Sippe Bari
09/06/2026
🗞️ Dai droni ai baci nei colloqui: i metodi per introdurre sim e droga in carcere sono sempre più sofisticati, ma le falle normative ci legano le mani. Leggi le mie dichiarazioni ad , agenzia di stampa italiana.
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05/03/2026
Capita spesso, prima che inizi la trattazione orale nell’ambito di un consiglio di disciplina per il personale della polizia penitenziaria, di dover spiegare all’incolpato cosa accadrà una volta davanti alla commissione disciplinare.
La prima cosa che dico è semplice: non chiedete mai scusa.
Nella vita quotidiana chiedere scusa è un gesto di educazione, di rispetto, talvolta persino di maturità. Ma in un procedimento disciplinare la logica è diversa.
Chiedere scusa, infatti, viene quasi sempre interpretato come un’ammissione implicita di responsabilità. Anche quando l’intenzione dell’incolpato è soltanto quella di mostrare rispetto verso l’istituzione o verso la commissione, quella frase rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso: un riconoscimento del fatto contestato.
Purtroppo, quando ciò accade, la prospettiva cambia completamente e si passa dal piano dell’accertamento a quello della punizione.
Questo può compromettere la strategia difensiva del difensore, soprattutto quando la linea difensiva si fonda su elementi come: l’inesistenza del fatto, una ricostruzione diversa degli eventi, l’assenza di dolo o di colpa, eventuali criticità procedurali.
Le scuse pronunciate con leggerezza possono, in pochi secondi, capovolgere il quadro difensivo.
Naturalmente esistono casi in cui chiedere scusa può avere un senso: quando il fatto è pacifico, documentato e incontestabile, e la strategia difensiva punta alla attenuazione della sanzione attraverso il riconoscimento dell’errore e il ravvedimento. Ma anche in quel caso deve essere una scelta strategica, condivisa con il difensore, non una reazione emotiva davanti alla commissione.
Prima di parlare davanti a una commissione disciplinare, la regola dovrebbe essere sempre la stessa: lasciare che sia la strategia difensiva a guidare le parole.
Alessandro De Pasquale - Presidente SIPPE
13/02/2026
Il dibattito sulla nelle italiane ha trovato una nuova frontiera con l’introduzione dell’articolo 415‑bis del Codice penale, che punisce la rivolta all’interno degli istituti penitenziari. Si tratta di una norma pensata per offrire al sistema penitenziario strumenti chiari per intervenire in situazioni critiche.
Quello che colpisce è che la legge non si limita a sanzionare atti violenti: anche la resistenza passiva, come il rifiuto collettivo di seguire ordini, può configurare il reato se la condotta ostacola l’azione dei pubblici ufficiali. Non serve quindi compiere gesti di violenza, di devastazione: il semplice agire insieme per impedire l’ordine interno può bastare. Le pene previste sono differenziate in base al ruolo: da uno a cinque anni per chi partecipa, fino a otto per chi organizza o promuove, e punizioni più severe nei casi di armi o conseguenze gravi.
Questo nuovo reato ha assorbito reati come la resistenza a pubblico ufficiale e altri reati preesistenti, portando maggiore chiarezza a una materia che prima era trattata in modo frammentario. Il valore principale della norma sta proprio nel suo ruolo preventivo e deterrente: sapere che certe condotte hanno conseguenze legali concrete contribuisce a scoraggiare comportamenti collettivi che potrebbero degenerare in rivolte, rafforzando così l’ordine e la sicurezza all’interno delle carceri.
Un esempio concreto arriva dal carcere di Latina, dove lo scorso ottobre una rivolta ha causato incendi, danni e minacce agli agenti. Il tribunale ha emesso misure cautelari in carcere per i detenuti considerati promotori, evidenziando il rischio di reiterazione del reato. Questo episodio mostra come la norma sia già in uso e quanto possa contribuire a garantire stabilità e sicurezza.
L’articolo 415‑bis rappresenta quindi non solo uno strumento punitivo, ma soprattutto un mezzo concreto per prevenire situazioni critiche e gestire l’ordine in carcere in modo responsabile. In questo senso, può essere considerato un passo avanti importante per un sistema penale più efficace, dove sicurezza e prevenzione camminano insieme.
Alessandro De Pasquale - Presidente SIPPE
Tag: Andrea Ostellari Andrea Delmastro Associazione Antigone SIPPE Sindacato Polizia Penitenziaria
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