Segnali Deboli

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04/05/2023

ESG: è l'acronimo del momento… e questa è una bella notizia!

Ok, sulla sostenibilità non si scherza più.
Io che arrivo sempre un po' tardi sulle cose, ho ricevuto definitivamente conferma di questo "segnale" a San Patrignano, dove si è tenuto lo scorso 13 aprile il Sustainable Economy Forum.
La star della giornata è stato un acronimo: ESG, che sta per Environmental Social Governance.
Spiegandolo in sintesi: un'azienda ha un approccio ESG quando mette nelle sue priorità sia la sostenibilità ambientale, sia la sostenibilità del contesto sociale in cui opera, sia quella legata al benessere dei propri dipendenti diretti e indiretti.
Al Forum ho personalmente toccato con mano una rivoluzione in atto.Certo, erano "solo" parole quelle che volavano, ma quelle parole sono arrivate da autorevoli personalità del mondo degli affari e della finanza.
Già nel saluto di benvenuto della padrona di casa, Letizia Moratti, si era capito dove si andava a parare: "La sostenibilità deve essere sia ambientale, sia sociale, sia economica… e bisogna agire in fretta. Occorre avere mentalità aperta, ci vogliono approcci nuovi, mettendo in campo le nostre responsabilità individuali per farle diventare collettive. Da ora, bisogna che ognuno faccia la sua parte".
Poco dopo, Luca Orlando, giornalista del Sole 24 ore, ottimo e incalzante moderatore del convegno, ha piazzato una domanda molto diretta sia alla referente di Banca Generali Lucia Silva (responsabile della sostenibilità), che di Banca Intesa Paolo Bonassi (Executive Director Strategic Support): "L'attuazione di un piano ESG, porta beneficio alle aziende?".
La risposta è stata da entrambi gli interlocutori praticamente la stessa: "Valutiamo alle aziende un rating più basso se non c’è attenzione a ESG".
Concetti già sentiti? Può darsi, però forse non con un linguaggio così semplice e diretto.
Poi è arrivato l'intervento che più mi ha colpito: quello di Claudia Parzani, presidente della Borsa Valori. Ecco alcuni passaggi…"Il successo economico va rivisto in ottica di progresso sociale. Il Purpose è uno dei cardini che deve muovere l’impresa. Il valore della governance è un altro tema chiave: a prescindere dalla dimensione, è la qualità che crea valore. L’attenzione e valorizzazione del capitale umano è sempre più importante ed è il tema più centrale nel business attuale: le aziende devono essere in grado di attrarre e trattenere le persone di qualità".
E poi arriva il capolavoro… "Abbiamo mai misurato quanto incide l’infelicità in azienda? Ci siamo mai chiesti che persone siamo noi e come incidiamo verso gli altri?".
Infine due chicche: "Dobbiamo avere più capacità di ascolto e uscire dal giudizio facile sui giovani". Ed ecco la seconda: "Il leader oggi ha bisogno di essere vulnerabile e vero. Dobbiamo sconfiggere lo stereotipo del successo. Solo se sei umile puoi superare i tuoi limiti. Tutto quello che facciamo non è molto se non lo leghiamo a quello che fanno gli altri".
Dai, confessiamolo: rispetto a pochi anni fa, siamo su un altro pianeta.
Interessante come sempre Chicco Testa, ora presidente di Assoambiente, che è partito affermando "Se ci riferiamo agli obiettivi di diminuzione della CO2, dobbiamo cambiare gli occhiali per vedere la realtà. L’aumento di CO2 deriva dalla volontà dei paesi in via di sviluppo di raggiungere maggiore benessere. Negli Stati Uniti il consumo è assai più alto rispetto a noi: se misuriamo le emissioni pro capite di India e Cina scopriremo che sono molto più basse delle nostre". Testa ha anche lanciato un alert su qualche cortocircuito: ad esempio, i pannelli fotovoltaici cinesi vengono spesso prodotti da aziende che utilizzano tecnologie a carbone. E poi ha affermato che per migliorare la sostenibilità, abbiamo bisogno