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Photos from RuoteImpavide's post 31/07/2022

2022 Yamaha XT 600
SESTA TAPPA: SULUOVA - ERZURUM

Un altro bel pezzo di Turchia ce lo siamo sciroppato.
La tappa di oggi è stata impegnativa, come ieri.
Ma anche appagante, emozionante, divertente e con qualche colpo di scenda.

Quando stamattina ho finito di legare il bagaglio, ho subito pensato che se anche mi attendevano quasi 600 chilometri di statali e stataline, non potevo perdermi alcune meraviglie che sapevo seminate lungo il mio itinerario.
Così, dopo una velocissima sosta in una p***a di benzina che aveva l’espreso Illy (una rarità qui, che ho gustato fino all’ultima goccia), ho fatto la prima sosta a venti minuti di strada, nella cittadina di Amasya.
Sul cucuzzolo di un monticello alle sp***e del centro abitato sorge, infatti, l’omonimo castello, un edificio risalente ai tempi dell’impero Persiano, più volte rimaneggiato e passato di mano in mano tra Romani, Bizantini e Ottomani per la sua formidabile posizione strategica.

Lo raggiungo attraverso una ripida strada di mattoni, per scattare qualche foto da vicino, e nel parcheggio semideserto scorgo un’enduro 200, attrezzata di tutto punto e con tanto di vello di pecora sulla sella. Molti segni testimoniano che si tratta di una moto in viaggio da giorni, anche se la targa è turca. Mentre mi interrogo, mi raggiunge da dietro e si presenta Giray. Uno studente di economia, del sud della Turchia, che con un inglese perfetto mi racconta che si è preso un paio di mesi sabbatici ed è in giro senza meta da 2 settimane. Campeggia dove trova, decide di giorno in giorno dove andare.
Ci sediamo insieme a bere un caffè e mi racconta che adesso le cose in Turchia non girano benissimo. La loro valuta ha perso molto e così Giray è stato costretto ad abbandonare i suoi propositi originari di visitare l’Iraq e l’Afghanistan in moto, per cui si sta limitando a girare dentro la Turchia. Mi ha confessato che per fare questo viaggio ha dovuto anche vendere alcuni oggetti per fare budget, come la sua GoPro, ma mi ha anche garantito che per nulla avrebbe rinunciato alla sua grande passione dei viaggi in moto. Gli chiedo quanti anni ha e mi risponde 28, meno di metà dei miei.
Ci salutiamo con un abbraccio e risalgo in moto.
Accendo, e mi sento un po’ un mi*****ne. In fondo anche io la passione della moto ce l’ho da sempre, ma le p***e (ed i soldi) per organizzare un viaggio on the road come quello che sta facendo lui me, io le sono fatte ve**re tardi, troppo tardi, ed ora sono qui a recuperare disperatamente gli anni che ho buttato nel cesso a correre dietro i videogiochi, o peggio a non fare una mazza.
Totalmente assorbito e divorato da questi rimorsi, inizio a percorrere in trance la strada che ho davanti, un monotono sali e scendi tra colline brulle e desolate, senza rendermi conto della velocità.
Ho solo un sussulto quando da lontano noto una camionetta bianca, a margine destro della carreggiata e col muso puntato verso di me. Rallento e la sfilo, intercettando lo sguardo dello sbirro dentro, che incrocia il mio con un mezzo ghigno.
Ho già capito tutto, mi hanno beccato.

