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19/02/2024
CONSIGLIO A TUTTI DI ANDARE A VEDERE IL PRIMO FILM REALIZZATO SU BOB MARLEY; PER CHI NE E' UN FAN... TENGA LE
PROPRIE ASPETTATIVE BASSE...
Recensione del film “Bob Marley: One Love”
Sono stato al cinema, ieri. Erano anni che non entravo in una sala cinematografica. Nonostante ami profondamente farlo, le mie precarie condizioni economiche degli ultimi anni mi hanno costretto a inserire questa piacevole abitudine tra le cose superflue e quindi ad accantonare, ogni volta, il desiderio di tornarci.
Ieri no, però. Non ce l’ho fatta a rinunciare. Nella modernissima e accogliente multi-sala Pathè di Dakar era in programma la “prima” ufficiale di One Love, il primo film realizzato su Bob Marley. Dall’anno della sua scomparsa (1981) e nel corso degli anni successivi sono stati realizzati innumerevoli documentari biografici sulla vita del re delreggae jamaicano ma, mai, era stato prodotto un vero e proprio film con degli attori.
Nell’esprimere una recensione sul film voglio partire dal mio personale giudizio alle domande più semplici e banali: “Ti è piaciuto il film?” Si; “Lo consiglieresti ad altri?” Si; “Ha soddisfatto le tue aspettative?” No; “Credi sia stata fatta una ricostruzione esaustiva della vita di Marley?” No; “Credi sia un film che ti permette di conoscere a fondo il personaggio di Bob Marley?” No.
Prima di inoltrarmi nella recensione del film devo fare una doverosa quanto fondamentale premessa. Per me, Bob Marley, è stato una figura fondamentale nella mia crescita. Prima, l’idolo giovanile, poi, un riferimento in età più adulta. Da ragazzo ho collezionato i suoi dischi in vinile: che fossero i 33 o i 45 giri ufficiali, live bootleg o raccolte pubblicate in ogni angolo di mondo. Qualunque libro uscisse su Bob cercavo di farlo mio; e poi, poster e centinaia e centinaia di foto e cartoline con cui avevo tappezzato i muri della mia camera; musicassette di concerti e tutto il materiale video reperibile allora sulle cassette VHS. Nei miei viaggi in giro per l’Europa ricordo di aver saccheggiato i negozi di Londra, Amsterdam e Parigi, tutte città dove di materiale su Bob se ne trovava parecchio. Poi è arrivata l’era digitale: durante i miei viaggi a New York, Los Angeles e San Francisco mi sono ricomprato su cd gli 11 album della discografia ufficiale prodotta dalla Island Records, oltre ad altri live bootleg e raccolte che nel tempo non hanno mai smesso di uscire. Dal 1999 e per il primo lustro degli anni 2000, la mia passione per la musica reggae mi ha portato a fondare e suonare in un sound system e di conseguenza è continuata la ricerca dei 7” originali in vinile, ristampati, ovviamente, perché le stampe originali sono ormai materiale da collezionisti e con prezzi inarrivabili! Fino ad arrivare, in tempi più recenti, all’acquisto dei più famosi DVD. Insomma, tutto questo per dimostrarvi che il mio legame e la relativa profonda conoscenza del personaggio Bob Marley è in me molto presente. Questa mia forte “vicinanza” all’artista del film, inevitabilmente, va ad influenzare il giudizio critico dell’opera realizzata.
