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Photos from Oca&Rum's post 16/03/2018

OCA PLANET | La Rocchetta Mattei

Nata come roccaforte del conte Cesare Mattei, la Rocchetta è diventata successivamente avamposto dell’esercito tedesco, poi meta di rave clandestini e, infine, location di cene a tema Harry Potter.

Tanti scenari diversi per questo castello che è un patchwork di stili architettonici, un mix di moresco e medievale, che stanno tra loro come il parmigiano sulle cozze.
Un’idea moderna, perché non stiamo parlando di un castello feudale ma di un edificio del 1850, creato in modo assurdo e geniale: è tutta un’illusione ottica, i bassorilievi, i marmi sontuosi, le scalinate di legno,altro non sono che materiale economico dipinto sapientemente.

E tutto questo lo rende comunque un luogo estremamente affascinante e suggestivo, nonostante il tentativo dei successivi gestori di renderlo una specie di LunaPark. Sono state infatti aggiunte delle prigioni totalmente fake e un pozzo con i rasoi, perché fa tanto Dungeons and Dragons. Ma mai random quanto una statua di BiancaNeve a dimensioni reali, sì, avete capito bene, hanno tentato anche questa.

Ma perché è stata creata la Rocchetta con tutto il suo simbolismo? Cesare Mattei ha costruito la sua dimora Disneyana per studiare l’elettromeopatia e provare a curare quei malanni a cui la medicina dell’epoca non trovava soluzione.
Da piccoli ipocondriaci quali siamo, parlare di medicina ci fa già sentire annebbiati e non ci sono prove inconfutabili dell’effettiva efficacia del metodo Mattei. Sappiamo però che i pellegrinaggi alla Rocchetta furono tanti, così come le persone che ammirarono l’operato del conte.

A tutti voi ipocondriaci, feticisti di BiancaNeve e amanti dei giochi di ruolo consigliamo una capatina alla Rocchetta. E a una delle tante trattorie tra Grizzana Morandi e Riola, dove la polenta al cinghiale cura ogni male.

Photos from Oca&Rum's post 08/03/2018

DISAVVENTURA NEL BIONDO | Frida mai una gioia


When life gives you lemon, make lemonade.

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Ancora più gettonata di PokemonGo, la mostra di Frida Khalo a Milano: e all’improvviso sono tutti diventati critici d’arte e psicologi.
All’ennesima foto di un autoritratto dolente con didascalia in pieno stile Moccia, alziamo i nostri pigri sederi dal divano e andiamo al Mudec, con un certo scetticismo.
Ridondanti sono le luci soffuse e la malinconica musica che ci insegue in ogni stanza, non è certo difficile cogliere note amare nell’arte di Frida, una donna giustamente arrabbiata con una vita che le ha lentamente tolto tutto, tranne il suo disperato bisogno di esprimersi, che a noi è costato 15 euro e qualche battuta su Diego, il marito st***zo che nessuno vorrebbe avere.

Non vogliamo scrivere un’accozzaglia di luoghi comuni sull’emancipazione e la forza di volontà.
Vi consigliamo quindi di andare al Mudec, informarvi sul retroscena delle opere e fare vostra quell’ondata di emozioni, senza bisogno dell’interpretazione romantica di LeprottaCandyGirl69 (se esisti, perdonaci, oh audace roditrice).
Noi ce ne andiamo con l’idea che vivere ed esistere non debbano essere sinonimi, alla ricerca del Biondo in ogni angolo del mondo.

Per il resto .

Ma se oggi, per la festa della donna, volete conoscere le imprese di qualche donna straordinaria, vi accontenteremo. Siete avvisati però, perchè questa non è una storia con un lieto fine. Anzi, non solo non c’è lieto fine, ma nemmeno un lieto inizio, e ben poco di lieto anche in mezzo. Ed infatti la vita di Frida Kahlo è delineata da una lunga serie di sfortunati eventi.