Infatti, cinquecento metri dopo, dietro una curva, una fila di birilli rossi mi costringe a portarmi verso la destra dove la camionetta con gli altri due sbirri mi attende.
Solito copione, lo stesso di dieci anni fa.
Il più giovane, quello che sa tre parole di inglese, mi fa “You!” e su un foglio scrive “109”. Poi aggiunge “Limit!” e scrive “100”. Per nove chilometri orari, cominciano a farmi un verbale da venti euro che non finisce più. A un certo punto, il vecchio mi fa “Come here! Problem!” e mi porta verso la targa della moto. Mi fa notare che nella targa ci sono 3 zeri prima di “78”, mentre nel libretto ce ne sono 4. Sorrido e gli spiego che sono le vecchie targhe italiane. Lui non sorride e si mette a chiamare non so chi, e sta al telefono un pezzo. Alla fine, completano il verbale e mi mandano via, non dopo avermi raccomandato di pagare la multa a Gumruk.
Risalgo in moto e parto sorridendo, pensando a quanto mi era successo dieci anni fa. “Figurati se vado fino a Gumruk, che non so neanche dov’è, a pagare una multa da venti euro, con tutta la strada che ho davanti…”. Sto persino per buttare via il verbale, quando un qualche santo mi ferma e me lo fa rimettere in tasca.
Molte montagne e molte pompe di benzina dopo, conosco un altro biker turco, Zafer, che è di rientro da un raduno rock. Non parla inglese, e così scambiamo quattro parole usando Translate. Poco prima di salutarlo, mi torna in mente il verbale e gli chiedo se sa dirmi quanto lontano è Gumruk, che al limite lo vado a pagare per evitare storie.
Meno male.
Chiama un suo amico poliziotto e mi spiegano che “Gumruk” è la dogana e che la mia targa è già stata caricata nel loro database. Tradotto, se non porto con me quel verbale in dogana e non lo pago prima di uscire, potrei avere dei problemi ad uscire.
“Adesso ho capito perché lo sbirro prima era così nervoso col problema della targa…!”, penso mentre recupero il verbale, che avevo quasi appallottolato, e lo piego in quattro mettendomelo nel passaporto.
Ringrazio ancora Zafer e riparto, stavolta molto più attento al tachimetro.

Il ritmo più lento che inizio a impormi, comincia a farmi apprezzare sempre di più la Turchia rurale e montuosa che si stende a perdita d’occhio ai lati della mia carreggiata.
Mi sparo così altre tre ore di moto filate, attraversando prima il fianco sud dei Monti Koroglu, dalla caratteristica forma a pandoro con venature ocra e grigie, quindi la prima parte della catena del Ponto, con montagne più austere e rocciose, mentre la strada di tanto in tanto lambisce alcuni laghi naturali di montagna, come il Tercan Baraji con le sue acque cristalline che si perdono dietro piccole insenature sino alla linea dell’orizzonte. Le pendenze si fanno importanti, ogni tanto l’XT soffre ma non demorde mentre soprassa file di autotreni in difficoltà ad arrampicare.
In tre ore arrivo ad Erzican e, come promesso, mando qualche foto ad uno dei ragazzi dell’hotel di Istanbul. I suoi nonni sono di qui, ma lui non c’è mai stato. Anzi, in verità, da quando è nato non si è mai mosso da Istanbul e desiderava poter dare una forma ai tanti racconti dei suoi genitori, di queste terre antiche e lontane.
Mi fermo in piazza e mi siedo nel ristorante più affollato, al solito sono l’unico turista. Un capannello di curiosi guarda le mappe adesive sulla moto e si interroga sul senso di un viaggio simile, mentre io apro il menù in turco senza foto ed ordino a istinto.
Mangerò uno dei kebab allo yogurt più buoni che abbia mai assaggiato, con verdure freschissime e un lavash molto simile a quello che fanno in Armenia.
Pago il conto, circa 4 euro, e sorrido mentre rimetto in moto l’XT.
Il sapore del lavash, ancora in bocca, mi conferma che ormai non manca molto alla mia metà e non saranno certo a preoccuparmi le altre due ore di strada che mi attendono per arrivare ad Erzurum, che raggiungerò mentre le prime luci colorate della sera cominceranno a vestire a festa la bella passeggiata del centro storico, tra l’antico castello, il monastero e la moschea.

Photos from RuoteImpavide's post 30/07/2022

2022 Yamaha XT600
QUARTA TAPPA: SALONICCO - ISTANBUL

Grecia e Turchia.

Mentre scrivo queste righe, mi trovo a Istanbul: uno dei luoghi più affascinanti che abbia mai visitato ed in cui torno sempre volentieri.

Ma andiamo con ordine.
Anzitutto, la tratta stradale da Salonicco ad Alexandropolis: oggettivamente, il più brutto itinerario motociclistico che possiate immaginare, ed io purtroppo già lo sapevo.

E’ incredibile quanto poco servito ed unfriendly sia questo lungo e noioso serpentone autostradale di oltre 330 chilometri. Non ci sono bar, non ci sono pompe di benzina, non ci sono alberi ai lati, non c’è ombra, non ci sono neppure piazzole di sosta. Quasi quattro ore di pallosissimo rettilineo in sali e scendi, attraverso un paesaggio semi montuoso ed anonimo, senza centri abitati in vista.
Di tanto in tanto, fa capolino il mare Egeo e quelli sono stati gli unici momenti in cui mi sono fermato sul ciglio (le piazzole, appunto non ci sono) mentre furgoni e camion sfrecciavano all’impazzata, giusto il tempo di scattare qualche foto.