di innovazione tecnologica. Ad esempio, la carne coltivata (ovvero quella che chiamiamo sintetica) potrebbe essere un'ottima innovazione tecnologica. In questo senso, anche il navigatore satellitare è una grande innovazione green, in quanto ci fa risparmiare chilometri di viaggio e benzina. Quindi il suo è stato un appello all'uscire dallo stereotipo per cui la tecnologia non sia al servizio del green. Questa considerazione – per tanti acquisita da tempo – ci rende ancora più consapevoli della situazione strana e complessa che stiamo vivendo, in quanto stiamo affrontando la trasformazione digitale insieme a quella green. E in questo contesto, spesso ci dimentichiamo che l’Europa incide "solo" per l’8% sulle emissioni di CO2: questo l'ha detto lì al Forum Alberto Marenghi, vice presidente di Confindustria.Siccome non la voglio fare molto lunga, riporto in breve altri concetti che mi hanno colpito.
Luca Orlando: "Il capitale umano è sempre più raro… oggi sono i giovani che ci devono scegliere".
Lucia Silva (Banca Generali): "È cresciuta la consapevolezza verso la sostenibilità: una volta il responsabile della sostenibilità faceva riferimento al capo della comunicazione, oggi fa riferimento al Direttore Generale. La sostenibilità è quindi arrivato ad essere argomento centralizzato e pervasivo".
Andrea Rustioni (DG di IGP Decaux): "Abbiamo forte aumento di richieste di prodotti pubblicitari e servizi sempre più sostenibili. Le grandi aziende ci chiedono servizi in cui possono ottenere KPI dove dimostrare il loro impegno sulla sostenibilità e valorizzazione del patrimonio urbano".
Giovanni Sandri (Country Head di Black Rock Italia): "Buona parte dei prossimi mille "unicorni" saranno aziende che hanno operato nella decarbonizzazione.
Cristina Bombassei (CSR di Brembo): "L'ESG manager è la quinta figura più ricercata al momento".
Mirja Cartia d'Asero (AD Gruppo 24 ore): "L’umanesimo imprenditoriale è l’unica strada per lo sviluppo".
Giovanna Iannantuoni (Rettrice Università Bicocca Milano): "Lo sviluppo passa dal capitale umano e dall’innovazione tecnologica. Bicocca sta creando un corso per formare manager ESG".
Infine, nel suo intervento di saluto, Letizia Moratti ha concluso affermando che "per arrivare alla sostenibilità occorre creare connessioni".
Non solo il Forum di San Patrignano è stato per me fonte di nuovi input e di conferme in merito ai temi ESG.
Tra i vari, vorrei citare l'incontro organizzato lo scorso 24 marzo dalla Biblioteca di Santarcangelo, dove il professor Giovanni Boccia Artieri (mio sodale nella Confraternita del gin tonic) ha intervistato Paolo Iabichino, in occasione dell'uscita del suo interessante "Scrivere Civile", edito da Luiss University Press.
Boccia nel suo cappello introduttivo, ha citato un dato di una recente un'indagine IPSOS: "il 65% dei consumatori si aspettano che le aziende si espongano nel prendere posizione nei confronti di tematiche civili e sociali"… e ciò è stato definito "un punto di non ritorno".
Iabichino nel suo intervento è stato fin troppo chiaro: "Nel rapporti con i brand, c'è un rapporto fiduciario nuovo".
Infatti, se da un lato ci siamo noi consumatori che "non siamo più obbligati a consumare tanto, bensì meno", da un altro ci sono le aziende, per cui "la sostenibilità non è un vezzo, ma un obbligo per poter stare sul mercato".
Leggendo le varie chicche di "Scrivere Civile", Iabichino ci evidenza che prima le marche ci aiutavano a capire chi ci sarebbe piaciuto essere, mentre adesso la scelta del brand è compiuta perché rappresenta chi sono io e i valori a cui faccio riferimento.
È evidente che in questo spirito civile, unito ai processi ESG, tutti devono davvero fare la propria parte.
Quindi anche il marketing e la pubblicità devono, o motivati o costretti, spingere per questa nuova strada del capitalismo.

