Sebastiano Ardita
09/05/2026
Il 9 maggio 1978 venne ritrovato il corpo di Peppino Impastato, dilaniato dal tritolo per il suo impegno contro la mafia. Ma la verità sulla sua morte fu nascosta per anni tra depistaggi e calunnie: si cercò di farlo passare per un terrorista morto accidentalmente mentre preparava un attentato. In realtà era un uomo libero, ucciso perché aveva sfidato il sistema politico-mafioso del suo tempo.
La grandezza del suo amore per la giustizia appare ancora più evidente se si considera la storia della sua famiglia: il padre Luigi era stato mandato al confino durante il fascismo, diversi parenti appartenevano agli ambienti mafiosi e Cesare Manzella, cognato del padre, era il capomafia del paese, ucciso nel 1963 in un attentato con un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di tritolo.
Peppino ebbe il coraggio di ribellarsi a quel mondo, rompendo perfino con il padre, sostenuto dalla madre, Felicia Bartolotta. Poi sfidò apertamente il boss Gaetano Badalamenti, pagando con la vita la propria libertà.
Oggi la sua voce continua a parlare ai ragazzi delle periferie, ai poveri reclutati senza speranza dalla criminalità, ai figli degli stessi mafiosi: a tutti coloro ai quali una società giusta dovrebbe offrire attenzione, dignità e futuro.
30/04/2026
44 anni fa venivano uccisi Pio La Torre e Rosario Di Salvo.
La Torre non vide mai entrare in vigore l’articolo 416 bis del codice penale, la norma che aveva voluto e costruito per dare finalmente un nome e una responsabilità penale all’associazione mafiosa.
Fu un uomo scomodo. Considerato da molti un visionario, da altri un pericoloso agitatore. In realtà, aveva capito prima degli altri che colpire la mafia significava colpire il sistema di potere che la proteggeva. E questo faceva paura.
Si disse che quelle leggi avrebbero limitato le libertà. Nessuno si chiedeva, allora come oggi, quanta libertà la mafia sottrae ogni giorno ai cittadini onesti.
Pio La Torre faceva paura da vivo. E continua a farne da morto. Perché il suo ricordo da’ forza a quanti non si sono arresi. Ricordarlo significa misurarsi con quella stessa verità che lui aveva già visto con chiarezza, e che ancora oggi molti preferiscono non guardare.
10/04/2026
In questa foto Renato Caponnetto ucciso con modalità brutali dalla mafia l’8 Aprile del 2015.
Renato non era un eroe e non era un simbolo. Era un uomo normale, che amava la sua famiglia. Aveva un’azienda agricola nella provincia di Catania che lavorava la terra, produceva frutta. Le cose andavano bene . Poi è arrivata la richiesta di estorsione. Il prezzo da pagare per poter continuare a esistere. Ha iniziato a pagare, poi ha avuto delle difficoltà.
E da quel momento il suo destino è stato segnato.
Lo hanno preso in cinque. Lo hanno portato in un casolare. Lì lo hanno spogliato, legato, piegato in ginocchio. Non per ucciderlo subito ma per farlo soffrire . Lo hanno torturato.
Poi hanno preso una garrota, uno degli strumenti più crudeli, che non concedono scampo né dignità. L’hanno stretta attorno al collo fino a quando il suo respiro sofferente si è trasformato in silenzio.
Non è finita lì. Il corpo è stato bruciato, sui copertoni dei camion. Come si fa quando si vuole cancellare dal mondo e non semplicemente uccidere.
Il suo ricordo e il suo sacrificio, quello di un uomo buono, servano a ricordarsi di non piegarsi mai alla richiesta e ai ricatti dei mafiosi. E a dare conforto e solidarietà alla famiglia .
05/04/2026
Auguri di buona Pasqua a tutti voi
29/03/2026
La sera del 25 marzo 1994, mentre a bordo della sua Fiat 127 stava facendo ritorno a casa, all’altezza di Gravina, Luigi Bodenza fu vittima di un agguato. Alcuni killer, con vigliaccheria, gli tesero un’imboscata e gli spararono diversi colpi d’arma da fuoco al volto, uccidendolo.
Luigi Bodenza era assistente capo presso il carcere di Catania Piazza Lanza. Era un uomo retto, leale, coraggioso. Fu tra i primi ad applicare ai detenuti mafiosi il regime del 41-bis, in una fase in cui quel peso gravava quasi interamente sulle spalle della Polizia Penitenziaria: uno dei corpi più esposti nella lotta alla mafia, spesso lasciato solo a fronteggiare rischi enormi e ritorsioni durissime.
Dietro i suoi folti baffi si riconoscevano autorevolezza e umanità. Sapeva farsi rispettare senza mai perdere il senso della misura, ma non arretrava di fronte alle intimidazioni di cosa nostra. Quando si trovò davanti a irregolarità nei colloqui tra esponenti del clan Santapaola e i loro familiari, intervenne con fermezza, interrompendoli senza esitazione. Fu una scelta di legalità, netta e consapevole. Per questo venne condannato a morte.
Da quel giorno Luigi Bodenza è diventato, a Catania e in tutta Italia, il simbolo del sacrificio della Polizia Penitenziaria nella lotta alla mafia. Il suo nome richiama un dovere preciso: ricordare il suo sacrificio affinché non se ne disperda la memoria.
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