Davide Faraone

Davide Faraone

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24/04/2026

Decreto sicurezza: non sono legislatori ma tele-dipendenti. Il mio intervento alla Camera.

18/04/2026

C’è una forma tutta meloniana di meritocrazia: si chiama buonuscita.
Funziona così. Non ti riconfermano, ma non ti lasciano davvero. Esci da una partecipata pubblica per demeriti, ma con sette milioni in tasca e rientri dalla porta accanto, sempre pubblica, sempre più alta. Non è una porta girevole: è una scala mobile.
Il caso Di Foggia è perfetto perché è limpido. Non è stata confermata a Terna, però è stata promossa all’Eni. Nel frattempo, la buonuscita. Sette milioni. Una cifra che non è un dettaglio contabile, è un messaggio politico: qui non si perde mai davvero, si cambia solo poltrona.
Gli altri amministratori delle partecipate, raccontano, hanno rinunciato alle loro buonuscite. Lei no. E qui finisce il racconto tecnico e comincia quello politico. Perché il punto non è se sia legittimo o meno, ci penseranno i giuristi, ma cosa racconta questa storia.
Racconta un’idea di Stato in cui la responsabilità non è mai un costo. Racconta una classe dirigente che, anche quando cambia ruolo, non cambia mai davvero condizione. Racconta un governo che predica rigore e pratica indulgenza, ma sempre nella stessa direzione: verso l’alto.
E soprattutto racconta una contraddizione tutta meloniana. Da un lato la retorica del merito, della disciplina, del “chi sbaglia paga”. Dall’altro la realtà: chi esce incassa, chi entra viene premiato, e il conto, come sempre, resta pubblico.
In un momento energetico complicato, con famiglie e imprese che fanno i conti con bollette e incertezze, vedere sette milioni scivolare via così non è solo una questione di diritto. È una questione di senso.
E il senso, qui, è che la politica non riesce più nemmeno a fingere.

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