Dott.ssa Ivana Risitano - Psicologa

Dott.ssa Ivana Risitano - Psicologa

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28/06/2026

"Noi siamo fatti di tutti gli altri, seguiamo costantemente le orme di qualcuno, poi le abbandoniamo per seguirne altre o per perderci per un po’ e ritrovare altre tracce. Ma arriva un momento in cui è importante scavare i propri solchi, fare una fatica nuova, piú rischiosa, mettendo in gioco la propria capacità di errare. Continueremo a essere fatti di tutto e di tutti ma in quel passaggio, il confronto può diventare uno dei grandi nemici della gioia: è l’occultamento della possibilità di trovare la propria voce, il proprio passo, nella vicinanza a se stessi che fa sentire soli e maldestri"

(Chandra Livia Candiani)

Photos from OPRS - Ordine Psicologi Sicilia's post 20/06/2026
16/06/2026

Femminicidio: che cos'è e perché si chiama così

Quando si discute se il femminicidio "esista", si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant'anni. Come psicologhe e psicologi sentiamo la responsabilità di riportare il discorso su quello che gli studi, i dati e l’esperienza clinica hanno già documentato, perché comprendere questo fenomeno fa parte del nostro lavoro di ogni giorno.

La parola ha una storia precisa. La criminologa Diana Russell usa il termine femicide nel 1976, parlando al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, e ne mette a fuoco il significato nel volume del 1992, quando lo definisce come l'uccisione di una donna in quanto donna, cioè per ragioni che hanno a che fare con il genere. Negli stessi anni l'antropologa messicana Marcela Lagarde conia in spagnolo feminicidio, poi reso in italiano con femminicidio, allargando il concetto fino a comprendere le forme di sopraffazione e di violenza che spesso preparano il terreno all'omicidio. Serviva una parola nuova proprio perché "omicidio", termine neutro, finiva per cancellare l'informazione che più conta, e cioè il movente.

Prima ancora delle teorie, sono i numeri a raccontarlo. Nel 2025, secondo il report del Servizio analisi criminale del Ministero dell'Interno, in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell'ex. C'è un dato che colpisce più di tutti: mentre gli omicidi complessivi calano fino al minimo degli ultimi dieci anni, gli omicidi di donne dentro la coppia restano fermi, con le stesse 62 vittime sia nel 2024 sia nel 2025, tanto che le donne arrivano a rappresentare la quota più alta mai registrata sul totale delle persone uccise. Gli uomini vengono uccisi in contesti molto diversi e quasi mai da chi dicono di amare, e questa asimmetria si ripete identica anno dopo anno, segno di un fenomeno strutturale che ha una sua grammatica riconoscibile.

Quella grammatica la conosciamo bene, perché è materia clinica prima ancora che statistica. Il femminicidio arriva raramente all'improvviso, dal momento che di solito è l'ultimo gradino di una lunga escalation. Già nel 1979 la psicologa Lenore Walker, nel suo studio sulle donne maltrattate, descriveva il ciclo della violenza, in cui si alternano una fase di accumulo della tensione, l'esplosione vera e propria e una fase di riconciliazione che illude e trattiene la vittima, mentre la spirale a ogni giro si stringe un po' di più. Anni dopo il sociologo Evan Stark ha aggiunto un tassello che ai clinici dice molto, quello del controllo coercitivo, una forma di dominio fatta di svalutazione, isolamento, sorveglianza, controllo del denaro e delle relazioni, capace di non lasciare lividi e di restare per questo invisibile a chi osserva da fuori. È dentro dinamiche come queste, segnate dal possesso e dall'incapacità di accettare un rifiuto o una separazione, che si misura la distanza tra il femminicidio e gli altri omicidi.

Riconoscere questa specificità produce conseguenze molto concrete. Permette di prevenire, perché aiuta a valutare il rischio nei passaggi più pericolosi, a cominciare dalla fine di una relazione. Permette di proteggere chi è in pericolo e di prendere in carico, nei programmi dedicati, gli uomini che usano violenza, con l'obiettivo di interrompere le aggressioni e ridurre il rischio che si ripetano, tenendo sempre al primo posto la sicurezza delle donne. Permette, a chi resta, di dare un nome al proprio dolore e di sentirsi finalmente creduta. Una parola precisa diventa così uno strumento di lavoro, perché dove manca il nome si fatica perfino a vedere il problema.

