Psicologia Applicata
21/01/2023
15/11/2022
Il principale errore di chi vive un’esperienza dolorosa è quello di credere alla menzogna del tempo guaritore, cioè quella metafora secondo cui ci sarebbe un guaritore (il tempo) che, se lasciato operare indisturbato, provvederà a far sparire il dolore che ci affligge.
E allora accade che ogni giorno milioni di persone che hanno vissuto un’esperienza traumatica come una perdita, un tradimento o un maltrattamento, si chiudono in casa e aspettano.
Aspettano che la sfera di piombo che gli pesa nel petto si riduca sempre di più fino a sparire. Solo allora si sentiranno autorizzati a ricominciare a vivere.
Sembra plausibile, dopotutto è ciò che ci hanno sempre raccontato, no?
"Il tempo guarisce tutto", ripeteva la nonna.
Peccato che quasi mai le cose vanno così.
Spesso queste persone finiscono solo con il perdere tempo prezioso, restando bloccati nel passato mentre il resto del mondo va avanti.
Presto o tardi si renderanno conto che la sfera di piombo non si riduce affatto col tempo, e che la metafora è una bugia.
Ma allora cosa bisogna fare?
Innanzitutto bisogna ribaltare la prospettiva.
🛑 Non c’è bisogno di ridurre il dolore per percepirlo come meno ingombrante: basta espandere il contenitore, ovvero te stesso/a.
Bisogna abbracciare quell’esperienza traumatica e crescere attorno ad essa, affinché diventi sempre meno d’intralcio nella vita di tutti i giorni.
Il tempo è importante, certo, ma non è l’unico fattore in gioco.
A seguito di un’esperienza negativa, una persona può avviare un processo di crescita nel giro di poche settimane, senza dover aspettare anni.
1️⃣ Il primo step per far crescere il barattolo è ovviamente quello di educare te stesso.
Dal latino educĕre, ovvero “condurre fuori”, questo termine non va confuso con la generica educazione scolastica o con le buone maniere.
Educare se stessi vuol dire tirar fuori il meglio di sé e affinare le proprie facoltà mentali, morali e spirituali.
Il modo migliore per farlo è quello di imparare qualcosa - qualsiasi cosa - perché l’educazione altro non è la ristrutturazione di vecchie convinzioni sul mondo (o su specifici argomenti del mondo).
E se sei vittima di un trauma, fidati che hai un gran bisogno di ristrutturare il modo in cui percepisci la realtà.
- Impara a suonare uno strumento, a cucinare dei piatti esotici.
- Impara a spurgare il lavello per sentire di avere il controllo su ogni imprevisto in casa tua, che sarebbe la tua zona di comfort.
- Fai jogging, fai pilates o iscriviti in palestra.
- Riprendi in mano quel vecchio hobby di modellismo o di cucito.
- Vai da chi può offrirti aiuto specializzato, se necessario.
Questo significa educare se stessi.
C’è solo una cosa che non devi assolutamente fare: aspettare.
Tu sei quel barattolo, espandi quel barattolo.
01/05/2022
La cosa migliore che può fare chi è intrappolato in un lavoro che non ama è smettere di identificarsi con il proprio mestiere.
Il primo passo è iniziare a usare i verbi, invece dei nomi, quando bisogna descrivere a qualcuno cosa si fa nella vita.
L’obiettivo è quello di tracciare una linea di demarcazione tra ciò che si è (come essere umano) e ciò che si fa per sopravvivere.
Ricorda: uno degli assiomi della Psicologia è che il linguaggio che usiamo plasma il nostro pensiero.
Sembra una sciocchezza, ma in realtà questo piccolo cambiamento linguistico ha degli effetti incredibili sulla salute mentale.
Vedi, le persone che soffrono a causa del proprio lavoro sono vittime di un enorme, gigantesco, equivoco:
credono di essere il lavoro che svolgono.
Quando accade ciò, un errore o un litigio sul lavoro non viene percepito come un semplice sbaglio, un banale imprevisto, ma come un vero e proprio attacco alla propria personalità.
Ogni errore mette in discussione la propria esistenza, il proprio diritto ad esistere nel mondo.
“Non sono un buono commesso, figuriamoci come essere umano”, è il pensiero intrusivo che potrebbe instillarsi nella mente.
Ma noi non siamo il nostro lavoro.
Certo, rappresenta una parte importante della nostra vita, rinforza la nostra identità sociale… ma non dobbiamo permettere che diventi l’unica identità che ci resta.
ℹ️ Facciamo un esempio concreto.
Sei ad un party e si avvicina uno sconosciuto.
Fa qualche battuta divertente, ma poi giunge alla fatidica domanda: “che lavoro fai?”
A questo punto dovresti rispondere usando un verbo che descrive la tua azione lavorativa (es: “organizzo e vendo articoli di abbigliamento”), invece di usare il titolo lavorativo (es: “sono un commesso”), con cui rischi di identificarti.
