Mario Morcone
06/11/2025
Quello che penso su Palazzo Fienga, nel Comune di Torre Annunziata, e i beni confiscati alla criminalità. la Repubblica Napoli di Raffaele Sardo
24/09/2025
A Castel San Lorenzo ho condiviso un momento importante con alcuni sindaci del Cilento e con le cooperative Arcipelago della Solidarietà e Aries.
Al centro della giornata: accoglienza, ripopolamento delle nostre aree interne, integrazione e inclusione, insieme a formazione, lavoro, assistenza sociale e sanitaria per i migranti.
In questi cinque anni la Campania è stata tra le prime regioni ad attivare il tavolo contro il caporalato e a dedicare grande attenzione a minori stranieri non accompagnati, donne e famiglie migranti.
Sono basi solide su cui costruire la prossima legislatura, con ancora più forza e determinazione.
Un grazie di cuore a chi ogni giorno lavora per comunità più giuste e accoglienti.
11/07/2025
🔴 30 anni dopo Srebrenica, il negazionismo è ancora una ferita aperta.
Un reportage coraggioso e necessario firmato da Ludovica Passeri per Sky tg24 - Insider racconta cosa sta accadendo oggi in Serbia, dove la verità sul genocidio è ancora oggetto di negazione sistematica.
Da ex inviato ONU, come amministratore regionale di Mitrovica,
non posso restare in silenzio.
📌 Leggete, condividete, riflettete: perché la memoria è il primo passo verso la giustizia.
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Stato di negazione, la Serbia 30 anni dopo Srebrenica
Un Paese diviso: tra chi nel giorno designato dall’Onu commemora il genocidio e chi ridimensiona, banalizza e nega, a cominciare dai vertici politici. Ne abbiamo parlato con Branimir Đurović, ricercatore dell’organizzazione Iniziativa della Gioventù per i Diritti Umani: “Il primo e più esplicito negazionista serbo è il presidente Vučić. Il revisionismo storico è diventato sistematico, oggi più che nel passato”. ”The only genocide in the Balkans, was against the Serbs”. La frase è scritta a caratteri cubitali, non in serbo ma in inglese, così che possa essere letta e capita da tutti, soprattutto dagli stranieri. Campeggia lungo un palazzo della centralissima Ulica Knez Mihailova, nel punto da cui si irradiano le vie dello shopping e dei ristoranti turistici di Belgrado. Comparso per la prima volta nel 2024, cancellato, ricomparso poco dopo e mai rimosso dalle autorità, il gigantesco graffito, che porta la firma di un gruppo dell’estrema destra serba, ha compiuto un anno ed è diventato parte integrante del paesaggio urbano, e forse qualcosa di più, un simbolo.
In Serbia la riconciliazione è ancora un miraggio e il primo a essere accusato di negazionismo rispetto ai crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati dai serbi e dai serbo-bosniaci durante il conflitto fratricida degli anni Novanta, in cui si scontrarono gli Stati e le comunità un tempo unite sotto le insegne della Jugoslavia, è il presidente della Repubblica, il conservatore Aleksandar Vučić, l’uomo che da 12 anni regge le sorti del Paese e che dallo scorso novembre è bersaglio di un grande movimento studentesco e civico anti-corruzione che chiede un radicale cambio di sistema e di leadership. Oggi più che mai gli occhi sono puntati su di lui, nell’anniversario di quello che fu il primo genocidio sul suolo europeo dopo la Seconda guerra mondiale. Non un massacro, non una strage, ma il crime des crimes. Nell’estate del 1995 a Srebrenica, nella parte orientale della Bosnia al confine con la Serbia, 8mila uomini e ragazzi bosgnacchi - bosniaci musulmani - vennero trucidati dall’esercito serbo-bosniaco secondo un piano approvato dal generale Ratko Mladić e da Radovan Karadžić, presidente della Repubblica Serba, una delle due entità della Bosnia. Il metodo Srebrenica fu messo in atto, tra l’11 e il 22 luglio, in quella che era stata dichiarata zona protetta dell’Onu sotto la vigilanza dei caschi blu olandesi che, senza un mandato chiaro, rimasero a guardare. I corpi furono abbandonati in fosse comuni: tre decenni dopo è ancora in corso l’identificazione delle vittime. Con gli accordi di Dayton si arrivò a una pace, che fu solo l’inizio di un percorso di riconoscimento morale e politico delle violenze commesse tra il 1992 e il 1995. La giustizia internazionale con un apposito tribunale per l’ex Jugoslavia ha condannato oltre 50 persone per un totale di più di 700 anni di carcere. Nel 2007 la Corte dell’Aia ha riconosciuto l’intento di distruzione del gruppo etnico dei bosgnacchi, configurando i fatti di Srebrenica come genocidio e individuando dei responsabili. La Serbia fu tuttavia assolta dall’accusa diretta. Nel 2025 Srebrenica resta un tabù, un tema divisivo e avvelenato dalla propaganda.
