Valerio Vitantoni
18/06/2026
Gerusalemme, 13 novembre 1869
Ore 5 del mattino
Mia dolce e amata anima,
Prima della mia partenza da qui, che avverrà oggi alle 8 del mattino, ti scrivo ancora queste poche righe, mio caro angelo, verso cui sono rivolti tutti i miei pensieri e verso cui è proteso tutto il mio desiderio. La lettera qui allegata di Pére Ratisbonne ti proverà che ho eseguito i tuoi ordini [quali fossero non è dato saperlo. Su questo personaggio dedicherò un post nel pomeriggio]. Ha già ricevuto il denaro. Sebbene mi crei molto imbarazzo, per lo scopo della Messa andrò comunque ad ascoltarla alle 7 nella sua chiesa, che è molto graziosa e assai deferente.
Ieri sera alle 18:15 siamo tornati dalla nostra escursione al Mar Morto, dopo che l'altro ieri ho passato quasi 6 ore e ieri 11 ore in sella, sempre sul medesimo stallone baio del governatore. Oggi dobbiamo cavalcare per 9 ore. Mi perdonerai quindi se scrivo poco e se sono particolarmente in ritardo con la mia regolare descrizione del viaggio. Allego per Rodolfo due piume di un pollo che ho sparato ieri, proprio sulle rive del Giordano, senza sapere di che specie si tratti. Spero di poter inviare uno dei polli a Vienna con il prossimo corriere per farlo imbalsamare.
*Proseguimento della descrizione del viaggio
Dopo aver superato i prussiani, abbiamo proseguito la marcia sempre al passo, uscendo presto dai dintorni coltivati di Giaffa per entrare in un territorio piuttosto desolato e ondulato, dove sebbene vi siano in parte campi, ora sono difficilmente distinguibili, poiché il raccolto qui avviene già a maggio e l'aratura viene fatta solo dopo le piogge, che ancora non sono arrivate, cosicché i campi sono ora del tutto aridi e calpestati. Alcune dune di sabbia mi hanno ricordato molto 'az édes hazát' [la dolce patria] e davanti a noi si stagliava ancora lontana la catena montuosa della pietrosa Giudea, verso cui marciavamo. Come singole, meravigliose oasi verdi in questa regione deserta apparivano i villaggi, situati sempre tra palme e alberi di fichi e circondati da siepi di fico. Alcune case sono di pietra, ma la maggior parte sono solo miserabili capanne di fango che, ammassate in gran mucchi, sembrano più una colonia di talpe che abitazioni umane. Gli abitanti, contadini, hanno la pelle di un marrone molto scuro; gli uomini portano il turbante e ampi mantelli a strisce bianche e marroni, le donne lunghi abiti blu e un panno simile attorno al capo, senza veli. Tutti sono molto sporchi.
I notabili del luogo ci aspettavano ovunque con profondi inchini e le donne emettevano strani suoni inarticolati, che terminano con un lungo trillo prodotto con la lingua e che qui in tutto il paese sono abituali in tutte le religioni come dimostrazione di gioia. Lungo tutta la strada sono costruiti corpi di guardia in pietra, del tutto uguali, circa ogni quarto d'ora, per proteggere i viaggiatori dai predoni. A Ramleh, un luogo un po' più grande costruito interamente in pietra, con un alto minareto fatto costruire da un Sultano, abbiamo consumato il déjeuner in una tenda del Sultano e subito dopo abbiamo proseguito la nostra marcia. Fino ad allora Beust aveva cavalcato, ma ne aveva avuto abbastanza e si è quindi messo in una delle carrozze che ci seguivano. Era stato vestito dal governatore con un burnus orientale e un copricapo di bella stoffa contro il caldo e aveva un aspetto magnifico. Simili abiti sono stati poi adottati da molti dei miei signori, perché proteggono eccellentemente dal sole, che qui è assai cocente. L' elnök [così in ungherese all'interno del testo ossia il "presidente", Andrássy], Bellegarde e ancora alcuni cavalcano con gli ombrellini; io ho solo avvolto un velo attorno a un cappello di paglia a mo' di turbante e per di più ho un fazzoletto infilato nel cappello, e ciò mi è pienamente sufficiente.
Potessi vederci nei nostri abiti e con il nostro pittoresco seguito di beduini e Drusi, ti divertiresti molto."
