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09/01/2020
Le diverse declinazioni della sostenibilità
Alla ricerca di un nuovo equilibrio dove sostenibilità e contribuzione individuale consentano di rifondare su nuove basi il rapporto tra economia e società Sostenibilità significa riconoscere che l’economia non può essere più, in questa nuova condizione storica, una variabile indipendente come è stata nell’epoca post-1989.
Così come aveva pensato Keynes, che aveva cercato una risposta alla crisi degli anni Trenta, la questione sta in un’economia che riconosca il problema di ottenere la crescita senza distruggere le condizioni della sua stessa crescita. Questo è il tema della sostenibilità: fare profitti va bene, ma bisogna prendere coscienza del fatto che se si distrugge tutto, a livello sociale e ambientale, non ci saranno più neanche i profitti.
Sostenibilità ha poi diverse declinazioni che hanno a che fare con il benessere generale, ovvero con un rapporto più rispettoso con l’ambiente, con l’attenzione a un minimo di pace sociale grazie a una distribuzione del reddito un po’ meno diseguale, che permetta la possibilità di una riproduzione umana più tranquilla, quindi un tessuto sociale più stabile e affidabile, e un rapporto corretto tra le generazioni. Questo può derivare da un’economia non della decrescita, ma di una crescita diversa. Non si tratta di dire che l’economia dovrebbe diventare “buona”, perché si tratterebbe di un’affermazione inefficace; ma piuttosto del fatto che da un punto di vista economico è necessario fare un calcolo razionale: accettare di avere profitti più stabili nel tempo con tassi un po’ meno alti. Sono convinto che una parte del sistema economico e degli interessi economici, non tutti ovviamente, ma la parte più illuminata certamente, intuisca questo punto e sia disponibile, a certe condizioni, a entrare in un gioco del genere.
Naturalmente, bisogna creare le condizioni perché ciò possa avvenire. A tutto ciò aggiungo un punto. e non possono convivere, sono in una contraddizione evidente. Non si può immaginare uno scambio tra sostenibilità e consumo, non ha senso. Per questo motivo preferisco usare il termine “contribuzione”. Sostenibilità e contribuzione Di economia della contribuzione parla Bernard Stiegler, che ha scritto molte cose interessanti. La parola contribuzione è un’espressione un po’ più debole, o più , di generatività, ma muove da un principio simile. L’idea è che la sostenibilità ha bisogno di scambiare con la contribuzione, cioè di entrare in un modello in cui come persona, individuo, cittadino, tutti noi siamo felicemente consumatori, ma siamo anche contributori. La mia libertà si qualifica non solo nel momento in cui consumo, cioè mi approprio, ma anche e soprattutto nel momento in cui contribuisco, cioè faccio qualcosa perché sono capace di farla, perché desidero farla, perché ho voglia di farla, perché sento e capisco che è importante farla. Quella di contribuzione è un’idea che riguarda tutto il movimento , evidentemente, basti pensare al riconoscimento della contribuzione del lavoro nelle organizzazioni e nelle imprese.
Ma non dobbiamo limitarci a questo. Pensiamo ad esempio al riconoscimento della contribuzione nell’ambito della vita familiare, al ruolo dei fi gli e al contributo che possono portare nella quotidianità domestica. Consideriamo la contribuzione del cittadino nell’ottenimento di standard ambientali decenti, la contribuzione in campo sociale, nel volontariato e così via. Sono convinto che un modello di sostenibilità abbia bisogno di un ingaggio più forte da parte del cittadino e di una politica che medi lo spazio di profitto sostenibile per le organizzazioni e, dall’altra parte, stimoli e renda possibile la contribuzione diffusa alla produzione di un valore non solo strettamente economico (che pure resta fondamentale). Per fare un esempio concreto, possiamo ricordare quello che è stato fatto in Germania: ormai da 15 anni, a proposito del tema dell’ambiente, è stato fissato politicamente l’obiettivo della sostenibilità ambientale ed è stato indicato come un obiettivo collettivo. Vi sono così imprese che assumono questo vincolo e ne fanno una leva per la propria innovazione, e ne traggono dei vantaggi, ad esempio dal punto di vista fi scale. Il tema della sostenibilità ambientale diventa un punto su cui lavorano in tanti, ciascuno dal proprio punto di vista. Le amministrazioni locali definiscono politiche di gestione del territorio, gestione dei rifiuti e molto altro.
Anche il singolo cittadino partecipa a uno sforzo collettivo per raggiungere quell’obiettivo. Ritengo che, se non esiste più il tipo di finanza che ci rende tutti felicemente consumatori nel modo in cui l’abbiamo avuta negli ultimi trent’anni (e non c’è più perché si trattava di un modello insostenibile), sia necessario ricreare un rapporto tra economia e società, e questo nuovo rapporto debba andare nella direzione di produrre un valore, valore appunto sostenibile nel tempo, multidimensionale, e in grado di ingaggiare in senso più lato le forze sociali di un Paese per rendere possibile la sua sostenibilità. La metafora che uso spesso, in quanto molto semplice e diretta, è che con la globalizzazione 1989- 2008 siamo entrati nell’oceano, siamo usciti dai mari limitati delle economie nazionali. Nei primi vent’anni c’era un’unica corrente che spingeva tutte le barche al largo. Qualcuno sapeva che stava andando nell’oceano, qualcun altro, come l’Italia, ha felicemente sprecato il tempo in cui le condizioni del mare erano favorevoli. Poi c’è stata la tempesta e siamo rimasti a galla grazie al easing (Il quantitative easing è uno strumento non convenzionale di politica monetaria espansiva usato dalle banche centrali per stimolare la crescita, uscendo dalla burrasca economica).
Adesso non c’è tempesta, però ci troviamo in mezzo all’oceano e nell’oceano il mare è grosso, i venti sono contrastanti e il tema è come ci si rimette insieme, cioè come si rinegozia il rapporto tra economia e società e quale rotta si deciderà di seguire. Se non proviamo a riavvicinarci, a rimetterci insieme, se iniziamo a pensare che sia possibile che ciascuno si salvi da solo, se non ci diamo una direzione, il nostro destino sarà perdersi nell’oceano.
Quindi, il problema non è tanto e solo la ripresa. Sappiamo benissimo che questa ripresa è largamente sostenuta dalle politiche monetarie, che ci stanno facendo guadagnare del tempo, ma dove andiamo? Il problema è creare un nuovo equilibrio. Per quanto riguarda la politica, faccio solo una piccola parentesi indicativa, non serve a niente dire alle persone che devono essere felici perché il PIL cresce dell’1% quando invece vivono quotidianamente un profondo senso di slegamento sociale, di mancanza di direzione, di perdita della bussola. Per questo pongo al centro quest’idea dello scambio sostenibile-contributivo.
Non perché penso sia l’unica strada possibile, per me sicuramente potrebbe essere la strada giusta, ma potrebbero emergere anche altre idee. Il punto è che, trovandoci all’interno di un cambio di paradigma, abbiamo bisogno di un nuovo orizzonte in cui riconoscerci, di una nuova meta verso cui andare. Altrimenti la barca resta lì a galleggiare tra un passato discutibile e un futuro che non esiste. E prima o poi, una barca senza direzione, in balia delle onde e dei capricci dell’oceano, affonda. Comunque, ci tengo a ribadire che questo discorso non ha niente a che vedere con la decrescita.
Considero infatti sbagliato parlare in termini di decrescita perché ci porta a focalizzarci esclusivamente sull’aspetto economico, mentre se vogliamo allargare gli orizzonti del ragionamento, come è necessario fare in questo periodo storico, dobbiamo andare oltre l’aspetto puramente economico del concetto di crescita e guardare anche al suo portato filosofico. Il capitalismo non ha fatto altro, in questi ultimi secoli, che tradurre questa tensione al superarci, all’apertura all’oltre noi (quella che Nietzsche ha definito volontà di potenza e che nell’analisi di Heidegger si salda con il nichilismo attraverso la tecnica, in un cortocircuito letale) nella forma del desiderio.
Per questo non possiamo pensare solo in termini economici, soprattutto in questa crisi, e dobbiamo fare i conti con questo nodo filosofico-sociale, fare i conti con l’uomo che emerge da questa tradizione. Evoluzione culturale e nuovi beni.
Che forma prende questo movimento antropologico? E, anzi, come usciamo dalla trappola nichilista e iper-individualista in cui ci siamo trovati negli ultimi trent’anni? Questa lunga crisi, questo cambio di paradigma, reclama un modo per uscirne. Qui subentra, oltre all’idea dello scambio sostenibile-contributivo, la questione dei nuovi beni che dobbiamo pensare per rilanciare l’economia e la società insieme. Utilizzando le nuove tecnologie e investendo sulle persone. , questo dal mio punto di vista vuol dire che l’economia non va vista come una macchina, altrimenti andiamo verso il modello efficienza per controllo, ma un processo di elaborazione culturale che esprime e traduce in economia dei nuovi beni di cui a un certo punto abbiamo bisogno. L’economia è dunque la traduzione materiale dell’evoluzione culturale delle società. Concretamente, in una prima fase abbiamo prodotto i vestiti, le case, poi le infrastrutture, abbiamo costruito le scuole, le autostrade e così via. Negli ultimi trent’anni, abbiamo saturato molto in fretta tutto questo, molto più in fretta di quanto forse ci aspettavamo. Già negli anni Settanta ci sono stati problemi di sovrapproduzione. Negli ultimi trent’anni, da una parte, abbiamo allargato i mercati, dall’altra abbiamo introdotto una serie di beni immateriali. Il desiderio nella sua forma consumistica è stato spostato sulla realizzazione di sé, sul turismo, sull’esperienza culturale, o anche sull’avere un certo tipo di casa, un certo tipo di automobile. Il desiderio è stato culturalizzato.
Qualche economista ha parlato di economia dell’esperienza. Adesso, premesso che avremo sempre bisogno di beni individuali e che questi beni da economia dell’esperienza sussisteranno, che tipo di evoluzione possiamo immaginare in una società come quella europea o italiana, in cui la popolazione è invecchiata? Con questo profilo demografico e un secolo di consumo privato alle spalle, come possiamo pensare che il consumo privato possa sostenere la nostra crescita? Io non lo capisco. Il consumo privato cresce quando i singoli individui devono necessariamente avere un insieme di beni e quando si registra un aumento di popolazione. Poi quando quelle due dimensioni non ci sono più, il consumo privato può continuare a crescere un po’ ma sicuramente non oltre un certo limite. Inoltre, in tutto l’occidente, esiste un problema di iniquità sociale e di redditi bassi che non sostengono i consumi.
Se non ci si preoccupa della sostenibilità sociale, non ci si può aspettare un incremento dei consumi. Ma questo è ancora un altro tema, anche se è necessario ricordarlo. Naturalmente, sappiamo che nessuna economia si regge sulle esportazioni, anche se le esportazioni sono una voce importante, come la stessa vicenda italiana ci dimostra. Pensiamo alle industrie che funzionano.
Le esportazioni, però, non sono consumi, ma produzioni di valore. Tornando alla questione dei beni, se weberianamente l’economia traduce in forma materiale l’evoluzione culturale, o addirittura, se vogliamo usare il termine “weberiano” - “spirituale” della società, la questione è: di quali beni abbiamo bisogno in una società evoluta, avanzata, demograficamente invecchiata? Questa, secondo me, è la vera domanda a cui occorre dare risposta se si vuole uscire dalla crisi.
per FOR - Mauro Magatti Professore ordinario di sociologia presso Università Cattolica del Sacro Cuore
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