Geolab onlus
07/07/2025
Da https://ambientenonsolo.com/ Direttore Marco Talluri
Dire che la transizione ecologica è un fatto ideologico non è un’opinione. È una dichiarazione di potere. È il tentativo di spostare il conflitto, di disinnescare la questione reale trasformandola in guerra di parole. In questa torsione semantica, l’ambiente smette di essere un orizzonte condiviso e diventa un nemico culturale, una minaccia all’identità. La parola “verde” perde le sue radici nella terra e si carica di sospetto. Non nomina più un’urgenza, ma un progetto egemonico. Non chiede responsabilità, ma evoca imposizioni. In questa narrazione, la transizione ecologica non è risposta alla crisi, ma imposizione di una nuova fede. Non è cura, ma conversione forzata.
Ma l’ambiente non è un’ideologia. È la condizione del vivente. È il nome che diamo a ciò che ci precede, ci sostiene e ci supera. La crisi climatica, con il suo carico di numeri e silenzi, non si iscrive in uno schema dottrinale. Non chiede consenso. Interroga. Disvela. E come ogni disvelamento, mette a n**o.
La resistenza che incontra non è solo politica. È ontologica. Tocca il modo stesso in cui siamo stati educati a pensare il mondo. La modernità ha separato la natura dalla cultura, ha relegato il vivente a sfondo, ha pensato il progresso come superamento della materia. La tecnica, da strumento, è diventata destino. L’economico, da linguaggio, è diventato logos. Heidegger, già nel secolo scorso, aveva visto che il pericolo più grande della tecnica non è nel suo potere, ma nella sua capacità di nascondere ogni altro orizzonte. Quando tutto diventa “fondo disponibile”, anche il vivente viene ridotto a risorsa. Non è un problema tecnico. È un problema ontologico. E Latour, in anni più vicini ai nostri, ha aggiunto che non esistono “fatti puri” da una parte e valori dall’altra. Siamo sempre dentro un intreccio. La natura non è là fuori. È qui. Insieme. Con noi. Pensare che l’ecologia sia neutra o che sia ideologica significa restare ancora prigionieri di una modernità che separa ciò che invece esiste solo mescolato.
In questo scenario, la transizione ecologica è vissuta come una ferita. Perché chiede di riabitare ciò che avevamo espulso. Di rimettere in relazione ciò che avevamo separato. Di pensare la nostra esistenza non come dominio, ma come coappartenenza.
Non è l’ambientalismo ad essere ideologico. È il suo rifiuto a esserlo. È ideologico chi continua a credere che la libertà consista nel non avere limiti. Chi legge ogni vincolo come censura. Chi traduce ogni invito alla responsabilità in tentativo di controllo. Non si tratta di un errore di valutazione, ma di un’impossibilità simbolica. Per accogliere la transizione occorre abbandonare l’illusione dell’autonomia assoluta. Occorre accettare che la nostra azione ha conseguenze. Che il mondo non è inerte. Che ogni gesto è relazione.
Chi riduce la transizione a ideologia, in fondo, non contesta la scienza. Contesta il legame. Rifiuta l’idea che siamo impigliati. Che ogni scelta ecologica sia anche un atto politico, ma non perché veicola un’ideologia, bensì perché restituisce al gesto tecnico la sua dimensione etica.
Quello che viene accusato di essere un programma ideologico è, in realtà, un tentativo di verità. Fragile, certo. Contraddittorio. Esposto al rischio di nuove ipocrisie. Ma forse è proprio questo, oggi, il più intollerabile degli estremismi.
FABIO CAVALLARI
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