Un altro esempio è “insegno in una scuola dell’infanzia”, invece di “sono una maestra”.
👩🏻💻Una donna può lavorare alla cassa di un supermercato 8 ore al giorno, ma di sera accende il computer e scrive uno dei suoi racconti rosa che la rendono amata dalle sue lettrici.
👨🏼🎨Un uomo può lavorare all’altoforno di un’acciaieria per tutta la notte, ma quando torna a casa si dedica al restauro della sua collezione di fumetti d’epoca.
Come dovrebbero definirsi queste due persone, una cassiera e un operaio?
Fare ciò vorrebbe dire ridurre al minimo le numerose sfaccettature della loro personalità.
Ciò non è positivo né per loro, né per la società intera.
L’eccessiva identificazione con il proprio lavoro genera mostri, oltre ad un biglietto di sola andata verso la nevrosi.
🔴 In conclusione, presta più attenzione al modo in cui descrivi te stesso come lavoratore.
Tendi a usare più i verbi o più i titoli?
A meno che tu non lo faccia volutamente perché ami quei titoli e il prestigio che portano con sé (es: “sono un giudice, un astrofisico, ecc.”), inizia a dis-identificarti dal tuo lavoro, soprattutto se è temporaneo e non ti rispecchia.
Descrivi il tuo lavoro spiegando cosa fai per guadagnare soldi, invece di spiegare cosa sei.
Ne guadagnerai in salute, in attesa di formarti e cercare un lavoro più gratificante.
👨⚕️ PS: Per lo stesso motivo noi dottori moderni incoraggiamo i pazienti a non identificarsi con il proprio problema psicologico (es: “sono ansioso”, “sono aracnofobico”), ma esortiamo ad usare un linguaggio orientato a ciò che fanno (es: “soffro di attacchi d’ansia”, “ho la fobia dei ragni”).
Sfruttalo anche tu.
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di Psicologia Applicata
27/02/2021
"Un bambino che sperimenta violenza, povertà o abbandono, invecchia più velocemente?"
Alcuni ricercatori hanno riunito 79 ricerche che studiavano gli effetti di traumi precoci sull'invecchiamento umano per dare una risposta a questa domanda.
La meta-analisi ha coinvolto 119.263 persone.
Ebbene, cosa hanno scoperto gli psicologi?
Per prima cosa, hanno diviso queste persone in 2 gruppi sulla base di 2 categorie di avversità che potevano incontrare durante l'infanzia.
1️⃣ Il primo gruppo era composto da persone che da bambini avevano subito un evento traumatico di tipo violento (come essere ripetutamente picchiati, assistere ad un omicidio, ecc.).
2️⃣ Il secondo gruppo era composto da quelli che da piccoli avevano sperimentato traumi correlati a deprivazione affettiva o economica (come ad esempio essere abbandonati dai genitori o dalle istituzioni).
Fatte queste due distinzioni, gli scienziati hanno analizzato tre aspetti tipici dell'invecchiamento biologico di un essere umano:
1. la pubertà precoce,
2. il sottosviluppo cerebrale
3. e l'invecchiamento cellulare.
Ciò che hanno scoperto è che i bambini che vivevano traumi di tipo violento, ma non quelli di deprivazione, raggiungevano la pubertà più velocemente dei loro coetanei.
🔜 Andare in pubertà precoce a 6-7 anni può essere un campanello d'allarme. Vuol dire che il corpo sta forzando il cambiamento cellulare prima del previsto.
🧬 Un'altra differenza è che i "traumatizzati" mostravano un invecchiamento cellulare maggiore.
Cosa significa?
Significa che nelle loro cellule c'erano dei telomeri più corti del normale.
I telomeri 🧿 sono dei "cuscinetti" che proteggono il nostro DNA impedendo che si sfilacci causando tumori e morte precoce, ma con l'avanzare dell'età tendono ad accorciarsi in tutti gli umani (è per questo che "si muore di vecchiaia").
Capirai bene che averli corti già a 35 anni a causa di traumi precoci non è un buon segno.
🧠 Analizzando il cervello di questi individui, si è notato un assottigliamento corticale.
Vuol dire che alcune porzioni del cervello si atrofizzano, con dirette conseguenze sul suo funzionamento.
I ricercatori concludono questa meta-analisi con un monito alle istituzioni: prevenire e occuparsi dei traumi psicologici potrebbe contribuire ad allungare la vita delle persone.
Fonte: COLICH, ROSEN, et al. (2020), “Biological aging in childhood and adolescence following experiences of threat and deprivation: A systematic review and meta-analysis”,
articolo pubblicato sulla rivista Psychological Bulletin
08/01/2021
Toccati la testa: ti sei mai chiesto come è cambiato il tuo cervello in questi mesi di lockdown?
