Lab5

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11/06/2026

TAORMINA, CITTÀ DEI FESTIVAL LETTERARI MA SENZA NEANCHE UNA LIBRERIA: UNA VERGOGNA CULTURALE.

Taormina ospita festival letterari prestigiosi, accoglie scrittori internazionali, celebra libri, parole, cultura. Ogni anno milioni di euro vengono investiti in eventi, premi, ospiti e palcoscenici.

Eppure, nel cuore di questa vetrina culturale, non esiste nemmeno una libreria.

È un paradosso che dovrebbe indignare chiunque creda davvero nella cultura.

Perché la cultura non è soltanto l’evento. Non è la passerella. Non è il selfie con l’autore famoso. La cultura vive nei luoghi permanenti della lettura, dell’incontro, della scoperta quotidiana. Vive nelle librerie.

Una città che ospita festival letterari ma non garantisce nemmeno una libreria ai propri cittadini e ai propri giovani è una città che rischia di trasformare la cultura in spettacolo.

Da anni denunciamo questa contraddizione.

Dal 2010 LAB5 percorre l’Italia con il progetto Ambulanza Letteraria, portando libri nei territori abbandonati dal mercato e dalle istituzioni. In questi anni abbiamo raggiunto 687 comuni italiani privi di librerie, comunità dove leggere è diventato più difficile e dove l’accesso ai libri è stato progressivamente impoverito.

Oggi Taormina entra simbolicamente in questa geografia dell’assenza.

Non basta organizzare festival milionari. Non basta celebrare la letteratura per qualche giorno all’anno.

Servono presìdi culturali permanenti.
Servono librerie.
Servono luoghi dove i libri possano essere trovati, sfogliati, acquistati, discussi ogni giorno.

A sirena 🚨 spietata vi chiediamo:
come può una capitale dei festival letterari accettare di non avere nemmeno una libreria?

La nostra Ambulanza Letteraria continua il suo viaggio.

Ma sarebbe bello, per una volta, non dover soccorrere la cultura proprio nella città che pretende di celebrarla.

11/06/2026

Le parole di Roberto Vannacci sul presunto “orgoglio geriatrico”, accostato alle lotte della comunità LGBTQIA+, dimostrano una profonda incomprensione della storia e del significato politico del Pride.

Il Pride non nasce come celebrazione folkloristica di una caratteristica personale. Nasce dalla persecuzione, dalla discriminazione, dagli arresti, dalle violenze e dalla negazione sistematica dei diritti. Nasce dalla rivolta di Stonewall, quando persone omosessuali, lesbiche, bisessuali e transgender decisero di non accettare più umiliazioni e soprusi da parte delle istituzioni e delle forze dell’ordine.

Noi catanesi conosciamo bene questa storia. La nostra memoria collettiva passa attraverso la tragedia dei 45 iarrusi catanesi: uomini arrestati, schedati, sottoposti a violenze e umiliazioni, internati nel nosocomio Garibaldi e infine confinati nelle isole Tremiti durante il fascismo semplicemente per il loro orientamento sessuale. Una pagina vergognosa della storia italiana che troppo spesso viene dimenticata.

Mettere sullo stesso piano questa lunga lotta per la dignità e il riconoscimento dei diritti con un generico “orgoglio geriatrico” significa cancellare il contesto storico della repressione che ha colpito generazioni di persone LGBTQIA+. Gli anziani meritano rispetto, tutele e politiche pubbliche adeguate, ma non sono stati perseguitati in quanto anziani, non sono stati arrestati perché anziani, non sono stati confinati perché anziani.

Per questo certe dichiarazioni sono pericolose: banalizzano le discriminazioni, svuotano di significato le battaglie per i diritti civili e alimentano una narrazione che presenta le rivendicazioni LGBTQIA+ come semplici capricci identitari anziché come richieste di uguaglianza e libertà.

La memoria di Stonewall e quella dei 45 iarrusi catanesi ci ricordano che il Pride non è un privilegio da esibire. È la risposta collettiva a una storia di esclusione, violenza e persecuzione. E finché esisteranno discriminazioni, quella lotta resterà necessaria.

10/06/2026

Ex Italcementi: una generazione di promesse, una generazione di abbandono

Agosto 2008. Aprile 2026.

Due fotografie. Quasi vent’anni di distanza.

Eppure, uno dei principali ingressi di Catania continua a essere dominato dallo stesso enorme scheletro industriale.

Nel frattempo sono passati governi, sindaci, assessori, piani urbanistici, annunci, rendering e promesse. Sono passati quasi vent’anni. Una generazione.

Ma chi arriva dal porto o percorre Via Domenico Tempio si trova ancora davanti la stessa ferita urbana: un complesso abbandonato, sempre più degradato, nel cuore di un’area che avrebbe potuto diventare il simbolo della rinascita del waterfront catanese.