Mi sovviene da subito un’analogia con due grandi film realizzati su artisti musicali: quello di Oliver Stone del 1991 su Jim Morrison (The Doors) e quello di Bryan Singer del 2018 su Freddie Mercury (Bohemian Rhapsody). Rappresentare cinematograficamente la vita di un cantante credo sia impresa assai ardua perché necessariamente se si vuole far vivere allo spettatore le emozioni che solo l’arte di un film, fatto di immagini, riesce a trasmettere, difficilmente si riuscirà a essere fedeli all’attitudine dell’arte di un cantante, che rimane quella di far vivere le emozioni tramite la musica. Questo fa sì che inevitabilmente chi ama e conosce profondamente un determinato artista difficilmente riuscirà ad accettare le inevitabili storture della realtà che sono “esigenze” della sceneggiatura di un film. In un film il protagonista, per quanto dannato possa essere, è comunque l’eroe; dalla sua figura deve trasparire una sorta di mito, un qualcosa che affascina, coinvolge ed emoziona lo spettatore. Ho citato, non a caso, i film sui leaders dei Doors e dei Queen, perché ricordo critiche ferocissime da parte soprattutto di chi era fan di quelle due meravigliose rock band. Lo stravolgimento della realtà dei fatti e le cosiddette “trovate” o “adattamenti” cinematografici non sono ben voluti da chi conosce a fondo la vita del personaggio del film. Al contrario, per me, che ero un fan della musica dei Doors e dei Queen, ma che conoscevo solo a grandi linee la vita di Morrison e Mercury, furono due capolavori.
Il mito dell’eroe è fatto di bellezza, morale ed esteriore, che gli dona immortalità. Il palestinese Gesù di Nazareth è l’esempio più calzante: lui, che probabilmente era più nero che bianco, sporco, puzzolente e coi capelli simil dreadlocks alla Marley, per essere imposto come mito al pubblico cristiano è convenuto che venisse rappresentato: bianco, biondo, bello e con gli occhi azzurri… ecco, così ho reso meglio l’idea di cosa si intenda per “esigenza cinematografica”.
Nel film “One love”, ben diretto da Reinaldo Marcus Green, la figura fisica e artistica di Bob Marley non è stata stravolta ma lo ricalca in maniera piuttosto fedele, grazie alla bravura e alla somiglianza dell’attore Kingsley Ben-Adir che, soprattutto nelle parti vocali, ricorda pienamente Marley. Nonostante ciò, è innegabile che Kingsley sia più bello di Bob! Così come la bellissima e bravissima Lashana Lynch è notevolmente più attraente della reale moglie di Bob, Rita, che interpreta magistralmente. E qui mi sorge fare una precisazione su un particolare che hai meno eruditi su Marley può sfuggire. Rita Marley è a tutt’oggi la titolare dei diritti d’autore e di immagine del marito, nonché la produttrice del film stesso. Detto questo, per me, il film non si sarebbe dovuto intitolare “One Love”, titolo di una delle più celebri canzoni di Bob, ma bensì “Bob & Rita”. A tratti, infatti, la trama assume toni romantici che lo fanno sembrare un film d’amore e che mettono in assoluto risalto la figura di Rita, elevandola oltre che a madre-modello anche ad una sorta di spirito guida per Bob, sia nella vita problematica di tutti i giorni che in quella spirituale, visto che anch’ella ha abbracciato, come il marito, la fede rastafari. Ora, non voglio assolutamente asserire che Rita non sia stata una buona madre per i suoi figli, né tantomeno che non sia stata una compagna innamorata del proprio uomo ma è evidente che Bob, fidanzatosi giovanissimo con Rita, dopo un certo periodo abbia “sposato” i dettami della poligamia. Ufficialmente, infatti, Bob ha riconosciuto 13 figli: 3 concepiti con Rita più, 2 adottati e avuti da Rita da altre relazioni e, altri 8, avuti da 8 compagne diverse, tra cui uno, Damian, ad oggi il più famoso, da Cindy Breakspeare, modella e Miss Mondo 1976. Cindy ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di Bob essendogli stata a fianco per quasi tutta la sua vita e soprattutto nell’ultimo anno, quello più doloroso della malattia che l’ha portato alla morte nel 1981, quando aveva soli 36 anni. Nel film questo non si percepisce; in alcuni flashback di un giovane Marley si intravedono solo i tre figli di Rita (Cedella, Ziggy e Stephan) mentre Cindy, che ufficialmente viveva anch’ella nella grande residenza di Bob in Jamaica, si intravede in sottofondo in alcune scene dove vi è tutta la crew di Marley ma non le viene mai data parola in tutto il film.
