xXx - Urbex Intruders
10/01/2026
𝙁𝙚𝙧𝙧𝙤 𝙚 𝙈𝙚𝙢𝙤𝙧𝙞𝙖...
Eccoci qui... Siamo tornati a pubblicare dopo le meritate vacanze natalizie.
Un tempo sospeso, necessario, che ci ha permesso di ritagliarci spazio per noi, per vivere momenti di totale spensieratezza e per fare ciò che, più di ogni altra cosa, ci fa stare bene: esplorare.
Quattromilasettecento chilometri in otto giorni, attraverso Francia e Belgio, senza una vera meta finale se non quella di inseguire storie dimenticate.
Strade secondarie, cancelli socchiusi, luoghi che non chiedono di essere visitati, ma ascoltati... Posti da osservare con rispetto, da fotografare con calma, da raccontare senza fretta...
Sono le sette del mattino e il capannone ferroviario ci aspettava da anni, immobile e paziente.Un luogo nato inizialmente come polo manutentivo del parco rotabile delle ferrovie belghe e divenuto poi deposito per accantonare il materiale destinato a un museo mai realmente completato. Un progetto rimasto sospeso, come un treno fermo su un binario morto.
Decine di locomotive, elettrotreni, vagoni e vaporiere accantonati con ordine, allineati come se qualcuno dovesse tornare, da un momento all’altro, a rimetterli in funzione. Ma quel momento, purtroppo, non è mai arrivato.
Ogni viaggio all’estero, per scaramanzia, comincia sempre allo stesso modo: con i soggetti preferiti del nostro Urbex Man.
È una regola non scritta, una sorta di rito. Come se toccare ferro e rotaie fosse il modo giusto per chiedere permesso al viaggio.
Siamo arrivati presto, troppo presto per il mondo là fuori.
La neve inizia appena a cadere, sottile e silenziosa, mentre la città comincia a svegliarsi. Un freddo pungente ci entra nelle ossa, mentre l’adrenalina fa il resto. Infreddoliti sì, ma con quell’emozione che conosci bene: quella che ti prende quando sai di essere nel posto giusto, al momento giusto.
È il secondo tentativo. Il primo, a dicembre 2024, era fallito lasciandoci con l'amaro in bocca... Stesso capannone, stesso obiettivo.E pensare che quel luogo era stato individuato già cinque anni prima, come un segreto che si lascia intravedere ma non concedere mai del tutto. Per dinamiche diverse, era sempre rimasto fuori dalla nostra rotta.
Una volta dentro, il tempo non scorre più, i rumori esterni sono amplificati e il rumore della neve che si posa sul lucernario, ci accompagna per tutta L'esplorazione...
Vagoni e le locomotive di epoche diverse raccontano tutto senza parlare.
C’è il carbone, nero e pesante, che sa di fatica e di mani sporche.
Ci sono le locomotive elettriche, figlie di un’epoca che prometteva progresso e ordine.
Il diesel, fase di transizione, né antico né moderno.
E poi loro, i più giovani e già vecchi: i convogli dell’alta velocità, l’Eurostar che un tempo collegava la Francia alla Gran Bretagna, simbolo di un’Europa che correva veloce e guardava avanti.
Per chi ha l’occhio allenato, per quelli come Massimiliano che della ferrovia ci vivrebbe, questo capannone non è solo un deposito,è un viaggio dentro la rivoluzione sociale e dei trasporti. Ogni locomotiva è una pagina, ogni vagone una riga di una storia più grande: operai, pendolari, guerre, ricostruzioni, sogni industriali mai del tutto compiuti.
Dal treno postale delle poste belghe, purtroppo pesantemente vandalizzato, al vagone scuola dove gli allievi si esercitavano nella manovra degli scambi dei grandi raccordi ferroviari.
Ma accanto al tempo e all’abbandono, come spesso accade, c’è anche altro.
Molti di quei treni sono stati vandalizzati gratuitamente, senza senso né rispetto. Vetri spaccati, interni distrutti, scritte fatte più per ferire che per lasciare un segno.
Non stratificazione, non dialogo con il luogo, ma violenza muta su ciò che non può difendersi. Ferite inutili che non raccontano nulla, se non l’incapacità di comprendere il valore di ciò che si ha davanti. Ferite che contribuiscono, semplicemente, alla fine di questi pezzi di storia.
Eppure, anche in mezzo a quel silenzio rotto, le storie continuano ad affiorare.
Parlando con il nostro amico Lorenzo Pantani , esperto e professionista del mondo ferroviario, sono emerse alcune curiosità che rendono questo luogo ancora più potente.
Lui quei locomotori li conosce davvero bene: nei suoi primi anni di lavoro nelle ferrovie italiane, li manovrava.
Infatti alcuni locomotori diesel presenti nel capannone hanno dei veri e propri fratelli gemelli in Italia. Le locomotive belghe serie 84 (nate come gruppo 250) giunsero nel nostro Paese alla fine degli anni ’70, a seguito della nascita di un’azienda privata che, nei decenni, crescerà fino a diventare una costola di FS Logistix – Gruppo Ferrovie dello Stato.
Complessivamente in Italia ne arrivarono sei, con l’ultima giunta quasi trent’anni dopo la prima... Alcune rimasero nella livrea originale, altre, quelle che vedrete in foto, assunsero la colorazione gialla da mezzo d’opera.
Così come silenziosamente arrivarono, altrettanto lentamente scomparvero o se ne persero le tracce...
Come se una parte di quei treni avesse continuato a vivere altrove, mentre l’altra, più sfortunata, fosse rimasta qui, congelata nel tempo.
La vernice scrostata e la ruggine parlano il linguaggio degli anni. Ma sapere che quei convogli hanno avuto un’eco anche sulle rotaie italiane crea un filo invisibile tra passato e presente.
E mentre fuori la neve continuava a cadere, lì dentro sembrava di essere al riparo non dal freddo, ma dal presente.
Un luogo che non è museo, non è rovina completa, non è più funzione.
È memoria su rotaia, segnata dal tempo, dall’incuria e da legami che,sorprendentemente, non si sono mai spezzati...
“Finché si avranno passioni, non si cesserà di scoprire il mondo.”
È ciò che la nostra passione ci porta a fare ogni giorno, ogni weekend libero: scoprire le bellezze nascoste che ci circondano. Tra sacrifici, chilometri, spese e risvegli all’alba.
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