Su questo terreno la legge 181 del 2025, che ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio all'articolo 577-bis, ha recepito quanto la comunità scientifica andava dicendo da tempo. Nella stessa direzione si muove l'Unione europea, visto che la direttiva 2024/1385 nomina espressamente sia il femminicidio sia il controllo coercitivo tra le forme della violenza contro le donne. Quelle norme riconoscono un movente specifico, fatto di odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna e radicati in una cultura precisa, e gli danno un nome perché senza nome non lo si può contrastare. La dignità di ogni vittima resta identica davanti alla legge, e proprio per questo distinguere il movente aiuta a capire e a prevenire.

Come psicologhe e psicologi mettiamo a disposizione le nostre competenze, dai centri antiviolenza alla valutazione del rischio, dal lavoro con le vittime a quello con gli autori, fino alla formazione di chi accoglie le donne nei servizi. La parola femminicidio è il primo di questi strumenti, e rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere.

𝐶𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑎 𝑆𝑐ℎ𝑖𝑟 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑟𝑖 𝑂𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑁𝑂𝑃, 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒

Per approfondire 👇
https://www.psy.it/femminicidio-che-cos-e-perche-si-chiama-cosi/

07/06/2026

L’equivoco del “prendersi cura di sé”

Quando il benessere rischia di trasformarsi in ripiegamento sull’io

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

Negli ultimi anni sentiamo continuamente parlare di amore per sé stessi, di scelta di sé, di tutela della propria energia, di confini e di cura personale. Molte di queste espressioni nascono da esigenze autentiche e necessarie. Per troppo tempo molte persone hanno vissuto nell’annullamento di sé, nel sacrificio compulsivo, nella dipendenza affettiva o nell’incapacità di riconoscere i propri bisogni. Recuperare ascolto di sé, dignità personale e consapevolezza emotiva può rappresentare un passaggio fondamentale di crescita.
Eppure oggi sta emergendo un equivoco che merita attenzione.
Alcune forme contemporanee di “cura di sé” rischiano infatti di trasformarsi lentamente in una cultura centrata quasi esclusivamente sull’io. Un io continuamente osservato, protetto, analizzato, monitorato e soddisfatto. Accade così qualcosa di paradossale: mentre aumentano i discorsi sul benessere, cresce la fatica relazionale; mentre si parla di autenticità, aumenta l’incapacità di tollerare il conflitto, la frustrazione e la complessità dell’altro; mentre si insiste sul volersi bene, questo viene talvolta tradotto nella ricerca di relazioni prive di fatica, nell’interruzione rapida dei legami difficili e nella pretesa di vivere soltanto esperienze immediatamente gratificanti.
Il rischio è che il prendersi cura di sé venga confuso con il proteggersi continuamente dalla vita.
Ma la vita umana non cresce soltanto nell’autoprotezione. Cresce nell’incontro, nella reciprocità, nella capacità di attraversare relazioni imperfette senza vivere ogni disagio come una minaccia alla propria integrità psicologica.
Esiste una differenza profonda tra avere cura di sé e costruire un’esistenza centrata esclusivamente sul proprio equilibrio individuale. Quando tutto viene interpretato attraverso la domanda “Come mi fa sentire?”, “Mi protegge abbastanza?”, “Mi appaga?”, “Mi fa stare bene subito?”, l’altro rischia lentamente di diventare una funzione del proprio benessere. Non una persona da incontrare, ma uno strumento per sentirsi bene.
E questo impoverisce le relazioni.
Molte persone oggi sviluppano una crescente attenzione verso il proprio mondo interno ma, contemporaneamente, una minore capacità di tollerare il limite dell’altro, di sostenere la frustrazione, di abitare la complessità relazionale e di vivere il legame come spazio reciproco piuttosto che come esperienza autoreferenziale.
Anche certa divulgazione psicologica rischia talvolta di alimentare inconsapevolmente questa deriva. Non la psicoterapia autentica, profonda e relazionale, ma alcune sue semplificazioni culturali. Quando il lavoro interiore viene ridotto esclusivamente alla protezione di sé, all’eliminazione del disagio, all’evitamento della sofferenza e alla continua centralità dei propri bisogni, si rischia di formare persone sempre più concentrate su sé stesse e sempre meno disponibili all’alterità.
Eppure la maturità non consiste soltanto nel conoscersi meglio.
Consiste anche nel riuscire a uscire da sé stessi senza perdersi.
L’essere umano non cresce soltanto attraverso l’introspezione. Cresce attraverso la relazione, la responsabilità, la cura reciproca e la capacità di amare senza vivere ogni coinvolgimento come una minaccia alla propria autonomia.
L’amore, l’amicizia, la genitorialità, l’impegno sociale e la vita comunitaria richiedono inevitabilmente una quota di decentramento dell’io. Non un annullamento patologico di sé, ma la capacità di fare spazio all’altro.
Oggi esiste il rischio di una società composta da individui sempre più consapevoli dei propri bisogni e sempre meno capaci di vivere la reciprocità. Persone attente a sé stesse ma progressivamente più sole, più fragili nelle relazioni e meno disponibili a sostenere legami che non siano immediatamente funzionali al proprio equilibrio personale.
Per questo il punto non è smettere di prendersi cura di sé.
Il punto è chiedersi se questa cura stia rendendo la persona più viva anche nella relazione con gli altri oppure se la stia lentamente rinchiudendo dentro un io continuamente preoccupato di sé stesso.
Perché esiste una forma di benessere profondamente individualista che rischia di impoverire l’esperienza umana.
La vera trasformazione non nasce quando impariamo soltanto a proteggerci. Nasce quando riusciamo a integrare la cura di sé con l’apertura all’altro, i confini con la reciprocità, l’autenticità con la responsabilità affettiva.
Perché l’essere umano non fiorisce soltanto nell’autoconservazione. Fiorisce anche quando riesce ad amare senza smettere di essere sé stesso.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie

Photos from Eos Messina's post 19/05/2026

🔥🌋

Photos from Dott.ssa Ivana Risitano - Psicologa's post 15/05/2026

Due eventi stimolanti questo e il prossimo weekend: domenica 17 il nostro
Psi-Trek a Caronia, per camminare nella natura e per sentire il nostro "essere acqua"; sabato 23 un seminario sul femminile, tra anatomia e psicologia. Passate parola 🌊💧🌷🔥

12/05/2026

Siamo (anche) Acqua ...

09/05/2026

Domenica prossima... Essere Acqua 💧

Eccociiii❤️
Siamo pront@ per questa nuova esperienza!

Dopo aver esplorato l'essere fuoco, aria e terra, domenica 17 maggio cammineremo dentro il nostro Essere Acqua, ultimo appuntamento del ciclo Psi-Trek sugli elementi naturali.

Per l’occasione, abbiamo scelto di lasciarci abbracciare dalle meraviglie dei Nebrodi… anche questa volta in una location imperdibile 😉

Info e prenotazioni:
Valeria 3406172950
Ivana 3493225156

Vi aspettiamo 🏞️🫧💧🌊

01/05/2026

Il lavoro non è solo ciò che facciamo.
È il modo in cui abitiamo il mondo.

Ogni anno, il 1° maggio richiama parole che rischiano di diventare rituali: diritti, sicurezza, dignità.
Eppure, oggi più che mai, queste parole chiedono di essere rimesse a terra, dentro la complessità dei contesti reali.
Perché il lavoro cambia.
Si trasforma con le tecnologie, si frammenta nelle forme contrattuali, si intensifica nei ritmi, si espone a nuove vulnerabilità.
E insieme al lavoro, cambia anche ciò che spesso resta invisibile: la qualità delle relazioni, il peso delle responsabilità, la tenuta emotiva delle persone.
Non si può parlare di sicurezza senza includere la dimensione psicologica.
Non si può parlare di produttività ignorando lo stress, il burnout, la fatica delle lavoratrici e dei lavoratori.
Non si può parlare di futuro senza interrogarsi sul senso che il lavoro assume per le nuove generazioni.

La Festa del Lavoro oggi, ci chiede uno sguardo più ampio.
Ci chiede di riconoscere che il lavoro è anche un luogo di costruzione – o di erosione – della salute, della dignità, dei legami sociali.

Come comunità professionale, siamo chiamati a presidiare questo spazio.
A portare competenze nei contesti organizzativi, nei servizi, nei luoghi della cura e della formazione.
A contribuire a costruire ambienti di lavoro più sostenibili, più consapevoli, più umani.

Perché tutelare il lavoro significa, prima di tutto, tutelare le persone.

Buona Festa delle Lavoratrici e dei Lavoratori.

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