Scomodo
04/06/2026
Il 2 giugno ad Amendolara è avvenuta una strage: Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, quattro braccianti stranieri, sono stati uccisi e dati alle fiamme all’interno di un minivan. Lo shock di parte della politica e del giornalismo italiano è svilente, perché da anni le associazioni ei sindacati raccontano di come l’industria e la filiera agroalimentare del nostro paese si basa sullo sfruttamento dei poveri e degli emarginati, in particolare i migranti.
Secondo il VII Rapporto sul caporalato e agromafie in Italia della fondazione Placido Rizzotto, le agromafie e lo sfruttamento nella filiera agroalimentare attraverso l’unione delle aziende e di chi sfrutta i braccianti oggi vale più di 30 miliardi di euro. In Italia vi sono più di un milione aziende agricole, per un totale di 1.296.000 lavoratori di cui il 17,7% stranieri (dato ISTAT del 2021) il cui dato sull’incidenza delle giornate di occupazione agricola riferibili ai lavoratori stranieri: il 34,2% del totale. Questo significa che più di un terzo delle giornate lavorative in agricoltura è a carico di migranti.
I racconti delle associazioni e dei sindacati testimoniano di paghe al di sotto dei 2 euro l’ora, di turni massacranti, di abusi sessuali e doping attraverso sostanze stupefacenti degli agricoltori e allevatori per reggere il ritmo massacrante imposto dal mercato dell’agroalimentare. Ciò è possibile attraverso una triangolazione tra Stato - mercato - criminalità organizzata basata sullo sfruttamento di esseri umani invisibili e deumanizzati, che va a produrre ingiustizia sociale e scarti umani/sociali.
Finché la politica attacca il migrante attraverso idee criminali come la remigrazione ma non il sistema economico che abusa - sfrutta - uccide la manodopera straniera per il “Made in Italy” di cui va fiera, casi come quello di Amendolara verranno facilmente dimenticati e altri esseri umani verranno sfruttati.
di
02/06/2026
Il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, le e i volontari del Servizio Civile Universale sfilano ai Fori Imperiali accanto ai corpi militari. Un’immagine istituzionale che per chi vive il servizio in prima linea nasconde profonde contraddizioni, ma anche lo spunto per una riflessione necessaria. Partecipare alle celebrazioni dello Stato è un momento importante, ma farlo con modalità coerenti con la natura del Servizio Civile lo renderebbe ancora migliore.
Il primo nodo cruciale riguarda la sfilata stessa: «Se il Servizio Civile ha una storia che fonda le sue radici nell’obiezione di coscienza, come alternativa alla leva militare obbligatoria, sfilare con il passo militare è un vero controsenso», spiega Lavinia, delegata del Lazio. Non si tratta di una polemica contro le forze armate, ma di rivendicare la propria identità. Come racconta Natalia, che ha partecipato l’anno scorso: «La nostra presenza è fondamentale, ma potrebbe esserlo ancora di più se riuscisse a rappresentare autenticamente il mondo del Servizio Civile».
Accanto all’identità c’è il tema logistico. Le settimane di prove richiedono sacrifici economici a carico delle e dei giovani, escludendo di fatto chi viene da fuori Roma e non può permettersi un alloggio a proprie spese, che riduce l’accessibilità alla commemorazione. Ciò nonostante alcune persone arrivano ad accettare i turni estenuanti delle prove pur di prendersi una pausa da sedi di assegnazione quotidiane ancora più frustranti.
La sfilata diventa così il megafono per accendere i riflettori sul “dietro le quinte” del Servizio Civile: regolamenti ambigui, progetti non corrispondenti alle promesse e casi ai limiti sfruttamento, con prestazioni richieste anche nei giorni festivi.
L’obiettivo della Rappresentanza oggi è risvegliare il senso critico delle e dei giovani per chiedere riforme concrete, a partire da tutele contrattuali chiare. Il Servizio Civile è una risorsa inestimabile per il Paese, ma deve basarsi sui diritti, non sul sacrificio indifeso dei giovani.
Di
01/06/2026
X-Town, il progetto editoriale ideato da Scomodo e il fotografo Mattia Crocetti, in collaborazione con il Sindacato Pensionati Italiani della Cgil diventa un festival!
Con più di 250 foto pubblicate e 100 interviste è il più grande lavoro editoriale sulle città-fabbrica italiane.
In questi due anni sono state mappate, da nord a sud, 10 città-fabbrica: Piombino, Porto Marghera, Carbonia, Augusta, Carrara, Fabriano, Terni, Crotone , la Val d’Agri e Pomigliano.
La serie di foto-reportage di X-Town racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, territori la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.
La loro condizione è rappresentativa di alcuni aspetti fondamentali dell’evoluzione di un modello economico e di sfruttamento del territorio molto ampio, sempre più insostenibile e pieno di contraddizioni.
X-Town mette in dialogo le varie generazioni che abitano e lavorano in queste aree: un dialogo con movimenti, collettivi e individui che provano a opporsi in qualche modo a un modello di sviluppo egemonico, e a cambiare le sorti del proprio territorio.
Il legame con il territorio e con le persone che lo attraversano è sempre stato, infatti, un elemento fondante del progetto. Per questo X-Town festival costituisce un momento non solo di restituzione del prodotto editoriale, ma anche di coinvolgimento attivo delle comunità raccontate,, al consolidamento di rapporti collettivi e al mantenimento di uno scambio vivo e reciproco.
Ci vediamo al in località il Pino-Parco della Sterpaia, Piombino, il 13 giugno, dalle ore 18, per un talk di presentazione della mostra fotografica, con alcuni ex ed attuali lavoratori delle tappe toscane, attivistə, il fotografo e di Scomodo.
A seguire dj set degli .sound.system 💐
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