“Purtroppo, la società serba ha ancora difficoltà ad affrontare quanto accaduto. E la ragione principale è che chi detiene il potere nega che a Srebrenica sia avvenuto un genocidio: negano di fatto la qualificazione giuridica. Si sentirà dire che alcune persone sono state uccise, mettendo magari in discussione il numero di morti. Nessuno, però, dirà che si è trattato di genocidio. E questo è in continuità con il passato. Con l'arrivo al potere di Aleksandar Vučić, però, la situazione è ulteriormente peggiorata. Oggi assistiamo a una aperta e sistematica negazione”, spiega Branimir Đurović, ricercatore della Youth Initiative for Human Rights.
L’organizzazione, meglio conosciuta in serbo come Inicijativa, per il terzo anno consecutivo ha stilato un rapporto sul negazionismo dei crimini degli anni ‘90 passando al vaglio le dichiarazioni delle più alte cariche dello Stato e le prese di posizione dei media vicini al partito al potere da oltre un decennio, l’SNS, il Partito progressista serbo. Incontriamo Đurović a Belgrado nell’ufficio dell’associazione che punta sul dialogo tra i giovani dell’area ex-Ju e che ha sedi anche a Zagabria, Sarajevo, Podgorica, Pristina, ed è anche per questo bollata dagli ambienti di destra come “anti-serba”. Il 2024 è stato un anno record: “Abbiamo registrato e ricostruito nel rapporto ’Stato di negazione: mentire sui crimini sotto la bandiera’ circa 40 virgolettati di rappresentanti del governo e personalità politiche”, afferma.
Ad innescare questa nuova offensiva di media e autorità è stata l’adozione, poco più di anno fa, da parte dell’Onu di una risoluzione che proclama l'11 luglio "Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica”. Vučić volò a New York per tentare di bloccare l’iniziativa e si avvolse poi nel tricolore serbo in segno di protesta.
La risoluzione ha scatenato una campagna promossa dai vertici dello Stato al grido di “Non siamo un popolo genocida”, uno slogan ufficiale che in pochi giorni è stato vergato sui muri di molte città del Paese. Come ampiamente dimostrato dallo studio, l’argomento del “popolo genocida” è stato utilizzato per aizzare gli animi contro i nemici esterni, ma nel testo adottato, in realtà, non si attribuiscono colpe collettive. Il vittimismo è un pilastro fondamentale della retorica negazionista: “Si sposta l’attenzione sulle volte in cui i serbi hanno patito violenze e ingiustizie: dalla Seconda guerra mondiale per mano dei croati, ai crimini perpetrati dagli albanesi nel quadro della guerra in Kosovo che fu successiva a quella in Bosnia. Così si fa presa sui traumi delle persone". Una narrazione rilanciata anche dalla Chiesa ortodossa: il patriarca serbo Porfirio ha anticipato di qualche mese la risoluzione denunciando nella sua “Lettera di Pasqua” un “tentativo di revisionismo storico senza precedenti” che avrebbe trasformato il popolo serbo da “vittima di genocidio” a “autore”.
Anche alla vigilia dell’anniversario dei 30 anni di Srebrenica, Vučić ha ribadito la sua linea, affermando che la difficile battaglia contro la risoluzione continua e che la Serbia ha dimostrato come “un piccolo Paese libertario sappia proteggersi e difendere il proprio diritto a esistere”. Il palco da cui ha pronunciato queste parole è quello della tv commerciale Prva e l’occasione è la diffusione di un documentario il cui titolo è emblematico: “Anatomia dell’inganno - Srebrenica”. Il trend del 2024 è destinato a consolidarsi, secondo Đurović. “Lo posso affermare sulla base anche degli ultimi mesi di monitoraggio: abbiamo raccolto già tantissimo materiale”.
Vučić non ha sempre disertato le commemorazioni. Esattamente 10 anni fa, veniva contestato duramente con annesso lancio di sassi nel memoriale di Potočari, sobborgo di Srebrenica. Pur non pronunciando la parola genocidio, allora in qualità di premier, si era detto aperto alla riconciliazione. “Parliamo di un leader che nei primi anni di ascesa al potere ha cercato di presentarsi come filoeuropeo e propenso ai valori democratici, salvo poi rivelarsi per la propria vera natura. Vučić è lo stesso ministro di Milošević, l’uomo che fece deflagrare il nazionalismo serbo, che negli anni ‘90 disse 'Per ogni serbo, 100 musulmani uccisi’, una frase diventata famosa, lo stesso che non riconosce i crimini contro gli albanesi-kosovari. Se avesse voluto abbracciare quella democrazia di cui parlava, il primo passo sarebbe stato rispettare le vittime degli anni ‘90, di tutte le parti”, sottolinea.
