Un Ponte Per
27/05/2026
“Mentre osservavo una scena di panico durante i bombardamenti su Mosul, non stavo semplicemente vedendo delle bambine correre in preda alla paura: stavo assistendo alla storia che si ripete. Le loro grida non erano nuove: le abbiamo già sentite nelle nostre scuole, nei nostri vicoli, nei nostri rifugi. Sogno un’infanzia che non sia misurata dal numero di esplosioni a cui si è sopravvissuti”.
C’è un punto di vista rimasto ai margini dei discorsi sulla nuova “guerra del Golfo”. È quello dell’Iraq, un Paese che oggi è soffocato da una crisi regionale più ampia, con i missili che passano sopra la testa e la paura che rimane una costante. A raccontare la guerra - ancora una volta - dal punto di vista iracheno, è il nostro collega e poeta Jameel Al jameel.
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“OGNI PALESTINESE PORTA CON SÉ LA SUA NAKBA. NON È SOLO RICORDO MA UNA REALTÀ CHE CONTINUA TRA GAZA, WEST BANK E DIASPORA. LO SCHEMA È LO STESSO: OCCUPAZIONE E PRIVAZIONE DELLA LIBERTÀ” di Hassan Herzallah.
«Da piccolo sentivo parlare della Nakba nelle storie familiari: iniziavano sempre con una vecchia casa o con una strada che non esiste più. Mi sembrava qualcosa di lontano, legato alle foto in bianco e nero che la gente ripeteva a ogni maggio. Pensavo fosse un evento di 78 anni fa, terminato lì, anche se i suoi effetti erano rimasti. Dopo aver compiuto 22 anni e dopo che il mio stesso tetto è diventato di stoffa, ho iniziato a riflettere. Che cosa significa davvero la Nakba per le persone palestinesi di oggi? È ancora solo una memoria storica, oppure è qualcosa che continuiamo a vivere? Ho deciso di parlare con diverse persone. Volevo capire come una sola parola potesse racchiudere tutti questi significati e come i palestinesi, ovunque si trovino, possano ancora riconoscersi in essa, in un modo o nell’altro. Ho iniziato da mia nonna.
“La Nakba continua”, mi ha detto. “Quello che ci è successo negli ultimi 3 anni è peggio del 1948.”
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