[Continua]
* Vista dalla Torre dei Quaranta Martiri, Ramleh, Terra Santa, in una fotocromia (fotografia a colori) del 1895
16/06/2026
Gerusalemme, 11 novembre 1869.
Ore 5:30 del mattino.
Mia dolce e amata anima,
Finalmente trovo di nuovo un momento libero per poterti scrivere e, soprattutto, per ringraziarti dei tuoi due telegrammi, il cui primo ho ricevuto a Giaffa, mentre il secondo mi è giunto qui ieri [...] hanno addolcito molto il mio soggiorno in Terra Santa, così lontano da casa. Da quando ti ho scritto l'ultima volta dal "Greif", ho visto e vissuto così tante cose interessanti, sacre e toccanti che dovrei scrivere volumi per rendere giustizia alle mie impressioni. Racconterò però solo in fretta, riallacciandomi a Giaffa, dove ho concluso la mia ultima lettera. Una sola cosa devo menzionare subito: ieri ho avuto la fortuna di fare la comunione, insieme a diversi miei signori e al personale di servizio - anche il Presidente [elnök, così in ungherese nel testo, ossia Andrássy]!! - presso il Santo Sepolcro di nostro Signore e Salvatore. Non ho bisogno di assicurarti che ho pregato per te e per i cari bambini.
Stavo già dormendo nella mia cabina quando, alle 23, sono stato svegliato dall'ancoraggio. Eravamo davanti a Giaffa e lì è iniziato, a causa della forte risacca sulla costa piatta, un dondolio spaventoso della nave, che si inclinava continuamente e lentamente da un lato all'altro, tra un gran fracasso di rumori e scricchiolii. Non sono riuscito a dormire molto, ma sono stato del tutto bene e dopo le 5 ero già in piedi sul ponte. Quando, con il tempo più magnifico, si è fatto sempre più giorno e finalmente il sole siriano è sorto sopra la città, si è potuta vedere chiaramente la città con le sue alte mura, le case di pietra e i tetti decisamente piatti, così come la riva piuttosto piana con grandi e belle palme. Eravamo nel vero Oriente, con la sua architettura e la sua vegetazione. Davanti alle mura della città, che scendono perpendicolari nell'acqua, a cento passi si trova una fila di scogli su cui la risacca del mare si accumula in alto e si infrange, e attorno alla quale bisogna girare se si vuole sbarcare. Esiste anche un sentiero largo solo pochi piedi che passa in mezzo agli scogli, ma solo i barcaioli del luogo possono attraversarlo con una certa sicurezza, cosa che hanno fatto più tardi con i ministri tra le grida in onore di Allah. Pare però che sia stato piuttosto inquietante.
Bellegarde è andato a terra per primo con Tegetthoff per prendere accordi per lo sbarco, che è iniziato poco dopo, al suo ritorno, con i bagagli. Presto è venuto a bordo anche il nostro console a Gerusalemme, il conte Caboga, poi il governatore turco della Siria, Rashid Pascià, arrivato da Damasco e che ancora mi accompagna, insieme al Pascià di Gerusalemme. Entrambi sono turchi molto colti che parlano francese; poi i due ufficiali che mi erano già stati assegnati a Costantinopoli e che erano arrivati con cavalli, carrozze, tende e la cucina del Sultano. Quest'ultimo non ha voluto sentire ragioni e ha organizzato l'intera mia escursione siriana con i suoi mezzi, provvedendo a tutto. I turchi, dopo un breve saluto, sono tornati a terra, operazione che, a causa dell'alta risacca, non si è svolta senza difficoltà e scene comiche durante la salita e la discesa dalla scaletta della nostra nave.
Mentre facevamo colazione insieme dopo le 9, tre navi da guerra prussiane hanno gettato l'ancora, ci hanno salutato e il comandante è salito sul "Greif" per rendermi visita. Le navi sono arrivate, dopo essersi rifornite di carbone a Beirut, per prendere il Principe della Corona, atteso da Gerusalemme.
Dopo che bagagli e servitù sono stati portati a terra, alle 10 siamo saliti sulle barche e siamo sbarcati tra il tuono dei cannoni prussiani e turchi e gli urrà di tutti i marinai."
[Continua]
* Jaffa in una litografia del 1843
Clicca qui per richiedere la tua inserzione sponsorizzata.
Digitare
Sito Web
Indirizzo
Roma
Rome