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25/05/2026

Ho appena finito di riflettere su una intervista a Mo Gawdat, ex dirigente di GoogleX.
Non condivido necessariamente ogni previsione, ma il tema è troppo importante per liquidarlo come semplice fantascienza.
Secondo Gawdat, stiamo entrando in una fase di forte turbolenza che potrebbe durare 12-15 anni: un periodo complesso, instabile, quasi distopico, prima di poter forse arrivare a una fase più positiva nel rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale.
Il punto centrale del suo discorso non è che l’AI sia “cattiva” in sé.
Il punto, molto più scomodo, è che l’intelligenza artificiale rischia di diventare un amplificatore della stupidità, dell’avidità e dell’ego umano.
Il problema non sarebbero quindi le macchine super-intelligenti, ma il fatto che oggi queste macchine vengono sviluppate e usate dentro sistemi guidati spesso da profitto, potere, competizione estrema e interessi non sempre limpidi.
In questo scenario, libertà, economia, lavoro e connessione umana potrebbero essere profondamente stravolti.
Gawdat prevede addirittura il possibile raggiungimento dell’intelligenza artificiale generale entro poco e indica come passaggio più critico l’arrivo di AI capaci di migliorarsi da sole, scrivendo il proprio codice ed evolvendo a una velocità che noi umani faticheremmo anche solo a comprendere.
Questa possibile “esplosione di intelligenza” potrebbe rendere obsoleti molti lavori da colletto bianco: programmatori, contabili, analisti, consulenti, impiegati e molte figure oggi considerate intellettuali o professionali.
Secondo lui, una super-intelligenza davvero razionale non avrebbe interesse a distruggere ecosistemi, generare guerre o sprecare risorse: sarebbero comportamenti inefficienti, dispendiosi e illogici.
Al contrario, potrebbe forse aiutarci a gestire meglio sistemi complessi, risorse, energia e produzione, aprendo la strada a una società in cui il lavoro non rappresenta più il centro assoluto della vita.
Ma nell’attesa di questa possibile trasformazione, il consiglio più forte che emerge è quasi antico: tornare a essere profondamente umani.
Dobbiamo imparare a usare l’AI come strumento, ma senza delegarle ciò che ci rende persone: connessione reale, empatia, ricerca della verità, dubbio critico e responsabilità.
Mi ha colpito molto questo invito: vivere più pienamente il presente, amare di più, ascoltare di più, osservare meglio.
Perché se davvero il mondo che conosciamo sta per cambiare radicalmente, ciò che conterà non sarà solo quanto saremo tecnologicamente evoluti, ma quanto saremo ancora capaci di restare umani.
Forse, invece di temere le macchine, dovremmo iniziare a temere meno, pensare meglio e connetterci di più con chi abbiamo accanto.
Secondo voi, l’intelligenza artificiale ci renderà più liberi o più dipendenti?

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