Un’altra delle cose che non mi è assolutamente piaciuta è la scelta della sceneggiatura a flashback. Adoro i film autobiografici in cui viene rispettata la cronologia degli eventi. In One Love la trama è incentrata solo su un breve periodo della vita di Marley (dicembre 1976-aprile 1978): quello che va dall’attentato subito nella propria residenza, a Kingston, da Bob, Rita e dal manager Don Taylor nel dicembre 1976, in un clima politico rovente e tre giorni prima del concerto-evento “Smile Jamaica”, organizzato per volere del primo ministro jamaicano Michael Manley, con lo scopo di stemperare le tensioni tra i gruppi politici rivali e la successiva partenza di Bob per Londra, dove risiederà e pubblicherà due dei suoi dischi più iconici (Exodus nel 1977 e Kaya nel 1978) prima di rientrare in Jamaica nell’aprile del 1978 per un altro concerto divenuto storico (One Love Peace Concert) in cui chiamò sul palco i due leader politici delle fazioni avverse, il labourista Michael Manley e il conservatore Edward Seaga e cantando e ballando sulle note di Jamming, gli unirà le mani sopra la propria testa in un forte gesto di distensione politica e di speranza di pace.
Questo breve periodo della vita di Bob, sicuramente focale e pregno di eventi importanti, nel film viene continuamente intervallato da scene estemporanee riferite al periodo antecedente, che, soprattutto per lo spettatore ignaro della storia di Marley, possono sembrare incomprensibili nel contesto della trama. Non so quanti abbiano inteso la scena dove un giovane Marley, in compagnia di sua madre si trova negli Stati Uniti, perché voglioso di conoscere suo padre (un Capitano inglese, bianco) che si rifiutò persino di accoglierlo in casa. Il fatto di vedere un uomo bianco che si allontana a cavallo sotto lo sguardo deluso di Bob non penso sia sufficiente a far capire, ai più, la contestualizzazione di quella scena.
Allo stesso modo i flashback riguardanti la fede rastafari, abbracciata in giovane età da Marley, le “apparizioni” a cavallo di Hailé Selassié, il Negus-Imperatore d’Etiopia figura centrale del credo rastafariano o quelli riferiti a Marcus Garvey, predicatore che proclamava la ‘repatriation’, ovvero il ritorno di tutti i neri afro-americani verso Mama Africa e sulla sua profezia del 7-7-77 (Two Sevens Clash), quale giorno di un ipotetica Apocalisse, risultano, secondo me, di difficile comprensione per lo spettatore che ignora totalmente cosa sia il rastafarianesimo.
Vi sono comunque alcuni di questi flashback ricostruiti molto bene: il mio preferito è sicuramente quello in cui gli Wailing Wailers (nome del primo gruppo di Bob) vanno alla loro prima audizione presso il mitico Studio One di Coxsone Dodd, uno dei più famosi produttori dell’epoca sull’isola. L’interpretazione del loro primo successo ska “Simmer down” è favolosa (come l’immagine del tecnico del suono Lee Scratch Perry che se la balla di gusto!) Questa è l’unica immagine in cui sono ben riconoscibili Peter Tosh e Bunny Wailer, ovvero i futuri The Wailers che, fino al loro scioglimento avvenuto nel 1974, hanno accompagnato Bob Marley e sono stati artefici dell’enorme successo che il gruppo aveva riscontrato sull’isola. Bunny in particolare era cresciuto con Bob e lo si poteva considerare come il suo migliore amico. Il fatto che nel film non ci sia alcun riferimento a loro due mi è sembrato indelicato e poco rispettoso verso Peter e Bunny che hanno contribuito in egual misura al successo musicale iniziale e alla formazione del Bob adulto. Ma, credo che l’omissione dal film, anche solo dei loro nomi, sia dovuta ad una questione di diritti, che come detto, per quanto riguarda tutto ciò che è Marley appartengono a Rita. Peter e Bunny hanno fatto entrambi carriera da solisti avendo di conseguenza altri impresari che ne gestiscono i diritti d’autore e di immagine.
La fotografia del film è molto bella; del resto, il meraviglioso contesto geografico, la Giamaica, direi che ha aiutato. Anche le parti registrate a Londra sono molto potenti ed emozionanti.
