PINOMARINAIO-Libreria
So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.
Adrienne Rich
09/08/2018
Un polpo bollito alla perfezione è un processo che parte fin dall’acquisto: imparare a riconoscerne le varietà più buone è d’obbligo. Nel Mediterraneo le specie di questo prelibato mollusco sono:
Polpo di scoglio (Octopus vulgaris) più pregiato e soprattutto più adatto alla lessatura, si riconosce dalla doppia fila di ventose sui tentacoli e dalle dimensioni maggiori.
Moscardino detto anche polpo di sabbia (Eledone moschata) più piccolo e meno idoneo ad essere bollito, ma più adatto a ricette che prevedono cotture in tegame o fritture, si presenta con una sola fila di ventose.
Polpessa (Octopus macropus) che non è la femmina dell’Octopus vulgaris, ma appartiene a un’altra specie, molto meno pregiata, ed ha tentacoli più sottili e lunghi, due più degli altri, inoltre possiede un colore rossastro con puntini bianchi.
Al momento dell’acquisto per essere certi di comprare un buon prodotto, dopo aver controllato le file di ventose, accertatevi che il polpo presenti anche queste caratteristiche:
colore intenso: i polpi veraci hanno un colore forte, non “sbiadito” ma tendente al rosso
consistenza soda: la rigidità delle fibre è indice di freschezza, mentre è decisamente da evitare un polpo dalla carne flaccida, indice di un mollusco ormai vecchio
arricciatura dei tentacoli: i tentacoli arricciati sono sinonimi di polpi vecchi o decongelati, mentre quelli freschi li hanno distesi.
SB****RE IL POLPO: A COSA SERVE?
Lo avete mai visto fare nelle pescherie vicino al mare? O anche solo in un film: il pescatore morde il polpo in testa e poi lo sbatte sullo scoglio.
Del polpo si apprezza, oltre che il gusto prelibato, anche la tenerezza delle sue carni che però, per diventare così, hanno bisogno di qualche accortezza preliminare: sb****re il polpo è il trucco per rendere tenera la carne, perché consente di rompere le fibre del mollusco, molto tenaci. Ma questa operazione ha senso solo se fatto subito dopo aver pescato il mollusco, dopo non serve più. Quindi riponete pure via il vostro batticarne e, per ovviare, potete mettere il polpo in freezer per una notte. Infatti, è composto circa all’80% di acqua, che congelandosi si gonfierà e romperà le fibre. Il congelamento ha quindi l’effetto di distendere le fibre, una volta fatto scongelare in modo naturale.
LA LEGGENDA DEI TAPPI DI SUGHERO
Nel meridione il polpo è un piatto che si può facilmente trovare per strada, cucinato a regola d’arte in grossi pentoloni, da venditori ambulanti. Molti notano che nel pentolone oltre ai polpi sono contenuti anche moltissimi tappi di sughero, da qui molti hanno costruito la credenza che per la buona riuscita del polpo bollito bisogna inserire dei tappi di sughero nella pentola. Si tratta, ovviamente, solo di una leggenda presto smascherata: i venditori ambulanti cucinano moltissimi polpi tutti insieme in enormi pentole profonde, una volta cotti, i polpi sono lasciati ad ammorbidire nella loro acqua di cottura, precipitano nel fondo del pentolone. Per recuperarli facilmente, senza immergere il braccio fino al gomito, il poliparo li lega a un tappo di sughero che rimane a galla e gli consente di tirarli su facilmente.
BOLLIRE IL POLPO: ECCO COME FARLO ALLA PERFEZIONE
Ora che abbiamo capito i trucchi per riconoscere come acquistare un buon polpo fresco, vediamo quali sono i passaggi per una perfetta cottura.
insalata di polpo
La pentola di coccio: la tradizione vuole che il polpo sia bollito nella classica pentola di coccio, ma qualora dovesse mancare si può usare tranquillamente una pentola d’acciaio. Generalmente la si riempie di acqua fino a ¾ e la si sala con parsimonia dopo il bollore.
Immersione graduale dei tentacoli: altra accortezza che garantirà di bollire il polpo alla perfezione ottenendo una carne tenerissima, è quella di prenderlo per la testa e tuffare i tentacoli nell’acqua bollente, poi sollevarlo e ripetere l’operazione un paio di volte prima di immergerlo completamente. Questo passaggio serve a fare arricciare i tentacoli.
