Comunità Reverie

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09/07/2026

PSICOSI E INFANZIA: LE ORIGINI NASCOSTE

Le storie cliniche di pazienti con psicosi mostrano spesso un elemento ricorrente: circostanze sfavorevoli nei primi anni di vita. Non si tratta di destino o astrologia, ma di fattori concreti che incidono sullo sviluppo psicologico fin dalla nascita.

Ambiente, relazioni precoci e condizioni emotive nei primi periodi della vita giocano un ruolo chiave nella costruzione della mente. La psicosi, infatti, non emerge all’improvviso: affonda spesso le sue radici in esperienze precoci difficili, che segnano il percorso di crescita.

Il contenuto riprende l’intervento del dott. Luigi Cancrini, lo stesso autore del post “Prima della psicosi: un punto cieco?”. L’intervento completo, insieme agli altri contributi del seminario, è disponibile sulla pagina Facebook della Comunità Reverie.

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03/07/2026

LA CESURA DELL’AFFIDO TERAPEUTICO

Nel suo intervento, il dottor Pier Luca Zuppi mette a fuoco un passaggio cruciale e spesso poco esplorato: il momento in cui il paziente entra in comunità terapeutica.
È un passaggio che non rappresenta soltanto un cambio di contesto, ma una vera e propria cesura, un punto di rottura che apre interrogativi profondi sul senso dell’affidamento, della delega e della responsabilità condivisa.

Questa cesura, spiega il dottor Zuppi, può diventare facilmente una forma di abbandono se non viene riconosciuta e pensata con attenzione.
Quando l’invio del paziente viene vissuto come uno spostamento netto e definitivo, senza un’elaborazione comune, il rischio è che si perda la continuità clinica e relazionale che invece dovrebbe accompagnare ogni presa in carico.
Per questo diventa fondamentale non fermarsi alla sola consegna del paziente alla comunità, ma mantenere viva una responsabilità che riguarda sia chi invia sia chi accoglie.

Il punto centrale del suo ragionamento è proprio questo: non può esserci una vera presa in carico senza la capacità di pensare insieme.
Invio e accoglimento non sono gesti separati, ma due momenti di uno stesso processo clinico, che richiede confronto, consapevolezza e una reale assunzione di responsabilità da entrambe le parti.
Solo così la comunità terapeutica può essere davvero uno spazio di cura condivisa, capace di trasformare la cesura in continuità e l’abbandono in possibilità terapeutica.

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