Se si sconfina in Bosnia, troviamo un esempio significativo dell’utilizzo strumentale della questione Srebrenica per fini politici: l’attuale presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik fa eco alle dichiarazioni di Belgrado. “È molto interessante analizzare la sua posizione perché un tempo Dodik sosteneva che a Srebrenica ci fosse stato un genocidio. E ora rinnega tutto”. Per capire le ragioni della ritrattazione si deve guardare alla situazione complicata in cui si trova la Bosnia, i cui equilibri interni sono a rischio. Negli scorsi mesi contro Dodik la Procura della Bosnia-Erzegovina ha spiccato un mandato di arresto internazionale, recentemente revocato, e la dialettica tra autorità bosniache e l’entità serba è serratissima: Dodik ha più volte minacciato la secessione della Repubblica Srpska dal resto del Paese. ”Sta usando l'eredità degli anni '90 e le divisioni esistenti in Bosnia-Erzegovina per mantenersi al potere e unire la sua comunità. E così, in definitiva, sta mettendo a repentaglio l'esistenza stessa della Bosnia-Erzegovina, e persino della Repubblica Serba, con una retorica fortemente bellicosa e negazionista dei crimini commessi dai serbo-bosniaci contro i bosniaci-musulmani”, insiste il ricercatore. Da un lato il processo politico che si svolge nei programmi tv e nelle sedi del dibattito, dall’altro quello giuridico che avviene nei tribunali serbi. Con un certo tempismo il 5 luglio Milenko Živanović, comandante del Corpo della Drina dell’esercito della Repubblica Serba, è stato assolto dall’accusa di aver ordinato lo sfollamento forzato della popolazione bosniaca dalla “safe area” di Srebrenica. “Come altre istituzioni in Serbia, la Suprema Corte partecipa attivamente alla negazione dei crimini di guerra e del genocidio. I giudici stanno cercando - commenta Đurović - di proteggere le persone coinvolte e cercando di processarle entro i confini serbi senza estradarli, entrando in contraddizione con i verdetti paralleli dei tribunali bosniaci e non solo. Di casi ce ne sarebbero tanti”.
La riabilitazione dei responsabili passa per le aule di giustizia ma anche per i programmi scolastici, che risentono dell’ideologia negazionista dei vertici, e per i luoghi di cultura. L’anno 2025 sarà ricordato in Serbia per la pubblicazione di una raccolta di poesie dal titolo sinistro, “Fiaba nera”, che porta la firma di quel Radovan Karadžić condannato per il genocidio di Srebrenica. A promuovere l’iniziativa editoriale dell’ex presidente poeta è stata la Società letteraria serba, un ente di prestigio. “La chiamiamo negazione extraistituzionale e avviene quando a metterla a punto sono persone che non fanno parte del governo”, conclude. Spesso si tratta dei media, ma anche di professori illustri, di esperti e studiosi a cui viene data grande visibilità nei salotti televisivi. “A Radovan Karadžić, che si trova in carcere nel Regno Unito, è stato persino recapitato un telegramma di auguri per il suo compleanno e la sua opera è stata raccomandata da un importante docente dell’università di Belgrado, considerato di opposizione a Vučić ma legato al mondo conservatore-ortodosso”. Se Karadžić si riscatta attraverso la letteratura - compone poesie da sempre - e viene glorificato come vate, Mladić è stato omaggiato nel 2021 con un grande murale da un gruppo di estrema destra. Il graffito è stato rimosso solo dopo lungo tempo e innumerevoli ostacoli. Il ministero dell’Interno arrivò a proibire gli assembramenti per bloccare l’iniziativa della nostra associazione che aveva promosso un raduno per cancellare il ritratto. Per questo non mi stupisco che nel cuore di Belgrado ci sia una scritta enorme che nega apertamente il genocidio e che penso non sarà rimossa” prevede Đurović .
Tassello per tassello si compone il puzzle del negazionismo in Serbia, fatto di dichiarazioni programmatiche, di direttive scolastiche, di appelli religiosi, di inazione, più detti che non-detti. Dinanzi a questo quadro il Partito d'Azione Democratica del Sangiaccato che rappresenta la comunità bosgnacca in Serbia, e che ha due eletti, ha depositato un testo in cui si invita in modo chiaro e inequivocabile l'Assemblea Nazionale e tutti i deputati a dimostrare “responsabilità morale, maturità storica, orientamento europeo e impegno per la verità”. Nel Paese in cui, come è stato scritto pochi giorni fa sulle colonne del giornale di opposizione Danas, “il Tribunale dell'Aia non è un tribunale ma un'inquisizione antiserba, i condannati dell'Aia non sono condannati ma eroi, i detenuti dell'Aia non sono detenuti ma martiri” e in cui “tutti, ma proprio tutti coloro che sono sopravvissuti al processo o alla condanna, hanno usato quel tribunale o la scarcerazione come biglietto d'ingresso per l'alta società per la nuova élite della Serbia di Vučić”, c’è chi lotta per la verità. A trent’anni dal genocidio di Srebrenica, associazioni e cittadini si ritrovano per una manifestazione proprio nella piazza della Repubblica, a Belgrado, davanti al graffito che nega il genocidio di Srebrenica. Un faccia a faccia tra due versioni differenti della Storia, tra due Serbie.
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