Sobbollire non bollire: la bollitura è uno stato poco controllabile e con fortissimi rischi di rottura della pelle, mentre una cottura lunga rende il polpo gommoso e fibroso perché porta allo scioglimento della carne. L’acqua di cottura dovrà invece sobbollire, non bollire, per cui va tenuta sempre al minimo la fiamma .
Tempi di cottura: per essere tenero e mantenere la pelle intatta, il polpo deve essere cotto in una pentola con molta acqua per 15 minuti. Non appena trascorso questo tempo basterà spegnere il fuoco lasciando a mollo il polpo e chiudendo con un coperchio, facendolo raffreddare nella sua stessa acqua.
Dopo avervi dato consigli su come bollire il polpo alla perfezione, non rimane che sperimentare le ricette che preferite: vi piace mangiarlo freddo o a temperatura ambiente? Nel meridione, è usuale consumare il polpo tiepido e non freddo: dopo la cottura viene subito tolto dalla pentola, tagliato a tocchetti e servito nature, con pepe nero macinato al momento o con olio extravergine di oliva, limone e pepe. È anche possibile servirlo in insalata, accompagnato con olive verdi e sedano.
Dovunque voi lo consumiate, il polpo è uno di quei prodotti talmente perfetti da poter essere gustati al naturale e senza neanche una spezia, ma se siete amanti dei sapori mediterranei non potete non provarlo nella sua ricetta forse più famosa: il polpo alla Luciana.
Tradire il popolo
per un faro
Cinzia Leone
Il salto dai boyscout alla politica per me avvenne in modo indolore. Era facile in quegli anni fin troppo collettivi e pronti alle utopie. A convincere mia madre a mandarmi in campeggio a Capraia fu Giovanni, il figlio della sua migliore amica.
Delle Guardie rosse e di Servire il popolo non sapevo nulla e facevo confusione tra Mao e Baden-Powell, ma quella con Giovanni e i suoi amici sarebbe stata la mia prima vacanza senza i genitori.
«Di un ragazzo che cita Shakespeare ci si può fidare, sarà una settimana di studio e lavoro: un kibbutz o qualcosa di simile, no?», sentenziò mia madre.
Era una donna audace e, anche se in Israele non c'era mai stata, le sarebbe piaciuto andarci.
Acconsentì.
Non dovetti convincerla a farmi salire sul trampolino, ma il tuffo fu io a farlo. Sul battello da Livorno a Capraia annegai nell'azzurro e nei proclami. Sul ponte di poppa, seduti a cerchio, i miei compagni di viaggio avevano già imbastito un processo a quelli rimasti a casa: uno perché giocava a tennis, un altro perché nascondeva sentimenti borghesi, l'ultima perché aveva preso una sbandata per un uomo sposato. Per ciascuno una espulsione, da ciascuno un'abiura.
Giovanni mi guardava di sottecchi. Ci conoscevamo da sempre, forse mi amava, di certo mi considerava una cosa sua. Quanto a me, dell'amore avevo conosciuto i baci incerti di un ragazzo della squadriglia delle Volpi che suonava la chitarra al campo scout e gli agguati in corridoio di quello dell'ultimo banco a cui avevo allungato una sberla.
Ma quel viaggio mi aveva reso audace e sul ponte spazzato dal vento avevo attaccato discorso con un ragazzo con le spalle da nuotatore. Si chiamava Marco, sbarcava a Capraia ed era diretto al Faro. Aveva i capelli lunghi raccolti in un codino, fischiettava una canzone dei Rolling Stones e mi raccontò che per pagarsi la vacanza aveva fatto il bagnino a Riccione.
«Mi viene facile salvare la gente» aveva concluso appoggiando le spalle al suo zaino da povero pieno di adesivi e spillette che contrastava con il mio nuovo di zecca.
Le tende piantate in cima alla scogliera furono da subito affollate di comizi e di regole maoiste. C'erano turni per tutto: per lavare i piatti, per l'acqua e perfino per nuotare.
Il terzo giorno mi svegliai subito prima del sorgere del sole e sgusciai fuori dalla tenda. Un'alba somiglia a un tramonto ma, come la giovinezza, è acerba e perfetta. Accesi il fornelletto a gas, preparai il caffè e lo sorseggiai su una roccia di fronte al mare. Si intravedeva la Corsica, l'aria profumava di mirto e c'era il tempo di fare un bagno da sola.
Fu solo il primo di una serie di errori.