In particolare, l’incontro di Marley e la sua crew con il movimento punk inglese, che nel 1977 ebbe il suo apice, è rappresentato nel film da una serata in cui si recano ad un concerto dei Clash di Joe Strummer, che sfocia in tafferugli con la polizia, a testimonianza delle forti tensioni sociali che caratterizzarono quel periodo in Inghilterra.
Un altro passaggio poco chiaro nel film riguarda la scena dell’aggressione di Bob al suo manager Don Taylor, reo di averlo truffato sull’organizzazione di alcuni concerti da tenersi in Africa. L’episodio sembra essere accaduto veramente ma in un hotel in Gabon nel 1980 e non durante la permanenza di Marley a Londra nel 1978. Nel film si vedono i coniugi Marley ospiti di un fastoso ricevimento londinese e durante la serata Rita nota che Don Taylor riceve dei soldi da un personaggio non definito. Riportando poi l’accaduto a Bob, questi va su tutte le furie e colpisce duramente Don con un pugno in faccia. Nella medesima serata Rita viene approcciata da un produttore musicale che le offre di registrare un album alle I-Trees, ovvero le tre coriste di Bob (Marcia Griffiths, Judy Mowatt e la stessa Rita). Bob, sopraffatto dalla gelosia, si arrabbia e nega il consenso alla moglie per tale operazione; ne nasce una furiosa discussione e Rita accusa Bob di non essere più il “puro rasta” di una volta e che ora si sta imborghesendo partecipando ai ricevimenti mondani inglesi. Questa scena, che nello spettatore afferma ancora una volta la rettitudine e la giustezza di Rita, potrebbe essere anche accaduta realmente ma, nel contesto in cui viene proposta, non fa che sminuire la volontà di Bob di voler andare nella “sua” Africa. I concerti africani di cui si parla, e per cui Don Taylor si sarebbe intascato dei soldi, nella realtà non avvennero mai nel periodo in cui è ambientato il film.
Marley, infatti, riuscì a sbarcare nella “sua” amata Africa soltanto nel dicembre del 1978; dopo una breve sosta in Kenya, passò infatti quattro giorni in Etiopia, tra Addis Abeba, dove visitò diversi luoghi significativi della vita di Selassié e Shashamane, sede della più grande comunità rasta etiope. Durante questo suo primo viaggio in Africa non effettuò nessun concerto.
Riuscì a tornare nel continente africano soltanto altre due volte: la prima, assai controversa e criticata, fu nel gennaio del 1980 a Libreville, capitale del Gabon. Fu qui che verosimilmente ci fu la lite con Don Taylor e dove Rita non era presente. Marley, mentre era in tournèe negli Stati Uniti sul finire degli anni ’70, aveva avuto una relazione con una giovane studentessa conosciuta ad un suo concerto, Pascaline Bongo, figlia del Presidente del Gabon, Omar Bongo. Costui ero un uomo divenuto ricchissimo grazie ai proventi del petrolio ed era conosciuto internazionalmente come un dittatore feroce che affamava il suo popolo. In occasione della celebrazione di un suo compleanno, il despota decise di invitare alla sua coorte Bob Marley, ma è chiaro che l’esortazione venne dalla figlia che volle mantenere la promessa fatta a Bob quando si conobbero, che prima o poi l’avrebbe fatto approdare in Africa. Omar Bongo rimase al potere per ben 42 anni, dal 1967 al 2009, anno della sua morte; a lui succedette il figlio Ali, fratello di Pascaline, rimasto a capo della nazione gabonese fino all’agosto 2023, quando è stato deposto da un colpo di stato militare. Marley tenne due serate, il 4 e il 6 gennaio al cospetto di una sfarzosa platea che poco si addiceva ai suoi ideali di rivoluzionario e difensore degli oppressi. Di questo episodio, come del citato viaggio precedente, nel film non vi è alcuna menzione, nonostante il richiamo all’Africa venga spesso enfatizzato durante diversi dialoghi.
