Davide Faraone
In Italia c’è una categoria di politici e commentatori dotata di un autentico superpotere: guarda una foto di quattro persone e ne vede una quinta. I più talentuosi, quelli davvero fuori categoria, riescono perfino a individuarla sotto un tavolo al ristorante.
La cosa curiosa è che, a loro dire, quella persona non conta nulla. Eppure produce un effetto irresistibile: la cercano ovunque. In ogni foto, in ogni incontro, in ogni discussione. Una presenza invisibile che occupa stabilmente i loro pensieri.
Poi succede qualcosa di straordinario. Quando quella stessa persona si materializza davvero in una foto, il superpotere si ribalta: non la vedono più. Prima la vedevano quando non c’era, adesso non la vedono quando c’è.
È un fenomeno affascinante: vedere qualcuno dappertutto tranne che davanti ai propri occhi.
La scienza, ha dato un nome a questo straordinario superpotere che genera fenomeni paranormali: ossessione.
Tutta la solidarietà del mondo a Giorgia Meloni. Davvero.
Donald Trump si è comportato da cafone. Lo è stato con lei, lo è stato con l’Italia, lo è stato con un alleato. Dire che una presidente del Consiglio avrebbe addirittura implorato una foto è un’offesa che merita una risposta dura. E Meloni ha fatto bene a rispondere.
C’è però una domanda che resta sospesa nell’aria.
Possibile che Giorgia Meloni se ne accorga soltanto oggi?
Perché Trump non è diventato cafone ieri mattina. Non è stato un improvviso incidente diplomatico. È lo stesso Trump che umiliava gli alleati e accarezzava gli autocrati. Lo stesso Trump che trattava Zelensky da questuante e Putin da interlocutore privilegiato. Lo stesso Trump che insultava leader europei, magistrati, istituzioni internazionali e chiunque non gli desse ragione.
Dov’era la sorpresa quando prendeva a schiaffi diplomatici Macron? Quando attaccava Trudeau? Quando liquidava Scholz? Quando seminava tensioni con mezzo Occidente?
In quei momenti andava bene. Perché si coltivava la favola del rapporto speciale. La teoria del ponte. Trump sarà duro con tutti, ci dicevano, ma non con noi. Noi abbiamo Giorgia. Noi abbiamo il canale privilegiato. Noi abbiamo l’amicizia personale.
A un certo punto si è arrivati persino a parlare di Nobel per la pace.
Ora scopriamo che Trump è Trump. Un cafone anche con l’Italia.
Benvenuti.
Il problema non è che oggi Meloni si sia indignata. Il problema è che per un anno e mezzo ha chiesto agli italiani di considerare normale ciò che normale non era. Ha spiegato che ogni insulto era una strategia, ogni provocazione una tattica, ogni umiliazione un dettaglio trascurabile.
Finché gli schiaffi cadevano sugli altri, si poteva continuare a raccontare la favola dell’amico forte.
Poi è arrivato il turno dell’Italia.
E improvvisamente quello che ieri era leadership oggi diventa arroganza. Quello che ieri era schiettezza oggi diventa maleducazione. Quello che ieri era genio negoziale oggi diventa un problema.
Trump non è cambiato.
È semplicemente arrivato all’ultima fermata del viaggio.
Quella in cui anche il ponte scopre di essere stato attraversato.
Ci sono dibattiti complessi, pieni di sfumature, in cui persone intelligenti possono legittimamente avere opinioni diverse. E poi c’è il generale Vannacci che scopre la parola femminicidio e reagisce come uno che entra in una scuola elementare e scopre l’alfabeto.
Secondo lui, se esiste il reato di femminicidio, allora si sta dicendo che alcune vittime valgono più di altre. Siamo all’ABC. Letteralmente. È il livello in cui bisogna spiegare che specificare non significa gerarchizzare come ama fare sempre lui per ogni cosa.
Se il Codice distingue tra omicidio mafioso, terrorismo, stalking, maltrattamenti o incidente stradale, non è perché alcune vite contano più di altre. È perché capire il contesto e il movente serve a riconoscere un fenomeno e a contrastarlo. Ma niente. Vannacci ha capito che se dici “femminicidio” stai assegnando medaglie al dolore. C’è qualcosa di straordinario nella costanza con cui il generale Vannacci riesce a trasformare ogni discussione in una lezione involontaria sul perché certe parole servano.
Lo spiegò con una chiarezza disarmante Michela Murgia, vediamo se lo capisce: «La parola femminicidio non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa».