E l’ex Italcementi non è nemmeno un caso isolato. Lungo la stessa direttrice si susseguono da anni aree industriali dismesse, capannoni abbandonati, strutture fatiscenti e spazi inutilizzati che trasformano uno degli accessi più importanti della città in un paesaggio di declino e occasioni perdute.

Il problema non è solo l’immagine che Catania offre ai visitatori. È l’immagine che ogni giorno restituisce ai suoi cittadini e a chi vive nei comuni dell’area metropolitana: una città che da quasi vent’anni convive con il degrado in uno dei suoi luoghi più strategici e simbolici.

Un ingresso urbano dovrebbe trasmettere identità, vitalità e orgoglio. Qui, invece, da quasi vent’anni trasmette abbandono.

Mentre altre città hanno recuperato le proprie aree industriali dismesse trasformandole in spazi pubblici, cultura, turismo e sviluppo, Catania è rimasta ferma. O peggio: ha lasciato che fosse il tempo a decidere, sostituendo il progetto con il degrado.

Queste immagini non raccontano soltanto la storia dell’ex Italcementi.

Raccontano il fallimento di una classe dirigente che, per quasi vent’anni, non è riuscita a restituire alla città uno dei suoi luoghi più strategici e simbolici, lasciando che l’intero fronte urbano tra porto e centro storico diventasse il manifesto dell’abbandono.

Le fotografie non mentono.

Quasi vent’anni dopo, il cambiamento più evidente non è la riqualificazione.

È l’abbandono.

07/06/2026

DALLA GAY STREET DI PALERMO ALLA PIAZZA DI CATANIA: LA NOSTRA MEMORIA NON SI TOCCA.✊🏳️‍🌈

Guardiamo a Palermo con profondo rispetto e piena solidarietà. Sosteniamo con forza l3 compagn3 palermitan3 che lottano per la loro Gay Street, un progetto nato per dare visibilità, spazio e sicurezza alla comunità in un contesto cittadino troppo spesso ostile. La loro battaglia è anche la nostra.

Ma qui a Catania, con l’azione di , sentiamo che la posta in gioco è ancora più alta. Perché la nostra non è solo una richiesta di spazio urbano, è un atto di giustizia storica che parla a ciascunə di noi.

📍 Piazza Sant’Antonio, 13 gennaio 1939.
Quel giorno, il fascismo arrestò 45 uomini in una sala da ballo di uomini che amavano altri uomini.

Oggi, pretendere che Piazza Sant’Antonio diventi Piazza LGBTQIA+ significa fare un salto in avanti necessario: questa piazza non appartiene al passato e non appartiene a una sola sigla. Deve essere dedicata a tutta la comunità, senza esclusioni.
La storia di quei 45 uomini deve trasformarsi in un monito universale per tutte le persone LGBTQIA+.

Ieri come oggi, i corpi trans, le identità lesbiche, le soggettività q***r, non-binarie e gay subiscono la stessa matrice di oppressione, lo stesso tentativo di cancellazione. Ricordare quel finto decoro del 1939 serve a ricordarci che nessun diritto è acquisito per sempre, per nessunə di noi.
I “sold out” delle passeggiate storiche di lab5 dimostrano che Catania è pronta a superare i pregiudizi.

Solidal3 con Palermo, fier3 a Catania. Non vogliamo solo una via dove passeggiare, vogliamo una piazza che ricordi al mondo chi siamo, da dove veniamo e per cosa continuiamo a lottare.

La memoria è un ingranaggio collettivo. La memoria è militanza.🔥

06/06/2026

Piazza Cardinale Pappalardo: un caso ormai emblematico di progetti urbani che non finiscono mai come erano stati presentati.

A Catania si ripete lo stesso schema: si progettano interventi, si finanziano, si inaugurano come conclusi. Poi, nel giro di poco, emergono criticità, varianti, nuovi lavori e ulteriori risorse pubbliche.

La riqualificazione dell’ex Piazza Duca di Genova è costata oltre 668 mila euro, ma oggi richiede nuovi interventi e altri 125 mila euro, anche con fondi legati alla tassa di soggiorno.

Il punto non è l’archeologia emersa né la necessità di tutelarla. Il punto è che il progetto non è mai stato davvero stabile: cambia dopo la consegna, si riapre dopo l’inaugurazione, si modifica dopo la “fine lavori”.

Nel frattempo, la città si ritrova con spazi incompleti e soluzioni provvisorie, mentre manca chiarezza sul quadro finale dei costi e sulle scelte progettuali effettivamente definitive.

Non è un episodio isolato: è un metodo.

E la domanda politica resta la stessa:
come si può parlare di opere “finite” se continuano a cambiare dopo essere state consegnate?

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