Gli studi condotti su animali e persone, che hanno vissuto l'isolamento, hanno evidenziato che alcune strutture cerebrali si modificano a causa della mancanza di interazioni sociali.
E non sempre le modifiche sono a tuo vantaggio.
Ecco le 3 più importanti.
1️⃣🧠 LA CORTECCIA PREFONTALE
Alza una mano e mettila sopra le tue sopracciglia: lì si trova la corteccia prefrontale.
È una strana cosa la corteccia cerebrale prefrontale.
Si tratta del pezzo di encefalo che si è sviluppato più recentemente negli uomini.
Ci serve per svolgere compiti importantissimi, come pianificare correttamente una strategia per affrontare un problema (es: "per non fare tardi al lavoro, mi conviene usare la metro oppure rischiare prendendo la strada principale con l'auto?").
È anche responsabile dei nostri tratti di personalità e di una corretta condotta sociale: se il vostro inquilino è chiassoso, manifesta uno sprezzante atteggiamento di sfida e gode nel rompere i vostri oggetti, probabilmente la sua corteccia prefrontale difetta un po'.
Ebbene, in alcuni studi si è visto che le persone sottoposte a isolamento prolungato sperimentano una riduzione del volume della corteccia prefrontale (cioè lo spazio che occupa nella scatola cranica diminuisce).
Questo si traduce in un aumento di pessime decisioni prese dal soggetto in questione e un aumento di comportamenti anti-sociali.
2️⃣🐴 L'IPPOCAMPO
L'ippocampo è un pezzo di cervello con una forma e un nome molto buffo (hippocampus in latino significa "cavalluccio marino").
A dispetto della sua pucciosità, esso svolge un ruolo molto importante nella nostra vita: è il responsabile della formazione dei ricordi, permettendo di conservare le informazioni che acquisite nella memoria a lungo termine (se tra 3 mesi vi ricorderete che l'ippocampo ha la forma di un cavalluccio marino, dovrete ringraziare proprio l'ippocampo).
Gli umani e gli animali sottoposti a isolamento possono avere un ippocampo più piccolo della norma e una riduzione delle concentrazioni del Fattore Neurotrofico Cerebrale.
Cos'è il Fattore Neurotrofico Cerebrale?
Questo nome lungo e dalla difficile pronuncia indica un tipo di proteina che nutre e alimenta i neuroni del sistema nervoso centrale. È roba buona, è nel tuo interesse che il corpo ne produca in grandi quantità.
Purtroppo l'isolamento sociale impatta negativamente su questi fattori, il che si traduce in una riduzione della capacità di apprendimento e di pensiero superiore (è il motivo per cui alcuni studenti stanno sperimentando un calo di prestazione scolastica da quando sono stati confinati a casa).
Perfino i livelli di cortisolo, l'ormone dello stress, aumentano a causa del lockdown, il che danneggia sempre di più il nostro amato ippocampo.
Come risolvere la situazione? Le interazioni sociali devono essere ridotte al minimo in presenza e purtroppo su questo non possiamo fare diversamente.
Tuttavia, si è visto che alcuni esercizi fisici aumentano notevolmente la produzione del Fattore Neurotrofico Cerebrale: corsa sul posto, cyclette, danza aerobica, rock-climbing in casa vanno più che bene.
Da fare per pochi minuti al giorno in casa per 5 giorni a settimana.
3️⃣🏉 L'AMIGDALA
L’amigdala è una struttura a forma di mandorla (dal greco antico: amygdálē, “mandorla”) che si trova davanti all’ippocampo.
Essa è l’organo cerebrale deputato alla gestione delle emozioni, soprattutto la paura.
Circa un decennio fa, alcuni ricercatori scoprirono che c’era una correlazione tra l'ampiezza della rete sociale di una persona e il volume della sua amigdala.
È presumibile pensare che più conoscenti e amici ha una persona, più interazioni sociali sperimenta durante la giornata.
Ebbene, sono queste esperienze che influenzano l’amigdala e cambiano la sua struttura.
Dal lato opposto, altri studi hanno visto che l'amigdala è più piccola nelle persone che vivono in solitudine.
Se vuoi evitare che questo accada anche quando l'isolamento te lo impone una causa di forza maggiore, consiglio di usare programmi come Zoom o Google Meet per ricreare artificialmente quegli ambienti sociali in cui eravamo immersi prima.
Ad esempio, una famiglia italiana è diventata virale per un video in cui giocavano a Monopoli-a-distanza durante le festività natalizie.
Con una telecamera riprendevano la mappa di gioco e con le altre si collegavano in videochiamata per dare istruzioni e chiacchierare.
A volte lo spirito di adattamento fa emergere la nostra creatività e la nostra capacità di risolvere i problemi.
Con un po’ di inventiva anche tu potrai evitare che il tuo corpo accusi pesantemente i colpi di un isolamento eccessivo. 🙂
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