vedo”
Ci sono gesti così semplici da sembrare invisibili eppure, contengono una cura profonda.
Sono quei momenti in cui ci accorgiamo di qualcuno che sta facendo fatica, e scegliamo, senza pensarci troppo, di esserci, anche solo un pò.
Un comportamento prosociale non ha bisogno di applausi, è un’azione disinteressata ma profondamente umana.
Come quando si aiuta una persona anziana a salire sul marciapiede senza farle pesare il tempo che ci si mette.
Come quando si raccoglie qualcosa caduto a uno sconosciuto e lo si fa con naturalezza, senza aspettare un grazie.
O quando, in mezzo alla confusione, si cede il proprio posto a chi sembra averne più bisogno, anche se si è stanchi anche noi.
Anche nei luoghi più ordinari, queste occasioni si presentano.
Una madre che cerca di aprire una porta mentre tiene in braccio il suo bambino.
Un addetto alle pulizie che lavora tra gli sguardi distratti di chi passa.
Un cameriere che porta via piatti pesanti, uno alla volta, in mezzo alla disattenzione generale.
In ognuna di queste scene c’è spazio per un gesto: tenere la porta, fare silenzio mentre qualcuno lavora, spostare il proprio piatto per agevolare un passaggio.
Sono dettagli ma non sono piccoli.
Non servono parole.
A volte basta un sorriso, un cenno, uno sguardo sincero.
È così che diciamo all’altro: “Ti vedo”.
È così che, in mezzo alla corsa quotidiana, ci ricordiamo di essere parte di qualcosa più grande di noi.
La psicologia ci parla di empatia, di neuroni specchio, di comportamenti cooperativi ma forse, prima di tutto, si tratta di un modo di stare al mondo.
Di coltivare un’attenzione gentile.
Di credere che ogni gesto, anche se minimo, contribuisca a costruire un tessuto umano più caldo, più vero.
In un tempo che ci spinge a pensare solo a noi stessi, scegliere di aiutare è un atto silenzioso di connessione.
Non cambia il mondo, forse ma cambia qualcosa in quel momento e spesso, è proprio nei momenti che si nasconde ciò che conta davvero.
~ Luana Sanvidotto
12/05/2025
12 Maggio Giornata Mondiale della Fibromialgia
Oggi è una giornata dedicata alla consapevolezza.
Non al dolore in sé ma a ciò che significa viverci accanto ogni giorno non per celebrare una condizione ma per darle spazio, nome e voce.
La fibromialgia è una realtà complessa.
Ci accompagna con sintomi che cambiano forma e intensità: dolori muscolari, stanchezza che non si riposa, mente annebbiata, ipersensibilità fisica ed emotiva ma soprattutto ci accompagna l’invisibilità, quella che spesso pesa più di tutto il resto.
Chi la vive sa cosa significa dover spiegare l’indefinibile.
Impariamo a convivere con il dubbio degli altri ma anche con il nostro.
A dosare le energie, a scegliere le parole, a misurare i passi.
A volte sembriamo presenti ma dentro stiamo trattenendo.
Altre volte ci ritiriamo, non per debolezza ma per ascoltarci e proteggerci.
Questa giornata non è solo per chi vive con la fibromialgia, ma anche per chi sta intorno.
Per chi vuole capire, per chi sceglie di credere senza bisogno di prove.
Per chi non riduce il vissuto di una persona a quello che si vede.
Essere ascoltati non risolve tutto, ma cambia molto.
Non cerchiamo soluzioni facili.
Cerchiamo riconoscimento, dialogo, ricerca.
Abbiamo bisogno che se ne parli, con rispetto.
Che non si banalizzi, che non si ignori.
Siamo persone diverse, con percorsi diversi, ma unite da un'esperienza che ci attraversa in modo profondo.
Ci adattiamo, cambiamo ritmi, impariamo a conoscerci meglio.
A volte siamo fragili, altre volte molto forti, spesso entrambe le cose insieme.
Non sempre è facile ma andiamo avanti con equilibrio, a modo nostro.
Oggi ricordiamo che la fibromialgia esiste e che chi la vive merita attenzione, ricerca e comprensione.
Senza rumore. Ma con verità.
~ Luana Sanvidotto
12/05/2025
Se oggi è uno di quei giorni, sai, quelli in cui il caffè ha il sapore di ansia e il tuo entusiasmo per la vita è stato messo in pausa da un aggiornamento del sistema nervoso centrale, respira.
Ricorda Tony Signorini.
Sì, quel Tony. Uomo comune.
Plumbeo di spirito in senso letterale: si costruì delle scarpe di piombo da 13 chili ciascuna, le dotò di tre dita giganti come se avesse preso ispirazione da un papero mutante o un’illustrazione mal riuscita di un dinosauro, e si mise a camminare sulla spiaggia.
Non per fare ginnastica.
Non per meditare.
No: per creare il panico globale.
Con passo pesante e cuore leggero, lasciò dietro di sé impronte tanto assurde che perfino scienziati con tre lauree e un telescopio personale si grattarono la testa dicendo: «Ehm. Forse è un pinguino preistorico alto quattro metri».
Sì. Un pinguino. In Florida.
Tony non disse nulla.
Per quarant’anni.
Si limitava a ridere nei baffi (che probabilmente avevano sabbia dentro) mentre il mondo si interrogava sull’evoluzione, gli UFO, e la logica stessa dell’universo.
Ecco la morale:
Se ti svegli storto, se il lunedì ti abbatte, se il traffico sembra orchestrato da un’entità ostile, ricorda: puoi sempre metterti delle scarpe ridicole e far impazzire l’umanità per decenni.
Perché, come insegna Tony, a volte la risposta alla noia dell’esistenza non è cercare un senso…
ma crearne uno finto così assurdo che nessuno osi metterlo in dubbio.
E questo, mio caro amico cosmico, è ciò che si chiama genio.
~ Luana Sanvidotto
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