10/03/2022

*La banalità salverà il mondo.*

La guerra e la pandemia stanno contribuendo a restituirci un'idea antica della morte.
Da molti decenni il benessere, le più allungate aspettative di vita e la tecnologia hanno fatto sì che le paure quotidiane risultassero altre, quali l'invecchiamento, l'imperfezione fisica, l'inadeguatezza sociale e soprattutto la paura di condurre un'esistenza incompiuta, inadeguata, non all'altezza.
Quindi le problematiche legate alla frustrazione hanno, in noi essere umani moderni, rubato il trono alla morte e alla fame.
Questo concetto l'ha bene espresso Riccardo Falcinelli, uno dei più apprezzati visual designer.
Le sue considerazioni sul tema dell'identità sono veramente interessanti.
In altre epoche, nelle relazioni umane contavano soprattutto le pratiche, quindi i ruoli, e non le identità. Un re era un re perché svolgeva quel ruolo. Idem un contadino.
Oggi i nostri sforzi vanno nella direzione di far coincidere quello che vogliamo essere con quello che non riusciamo a fare e a diventare.
Quindi spesso viviamo di apparenza.
Tutto questo succede perché ci impaurisce la banalità.
Ci teniamo troppo a essere unici e speciali.
Ma cos'è la banalità?
Stefano Bartezzaghi, il semiologo, le ha dedicato un libro: una figata.
Il termine banalità viene dalla radice "ban" che significa villaggio.
Banale quindi era ciò che tutto il villaggio già sapeva.
Per me, la banalità acquisisce un fascino enorme nel momento che diventa strumento di unicità.
Essere banali in un mondo di fenomeni può produrre esiti molto interessanti e piacevoli.
Bartezzaghi è illuminante quando racconta di Papa Francesco e della sua prima apparizione dalla finestra di Piazza San Pietro.
Ricordate quale fu la prima parola che disse?
È stato fantastico: disse "Buonasera".
Semplicemente Buonasera, accompagnato da una pausa.
Ci può essere qualcosa di più banale?
Eppure…
Quel buonasera ha immediatamente posizionato il personaggio.
E con il tempo, ogni suo gesto ha mostrato una straordinaria coerenza verso la semplicità (quelli bravi direbbero orizzontalità) di quel saluto.
Sempre in merito all'identità, ho un'altra sollecitazione.
Ne La Grande Bellezza, Sorrentino ci ha regalato diversi colpi di genio. Uno di questi è stato contestualizzare la clinica estetica come un luogo di culto religioso, dove i demoni dell'invecchiamento e dell'inadeguatezza estetica venivano esorcizzati dal grande chirurgo, un immenso Massimo Popolizio.
In quelle scene, è parso evidente come l'identità non sia qualcosa che si fa o si è, ma è qualcosa che si consuma.
Sempre citando Falcinelli, addirittura il sesso è strumento del "si è" a discapito del "si fa".
Insomma, ci nutriamo di identità, ogni giorno compriamo identità.
Facciamoci caso: ogni volta che vediamo un amico cinquantenne con un nuovo "atteggiamento trasandato sul selvaggio", spesso la causa è la sua nuova Harley Davidson: dal momento che ha acquistato quella merce, ha assunto l'identità dell'Harleysta.
Sto banalizzando? Certamente.
La moda questi meccanismi li ha colti molto bene.
Ad esempio, la moda dei ragazzi che indossano i pantaloni senza cintura che scendono mostrando le mutande, sono l'effetto di una necessità identitaria.
Il conformismo di mostrarsi disobbedienti, trova nei carcerati un simbolo di ribellione.
I carcerati, come noto, non possono indossare la cintura, quindi mostrarsi con i pantaloni calati significa lanciare il segnale che si appartiene a quel mondo lì. Quindi attenzione: vestito così ti comunico che sono ribelle e cattivo… e io ho bisogno di essere ribelle e cattivo: non vorrai mica che mi limiti a essere banale?
Idem per i tatuaggi.
Non c'è niente da fare: l'identità è prodotto.
E come spesso accade, sono le merci a salvarci la vita.

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