Le pompe di benzina sono fuori dall’autostrada. Quindi ogni volta (due nel mio caso, data la limitata autonomia dell’XT) sono dovuto uscire, ho dovuto pagare il pedaggio, andare in qualche paese sfigato a cinque, dieci chilometri per trovarmi il solito benzinaio st***zo che ti accoglie dicendo “only cash” mentre ancora mi devo togliere il casco. Hanno anche dei frighi della Coca Cola con le bottiglie d’acqua fresca dentro, ma quelle sono solo per loro. Se vuoi bere o andare al bagno devi rimontare in moto e farti altri 10 chilometri per incrociare qualche bar gestito da giovani volenterosi, dove finalmente la cortesia inizia a fare capolino.
Tradotto, ogni pausa benzina si frega quasi quaranta minuti. Il tutto, sotto un caldo infernale in cui il togli e metti giacca e casco diventa quasi una tortura.

Dopo questa fatica erculea ed oltre quattro ore in sella alla Yamaha, finalmente da lontano avvisto la Tracia (la parte continentale della Turchia) e stringo i denti. La riconosco dal vento che soffia sempre perennemente contro, facendo perdere più di venti chilometri orari alla povera XT che arranca e sbuffa. Poco dopo, però, la vista che regala la lunga rampa in discesa che porta verso la dogana, tra golfi e insenature a perdita d’occhio, ripaga la fatica.

La dogana, rispetto agli anni scorsi, è decisamente migliorata.
Salto come da manuale la fila chilometrica di auto e mi metto al quarto posto, davanti a quattro ragazzi albanesi intenti a fumare in una vecchia mercedes nera, che sorridono e mi lasciano il passo. Pochi minuti di attesa, e sono sul lungo ponte che collega le due frontiere. Torrette militari e soldati armati di tutto punto, con postazioni di controllo ogni cento metri, tra barricate di sacchi e fili spinati, fanno sempre una certa impressione e sottolineano la tensione di fondo che dalla notte dei tempi separa questi due territori.

Poi, la dogana turca è un’autentica sorpresa. È stata completamente rifatta a nuovo dal 2013. Uffici nuovi, doganieri giovani e gentili, che sorridono e parlano perfettamente inglese.
Non ho copertura assicurativa e così mi invitano ad acquistarne una al loro ufficio. Sedici euro e il gioco è fatto. Ho anche, come resto, le prime lire turche che userò per comprarmi qualche bibita.
Riparto e stacco la connessione dati, consapevole che fino a Istanbul dovrò utilizzare le mappe in remoto e l’istinto.

Istanbul è ogni anno più impressionante. Avanti anni luce ed estesa a perdita d’occhio, la cintura urbana comincia trentacinque chilometri prima del centro. Dieci anni fa era come la raccontavo nel mio romanzo, un’alternanza di baracche e grandi grattacieli di cristallo che ospitavano le sedi di banche, compagnie assicurative, grandi multinazionali e catene di hotel lussuosi.
Secondo alcune stime, ci vivono più di venti milioni di persone.
Oggi le baracche sono sparite e sono rimasti solo i palazzi di cristallo, attraversati dalla modernissima ed illuminata tangenziale sopraelevata. Ripeto, trentacinque chilometri di palazzi e grattacieli moderni prima di arrivare a Sultanahmet, dove ho prenotato l’hotel.

La guida all’impazzata e la continua intersezione di tangenziali renderebbe impossibile raggiungere la mia meta, in pieno centro storico a cento metri da Santa Sophia, senza l’utilizzo del navigatore.
Arrivo felice e stremato. Scendo, sgancio il bagaglio e controllo meglio la leva della frizione, che dalla mattina continuava a fare un sospetto crick-crack.
Alzo il gommino, guardo meglio e faccio un altro sospiro Zen.
Nella caduta in Bosnia, si è anche rotto il registro della leva della frizione. Spezzato in due. Ho guidato così, in questo equilibrio precario, per quasi 700 chilometri, col rischio di bruciare la frizione.

Ho chiamato un po’ di amici qui ad Istanbul e in poche ore mi hanno trovato un meccanico, ex ufficiale Honda, che si è messo in proprio.
Giusto per spiegare come funziona qui: sono arrivato il giorno dopo, cioè stamatina. Mi ha sistemato il registro in mezzora. Mi ha controllato l’olio. Mi ha ingrassato la catena. Mi ha regalato un registro di riserva, dovesse risuccedere. Mi ha offerto un altro caffè. Mi ha chiesto se volevo un kebab che ho rifiutato perché avevo appena fatto colazione. Non ha voluto soldi. Ho insistito, niente. Siamo rimasti a parlare delle nostre vite, per un’oretta. Poi ci siamo salutati con un abbraccio.