Quattro mesi più tardi, Marley tornò per l’ultima volta nella sua vita sul suolo africano, questa volta per una nobile e prestigiosa occasione. Accadde il 18 aprile 1980, in occasione del giorno dell’Indipendenza dello Zimbabwe, paese per cui Bob aveva scritto una canzone, intitolata semplicemente Zimbabwe, sul suo album dedicato all’Africa, “Survival” del 1979. E’ il disco con cui personalmente ho conosciuto Bob Marley e che porto nel cuore e nell’anima ritenendolo ancora oggi il suo più bello di sempre. Quello tenuto nello stadio di Harare, capitale dello Zimbabwe, davanti a 100.000 persone fu un concerto epico, funestato purtroppo da continui incidenti e cariche della Polizia locale. L’allora Capo del Governo era Robert Mugabe, che diverrà poi Presidente del paese nel 1987, instaurando una terribile e sanguinosa dittatura durata 30 anni, fino al 2017, quando ormai novantatreenne è stato esautorato da un colpo di stato non violento. Mugabe non voleva che Marley si esibisse il giorno dell’Indipendenza in quanto lo riteneva un “sovversivo, ubriacone e sempre strafatto di ma*****na”, come dichiarò ad una radio locale e avrebbe voluto che suonasse Cliff Richard, rocker e cantante inglese di fama mondiale. Le violenze perpetrate della Polizia il giorno del concerto e l’ostracismo verso Marley e il suo entourage si dice siano state volute proprio da Mugabe, inviperito per non essere riuscito a far prevalere all’Assemblea Parlamentare la sua idea di far suonare Cliff Richard. Questo episodio, di estrema importanza per Marley che finalmente aveva ottenuto un esemplare riconoscimento nella “sua” Africa, è semplicemente menzionato alla fine del film in due righe prima dei titoli di coda.
Un ultimo appunto critico che mi viene da sollevare si collega in qualche modo a quanto detto riguardo alla scarsa importanza che viene data nel film al rapporto che legava Marley all’Africa e quanto realmente accaduto circa tale rapporto. Mi riferisco agli aspetti un po' più torbidi dell’uomo-Marley che non sono emersi per non “sporcare” la figura dell’eroe. Nel primo periodo della sua carriera musicale Bob è cresciuto in una Kingston violenta, fatta di rivalità tra gang e soprusi. E’ noto che spesso si sia presentato con la sua accolita presso le radio locali per minacciare i deejays qualora non avessero “spinto” i suoi pezzi. Inoltre, la vendita di ma*****na, presente ovunque sull’isola, è innegabile fosse un mezzo di sostentamento redditizio e non credo che la crew degli Wailers ne fosse esente. Per capire cosa intendo basti pensare ad alcuni film biografici di alcuni dei più grandi rapper americani di sempre: “Notorious B.I.G.”, “All eyez on me” su Tupac Shakur e “8 Mile” su Eminem. In questi tre riuscitissimi film il rapporto degli artisti con le droghe non viene edulcorato, se non addirittura estromesso dal racconto. In “One love” invece a parte vedere che fumano erba continuamente (sarebbe stato drammatico se non fosse così!) non c’è alcuna menzione al rapporto con la cannabis e il “suo” mondo. Inoltre, anche l’importanza per l’aspetto “spirituale” che rappresenta per i rastafariani il fumare erba, non è in alcun modo spiegato.
In definitiva, nonostante le mie critiche dettate, come spiegavo all’inizio, dall’essere fan di Bob Marley e quindi dall’essere rimasto un po' deluso dalle aspettative che mi ero posto, ritengo che sia comunque un film valido e che vale la pena andare a vedere. Se non altro per mantenere vivo il mito del cantante più conosciuto sulla Terra. Bob Marley e la sua musica, così come i suoi messaggi di pace e di uguaglianza, sono arrivati infatti in ogni angolo del pianeta come nessun altro sia riuscito a fare.
Chiudo con una curiosità circa il cast del film: la bella corista delle I-Trees, Judy Mowatt è interpretata da Sevana, una delle artiste reggae jamaicane più apprezzate al giorno d’oggi mentre il ruolo del mitico bassista degli Wailers, Aston “Family Man” Barrett, venuto a mancare purtroppo il 3 febbraio di quest’anno, è interpretato da suo figlio Aston Barrett Jr.
ONE LOVE
®Massimo Morici
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