Nata nel 1907, la sua spensieratezza di bambina termina ben presto, quando all’età di 6 anni scambiano la sua schiena bifida per una poliomielite, che le compromette la gamba destra che rimarrà più piccola della sinistra. Fin da subito viene schernita dai suoi coetanei per questo handicap. Ma gli avvenimenti più tragici devono ancora ve**re.
A 18 anni è vittima di un gravissimo incidente in autobus: diverse persone muoiono e lei ne esce gravemente ferita. Tra le terrificanti conseguenze dell’incidente quello peggiore: un corrimano dell'autobus che le entra nel fianco e le esce dalla va**na e che la renderà sterile.
Costretta a letto per un lungo periodo di convalescenza, la sventurata Frida trova un pò di conforto nella pittura: inizia così la serie di autoritratti, essendo se stessa la figura che più spesso vedeva e meglio conosceva.
A 19 anni le sue condizioni si aggravano ulteriormente e le complicazioni dovute all’incidente le rendono necessaria l’applicazione di una protesi alla gamba destra e un busto di ferro per sostenere la colonna vertebrale.
Inutile dire che anche la sua vita sentimentale è ricca di infausti eventi. Si sposa giovane, a 22 anni, con un artista di nome Diego più vecchio di lei, che la tradirà ripetutamente, persino con sua sorella.
A 23 anni subisce un ab**to, il primo di una serie di 3 che la segnano profondamente.
Muore a 47 anni dopo una serie di 32 operazioni (non tutte andate a buon fine) e la definitiva amputazione della gamba destra, ormai incancrenita, che la costringe a portare una protesi e a muoversi in sedia a rotelle. Non si esclude l’idea di suicidio, anche se la causa naturale della morte è un embolia polmonare.

Anche solo la metà di questi nefasti eventi basterebbero a chiunque per chiudere immediatamente facebook e cercare di dimenticarsi di questa infelice storia.
Eppure ce l’ha fatta, verrà ricordata grazie alla sua arte e non per gli accadimenti che segnarono la sua vita. Esempio per tutti di tenacia ed emancipazione.

05/03/2018

OCA ENTERTAINMENT | The Shape of Water

"Non sono bello ma piaccio."

Elisa non fa la vita da bomber di Bobo Vieri; è l’inserviente muta di un laboratorio governativo, un’ordinaria quotidianità spesa tra il mocio lurido e un bugigattolo che condivide con l’illustratore Giles, un animo sensibile alla rassegnata ricerca di lavoro e amore.

Suvvia, non tagliatevi le vene. Elisa veste i panni dell’outsider con grazia e dignità, in un’atmosfera tenera e sognante che ci ricorda Amelie, ma un’Amelie più adulta, consapevole e risoluta.

Nel laboratorio Elisa viene a contatto con una creatura misteriosa, fisico scultoreo da Bronzo di Riace e musetto da rana, con tanto di palpebra anfibia. La fisiologica impossibilità di dialogo tra la fanciulla muta e il sardoncello, viene surclassata da un’intesa che lievita come una focaccina fragrante e sfocia in amore.

“Ma lui è una mezza rana”, direte voi. “E’palmato e viscido”.
Ve lo concediamo, morbosi zoofili cresciuti a pane e Pollon, ma andate oltre, alla metafora di queste due anime forti e delicate che si ritrovano, senza desiderare il riscatto sociale ma, semplicemente, il diritto di sentirsi felici e completi come accidenti pare a loro.

Come in ogni fiaba che si rispetti, col cavolo che vengono ascoltati e parte il testa a testa con l’antagonista dalle dita incancrenite, che sfodera una performance recitativa notevole, facendosi detestare dal minuto uno.

La dolce Elisa/Ariel diventa così il Principe Azzurro, protagonista di un finale di cui abbiamo sentito tante interpretazioni e che vi lasceremo scoprire da soli.

In sintesi, un film delicato ed elegante con una fotografia squisita e la colonna sonora di Alexandre Desplat (Grand Budapest Hotel, The Imitation Game), diretto da Guillermo del Toro, evidentemente più abituato a fiabe dark come il Labirinto del Fauno ma comunque promosso con ottimi voti.

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