Non è un omicidio qualsiasi. È l’uccisione di una donna perché donna: perché ha detto no, perché ha lasciato un compagno, perché ha rivendicato autonomia, libertà, il diritto di decidere della propria vita. È il gesto estremo di una cultura del possesso che trasforma l’amore in proprietà e il rifiuto in una colpa da punire.
Chiamarlo femminicidio non significa attribuire meno valore alle altre vittime. Significa dare un nome a una specifica forma di violenza per poterla riconoscere, comprendere e contrastare.
Ma Vannacci è fatto così: appena incontra una parola difficile, che descrive la complessità del mondo, prova a cancellarla. E quindi propone di abolire il reato di femminicidio.
Come se eliminando il termine sparisse il problema.
Purtroppo non funziona così. Se togli la parola “femminicidio”, non scompaiono le donne uccise perché hanno osato essere libere. Scompare soltanto la volontà di guardare in faccia la realtà. E quella sì che è una forma di resa culturale.
C’è una parola che la destra europea usa come un rosario elettorale: cristianità.
Bisogna difendere l’Europa cristiana, dicono. Dall’islamizzazione. Dall’invasione. Dall’altro che bussa alle nostre porte. È diventata una formula magica: basta pronunciarla e ogni politica diventa lecita. I respingimenti diventano difesa della civiltà. Le morti nel Mediterraneo diventano effetti collaterali. La paura diventa identità.
Poi arriva il Papa e rovina la sceneggiatura.
Leone, alle Canarie, ha detto una cosa semplicissima e devastante: davanti ai profughi bisogna inchinarsi. Inchinarsi. Non tollerarli. Non compatirli. Non gestirli. Inchinarsi. Perché in ognuno di loro bisogna vedere il volto di Cristo. Perché ogni anima che vaga nel Mediterraneo è un’anima da salvare. Perché basta morti in mare.
E allora qualcuno dovrebbe spiegare dove sarebbe questa fantomatica “Europa cristiana” che andrebbe difesa dai migranti.
Perché se cristianesimo significa riconoscere nell’ultimo un fratello, soccorrere chi rischia di annegare, accogliere chi fugge dalla fame, dalla guerra e dalle persecuzioni, allora il problema non è l’islamizzazione dell’Europa. Il problema è la sua scristianizzazione.
L’ipocrisia diventa insopportabile quando si passa dal Mediterraneo ai campi.
Ogni volta ci raccontiamo la stessa favola. Che si tratti di episodi isolati. Di qualche mela marcia. Poi quattro braccianti muoiono in un furgone di ritorno dal lavoro e scopriamo, ancora una volta, che non c’è nulla di eccezionale. Il caporalato non è un residuo del passato. È un ingranaggio perfettamente inserito dentro una parte dell’economia italiana. Vive grazie alla disponibilità di un esercito di lavoratori ricattabili, invisibili, facilmente sostituibili.
Questo governo approva decreti flussi che prevedono l’ingresso di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri perché l’Italia ha bisogno di loro. Servono nei campi, nei magazzini, nei cantieri, nelle case. Ma poi li intrappola dentro la Bossi-Fini, trasformando la regolarità in un percorso quasi impossibile. Prima li rendono invisibili. Poi usano quella invisibilità per alimentare la propaganda contro l’immigrazione irregolare.
È il capolavoro del cinismo: creare il problema e poi chiedere voti promettendo di risolverlo.
Si può discutere di quote, integrazione, sicurezza, politiche migratorie. Ma smettiamola con l’ipocrisia di spacciare per cristianesimo ciò che con il cristianesimo non ha nulla a che fare.
Perché quelli che agitano il Vangelo come una clava identitaria non sopportano che il Vangelo venga letto davvero. Preferiscono il presepe ai poveri, il crocifisso come simbolo tribale alla croce come sacrificio, il Dio delle frontiere al Dio delle Beatitudini.
Esistono due Europe. Una che si chiude nella sua fortezza, considera gli altri inferiori e chiama autodifesa l’omissione di soccorso. E un’altra che continua a pensare che la dignità umana venga prima della paura, che la civiltà non si misuri dalla forza con cui respinge ma dalla capacità di non perdere la propria umanità.
La prima può anche vincere le elezioni. Ma abbia almeno il pudore di non chiamarsi cristiana.
Perché il Papa, con una sola parola, ha smontato l’inganno.
Inchinatevi.
Non ai confini. Non ai sondaggi. Non alle paure.
Ai profughi che annegano nel Mediterraneo e ai braccianti che raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole. Perché, se credete davvero a quel Cristo che dite di voler difendere, è lì che dovreste cercarlo.
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