Ho raccontato l’accaduto alla manager del mio hotel, che con un sorriso mi ha risposto: “qui facciamo così, perché crediamo nel karma”.
Ecco, qualora ci fossero ancora dubbi: benvenuti in Oriente!

28/07/2022

Caffè freddo ad Alexandropolis …
Prima di tentare la titanica impresa dell’attraversamento della dogana turca!

Photos from RuoteImpavide's post 27/07/2022

2022 Yamaha XT600
TERZA TAPPA: PODGORICA - SALONICCO

Montenegro, Albania e Grecia.
Anzi, l’utile e il dilettevole.

Quanto all’utile, mi piacerebbe per una volta lasciare traccia di qualche consiglio pratico, rivolto a chi magari vuole intraprendere questo stesso viaggio o comunque un itinerario verso i Balcani e Oriente.
Giusto poche informazioni, che io stesso ho faticato a trovare in internet o che sono frutto delle mie esperienze.

Eccole, in ordine sparso:
1) carta verde: questa volta sono partito con una di quelle polizze online supereconomiche, con una carta verde che in pratica fuori dall’Europa non copre nulla. Viste le mie esperienze passate temevo il peggio, e invece: in Montenegro, nulla mi hanno chiesto all’ingresso e nulla mi hanno chiesto all’uscita. Pare (così mi diceva la receptionist) che se attraversi il Paese in meno di ventiquattrore non serva neanche la copertura. Anche in Albania, nulla di nulla (a differenza di anni fa), anzi la polizza l’ho comprata io in un chiosco poco dopo la frontiera, più per senso civico che per una reale aspettativa di copertura.
2) Polizia e posti di blocco: in Bosnia quasi assenti. In Montenegro, infarcito ogni venti chilometri di pattuglie con tre o quattro poliziotti che si sbracciano per fermarti: non hanno autovelox, quindi sanzionano sorpassi vietati o andature non consone. A me, data l’andatura del trattore, è andata sempre liscia;
3) Regole pratiche di guida: in Montenegro sono abbastanza disciplinati. In Albania, vale tutto, specie nelle grandi città. Bisogna guidare sempre con cento occhi aperti, anche dietro. Aspettati tutto da tutti. Aspettati che mentre passi, uno da una laterale esce e attraversa in senso verticale la tangenziale. Aspettati qualche capra, asino, cane randagio all’ultimo secondo. Aspettati che uno mette la freccia a sinistra e gira a destra. O proprio non la mette, perché è al cellulare. O si ferma, perché ha cambiato idea, e fa inversione a U senza alcun minimo avvertimento. Aspettati tombini aperti, segnalati (forse) da vecchi copertoni e crateri in mezzo alle superstrade.
4) Pompe di benzina: in Bosnia e Montenegro il giusto, in Albania ovunque, anche nei villaggi più sperduti, come da foto. E’ praticamente impossibile rimanere a secco. Il contrario della Grecia, dove dalla porta doganale la prima p***a di benzina è a 170 chilometri di autostrada, oppure devi uscire dall’autostrada ed andare in qualche cittadina (anche a dieci, quindici chilometri di distanza).
5) Asfalto, passabile in Montenegro, perfetto in autostrada in Grecia. In Albania è migliorato, soprattutto a nord. In Bosnia, non pervenuto.
6) Euro sì, Euro no? Euro sì, sempre ben accetto. Bisogna però insistere sempre, per avere il resto in Euro. In Albania, arrotondano a modo loro.
7) Carte di credito: le nostre italiane (Visa, Mastercard) vanno ovunque col PIN, non con la firma. Se non sai il PIN, usa il tuo bancomat se è nel circuito Maestro. E comunque portati sempre una robusta dose di cash, che non si sa mai, e sparpaglialo con fantasia nei tuo bagagli, per non pentirti poi di aver perso tutto per colpa di qualche dimenticanza.
8 ) Internet e dintorni. In Montenegro e Bosnia c’è in molte pompe, in Albania nei ristoranti. Io, per sicurezza, mi scarico la mappa di google la sera prima e stacco la connessione dati, va che è una meraviglia.
9) Mood della gente. Sono tutti di una disponibilità ed ospitalità sconvolgente. Ti spiegano, a modo loro, ti accompagnano, ti aiutano, si fanno in quattro se hai un problema, quasi come fosse loro. