Intenzioni in Azione
20/05/2026
Riccardo ha 29 anni.
Fa il commerciale.
Quando mi scrive non dice:
“Ho paura del rifiuto.”
Dice:
👉 “Rimando sempre le chiamate difficili.”
Lead da ricontattare.
Clienti freddi.
Preventivi senza risposta.
Follow-up da fare.
Li guarda.
Ci pensa.
Li sposta a domani.
Nel frattempo fa altro:
• sistema file
• controlla mail
• organizza agenda
Sembra produttività.
Spesso è evitamento elegante.
Perché dentro succede questo:
👉 se mi dice no = non piaccio
👉 se non risponde = non valgo abbastanza
👉 se rifiuta = ho sbagliato io
Il problema non è la chiamata.
È il significato che le dà.
Così ogni contatto diventa esame.
Ogni silenzio diventa giudizio.
Ogni no diventa ferita.
A un certo punto mi dice:
👉 “Quando rifiutano, ci resto male come fosse personale.”
Ed è lì il nodo.
Non aveva un problema di vendita.
Aveva un problema di identità confusa col risultato.
Non abbiamo lavorato sullo script.
Abbiamo lavorato sul reframe.
Gli ho dato una frase semplice:
Rifiuto = dato, non sentenza
Un no può significare:
• non è il momento
• non c’è budget
• non c’è bisogno
• non hai parlato con il decisore
• timing sbagliato
Non significa automaticamente:
👉 “Tu non vali.”
Poi una regola pratica:
Conta le azioni, non gli esiti
Ogni giorno segna:
• chiamate fatte
• follow-up inviati
• conversazioni aperte
Non quanti sì.
Perché controlli il gesto,
non la risposta.
All’inizio fa fatica.
Ogni no punge ancora.
Poi succede qualcosa:
• chiama di più
• personalizza meno il rifiuto
• regge meglio il silenzio
Dopo qualche settimana mi scrive:
👉 “I no ci sono ancora…
ma non li uso più contro di me.”
E questa è la svolta.
L’autostima non cresce
quando tutti ti dicono sì.
Cresce quando un no
non decide chi sei.
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16/05/2026
Roberto ha 45 anni.
Secondo matrimonio.
Una nuova relazione.
Una donna presente, affettuosa, disponibile.
Quando mi contatta non dice:
“Ho paura di rivivere il passato.”
Dice:
👉 “Quando cambia tono… mi insospettisco.”
Un messaggio letto e non risposto subito.
Un sorriso al telefono.
Un ritardo banale.
Un dettaglio che non torna.
E dentro si attiva tutto.
Perché Roberto una ferita se la porta addosso.
Tradimenti passati.
Bugie scoperte tardi.
Fiducia data… e rotta.
Così oggi il presente paga il conto del passato.
E allora parte il copione:
👉 “Chi era?”
👉 “Perché non hai risposto?”
👉 “Come mai eri fredda?”
👉 “Fammi capire bene.”
Lui lo chiama chiarezza.
Spesso è interrogatorio travestito.
Il problema è che non cerca davvero informazioni.
Cerca sollievo.
Vuole calmare l’ansia controllando.
Ma ogni domanda fatta da paura produce due effetti:
• lui si calma per pochi minuti
• l’altra si sente sotto esame
E lentamente succede una cosa pericolosa.
La partner si spegne.
Parla meno.
Racconta meno.
Evita temi inutili.
Misura le parole.
Non perché nasconde.
Perché si protegge.
A un certo punto Roberto mi dice:
👉 “Non capisco perché ora mi racconta meno cose.”
Ed è lì il nodo.
Non aveva un problema di trasparenza.
Aveva un trauma relazionale ancora attivo.
Non abbiamo lavorato su di lei.
Abbiamo lavorato su cosa succedeva in lui prima della domanda.
Gli ho dato tre passaggi.
1. Riconosci il trigger
“Mi sono attivato.”
Non significa: è colpevole.
Significa: si è mosso il mio passato.
2. Ferma l’interrogatorio
Prima di chiedere:
👉 sto cercando verità… o sollievo?
3. Sostituisci controllo con vulnerabilità
Invece di:
“Chi ti scriveva?”
Dire:
👉 “Mi sono sentito insicuro adesso. Ho bisogno di rassicurazione.”
All’inizio gli sembra debolezza.
Poi succede qualcosa.
Meno tensione.
Più sincerità.
Più vicinanza spontanea.
Dopo qualche mese mi scrive:
👉 “Non è sparita la paura…
ma non la faccio più guidare.”
E questa è la svolta.
Le domande fatte dalla paura non costruiscono fiducia.
La consumano.
La fiducia vera nasce quando curi la ferita…
non quando interroghi chi ami.
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