Mi immersi lentamente nell'acqua fredda e frizzante, nuotai a crawl fino a uno scoglio, ripresi fiato, tornai a dorso e risalii grondante gli ottanta gradini di roccia che si arrampicavano su per la scogliera.
Li trovai seduti in cerchio attorno, nessuno mi guardò in faccia. Fu proprio Giovanni ad iniziare. «Hai infranto le regole con atteggiamento individualista e borghese. Abbiamo messo ai voti la punizione: laverai i piatti per tre giorni. Comincerai subito con quelli di ieri sera. E ti tocca anche la spesa in paese. Ecco la lista».
Dei ragazzi in un'isola incantata avrebbero dovuto avere altri sguardi da quelli fanatici dei miei giudici.
La rivoluzione, di cui non facevano che parlare, era funerea e punitiva e non colorata come quella che sognavo.
A parte Giovanni, gli altri li conoscevo solo da due giorni, ma già mi facevano paura.
«Più delle erbacce puzzano i gigli marciti» sibilò Giovanni passandomi la lista.
«Di sicuro è Shakespeare, il tuo Mao non avrebbe detto una cosa così poetica» gli ringhiai contro imboccando la via per il paese con lo zaino vuoto sulle spalle.
Per arrivare in paese ci misi due ore. Dopo aver riempito lo zaino di provviste, stavo infilando gli spallacci per tornare dai miei accusatori quando improvvisamente lo sentii troppo leggero.
«È pesante, lascia fare a me».
Marco portò lo zaino fino a capo Sorrentino. Scherzava, rideva, e a metà strada tirò fuori dalla tasca due pere estive, di quelle verdi e dure che si mangiano solo a vent'anni. Le sgranocchiammo camminando.
«Hai piantato la tenda al Faro?».
«Tenda? Ho solo il sacco a pelo».
«È scomodo?».
«Ma pieno di stelle…».
Tornare con uno sconosciuto accese la miccia. Ma il processo iniziò solo quando Marco fu un puntolino in fondo allo stradello.
«Noi siamo pionieri della rivoluzione temprati al fuoco della lotta di classe. Noi serviamo il popolo, non ci facciamo portare lo zaino da uno sconosciuto».
«L'avevo conosciuto in battello…».
«Chiunque sfrutta e si arricchisce da parassita sul lavoro degli altri uomini commette reato».
«Reato?».
«Abbiamo sbagliato a portarti con noi. Non sei rieducabile» concluse Giovanni.
Presi la decisione a notte fonda. Arrotolai il sacco a pelo e il materassino, li agganciai allo zaino e me ne andai. Era una notte senza luna e avevo paura di perdermi, ma quando vidi lampeggiare il faro capii che ce l'avevo fatta. Lui era nel sacco a pelo a guardare le stelle.
«Sei scappata?».
«Io ho in testa i Beatles, loro le Guardie Rosse».
«Queste Guardie Rosse non le conosco, e per me i Rolling Stones sono meglio dei Beatles».
«Cosa dici? Pensa a Hey Jude…».
«Hey Jude è una lagna, vuoi mettere Satisfaction!».
La luce intermittente del faro illuminò baci e carezze. E poco più. Lui mi insegnò a nuotare a rana, a tuffarmi di testa e qualche altra cosa. I bozzoli dei sacchi a pelo furono un morbido argine, il lampo del Faro fu la luce di scena di un desiderio acerbo.
Rimasi con lui fino al giorno della partenza. Quando mi accompagnò al molo li vidi tutti in fila sulla passerella, Giovanni furente di gelosia.
«Grazie» sussurrai a Marco baciandogli il collo vicino all'orecchio.
«Mi viene facile salvare la gente. Quelli sono una setta, dimenticali. Ci sono molti modi di cambiare il mondo, trova il tuo».
Non rividi più Giovanni. Seppi in seguito che aveva abbandonato Servire il popolo ed era diventato professore di Storia moderna. Marco lo rincontrai a Rimini, aveva uno stabilimento balneare, una bella moglie e una nidiata di bambini. Quelli erano anni veloci. Presto Woodstock diventò preistoria, Mao un gadget pop e Paul Mc Cartney cominciò a non assomigliare più nemmeno alla più sfocata delle sue foto.
Io diedi retta al mio bel nuotatore: dimenticai quelle Guardie Rosse, scoprii il movimento studentesco, Marcuse, Philip Roth e il fumetto.
Quelli sì che mi sono serviti.
Ho ricevuto un DONO da una ROSA
Il sorriso
Cipria al vento
Senza rito
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