Ohvale Rugby Blog

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15/03/2026

È andata esattamente come nessuno sperava e come in molti temevano. L’Italia ha perso e non è riuscita a centrare la terza vittoria nel torneo. Adesso è inevitabile sentirsi delusi, ma il bilancio complessivo del Sei Nazioni va fatto a mente un po’ più fredda, per evitare di scivolare in catastrofismi ingiustificati.

In sintesi: siamo stati, più o meno, surclassati da una squadra che nell’arco degli 80 minuti si è dimostrata migliore. Le cause della debacle possono essere molte o poche, dipende da quanto vogliamo fare esercizio di filosofia. Non credo siano mancate le motivazioni; semmai è mancata un po’ di benzina.

Non dimentichiamoci l’alto numero di infortunati a inizio torneo e i minutaggi enormi a cui sono stati costretti alcuni giocatori (Nicotera, sei partite in sei settimane, per dirne uno). È un tema che riguarda anche le altre nazionali, certo, ma per noi può pesare di più. Continuo infatti a pensare che l’Italia abbia ancora un problema di profondità: talvolta viene mascherato da prestazioni positive, ma in alcuni ruoli non è ancora risolto. I candidati per una maglia da titolare restano tutto sommato pochi e finiscono per essere spremuti al massimo.

Per oltre cinquanta minuti abbiamo subito l’urto, siamo stati fragili con la palla in mano e non siamo riusciti a dare segnali di risposta a una squadra che ha messo potenza e cattiveria agonistica in ogni sequenza. Il rugby resta uno sport di contatto e battaglia: gli avversari ci hanno messo sotto anche perché avevano qualcosa in più da dimostrare. Otto calci di punizione concessi già nel primo tempo, 13 palloni persi e troppi placcaggi poco dominanti hanno fatto il resto.

Può sembrare strano dirlo oggi, ma il torneo si chiude anche con una nota positiva: si è rivisto un Galles caparbio, finalmente senza paura. Se la squadra di Steve Tandy torna davvero competitiva, è un bene per tutto il Sei Nazioni, che quest’anno - più che mai - si è confermato un torneo spettacolare e pieno di sorprese.

12/03/2026

Ecco l’Italia per l’ultima fatica del Sei Nazioni. I cambi nel XV titolare sono tre: Alessandro Fusco torna a indossare la maglia numero 9, Muhamed Hasa sostituisce l’infortunato Simone Ferrari in prima linea e Federico Ruzza subentra ad Andrea Zambonin in seconda linea. Il resto delle modifiche riguardano la panchina, dove si rivedono Stephen Varney, David Odiase e Giosuè Zilocchi. Poche variazioni per una nazionale solida, che cerca di chiudere al meglio un torneo fin qui molto positivo.

08/03/2026

“Branca Day” è una canzone del 2003, cantata dalla punk rock band vicentina Derozer. Molti millennial come me ricordano ancora il ritornello: “Ti amo quando sono sbronzo, ti amo di più…”. Una musichetta leggera e ballabile, con il pogo in mezzo alla pista e un Angelo Azzurro nel bicchiere: il cocktail probabilmente più cattivo (e iconico) degli anni Duemila.

Quel quadretto di giovinezza oggi torna utile per raccontare quello che è successo ieri a Roma. Siamo ancora ubriachi di felicità, l’Angelo Azzurro stavolta è Tommaso Menoncello e quell’amore “da sbronzi” è la lente perfetta per apprezzare una vittoria di corto muso: ruvida, scorbutica e allo stesso tempo bellissima e poetica.

L’Italia ha voltato pagina, bisogna dirlo. Chi ascoltava i Derozer si è abituato per anni a concetti consolatori come la “sconfitta onorevole”, l’escamotage giornalistico ideale per mascherare le magagne dell’Italrugby. Ora non c’è più bisogno di aggrapparsi solo a una mischia dominante o a qualche placcaggio spacca-ossa per sentirsi vivi: siamo finalmente nella fase in cui la Nazionale si può giudicare per le partite che vince.

È la terza volta che muoviamo la classifica nel Sei Nazioni 2026, è l’undicesima vittoria dell’era Quesada ed è la prima vittoria di sempre contro l’Inghilterra. C’è tantissimo da celebrare. E ai numeri – già importanti – si aggiungono spunti che aiutano a inquadrare meglio la nouvelle vague del rugby italiano (di alto livello, perché la base continua ad annaspare) e la crescita del gruppo guidato da Michele Lamaro.

Ci stiamo abituando a vincere nelle condizioni più impensabili (qualcuno ricorda la lista degli infortunati?), contro avversari teoricamente superiori, in partite piene di ostacoli. Ma, rispetto al passato, non crolliamo. Chi avrebbe detto che avremmo gestito con lucidità lo spartito fatto di calci e pressione che l’Inghilterra ci ha proposto nei primi venti minuti? Chi avrebbe scommesso che il break di Ollie Chessum, a tre minuti dalla fine, si sarebbe chiuso con un placcaggio perfetto e un turnover a nostro favore?

Nei momenti chiave l’Italia sta imparando a spostare l’inerzia dalla sua parte, pur tra errori individuali talvolta inguardabili e qualche difficoltà strutturale ancora evidente. Basti pensare a come segniamo: azioni da applausi, sì, ma spesso con un dato curioso. Se si vanno a rivedere i tabellini delle vittorie più significative dell’era Quesada, si scopre che segniamo meno mete delle squadre che battiamo e che le marcature arrivano di frequente da situazioni lontane dai fatidici cinque metri.

Lo hanno detto in tanti e lo ripeto anch’io: la litania secondo cui l’Italia vince solo quando azzecca la giornata perfetta e l’avversario combina disastri, si può archiviare. Ieri l’Inghilterra voleva vincere: niente supponenza, palloni contestati uno a uno, battaglia vera. Ha perso lucidità perché non ha trovato soluzioni semplici alle difficoltà che le abbiamo imposto. E diciamolo con serenità: ve**re a Roma, adesso, è un gran casino per tutti.

E nella girandola delle frasi fatte ce n’è una che, alla fine, funziona sempre: meglio una br**ta vittoria di una bella sconfitta. Sì, diamine: è sempre stato vero, e lo è ancora di più nel rugby professionistico, dove girano soldi, interessi e visibilità.

E allora brindiamo pure, ma rimanendo esigenti: questa vittoria vale doppio se tra una settimana andiamo a Cardiff a sbancare il Principality Stadium. Se dobbiamo fare la storia, facciamola fino in fondo.

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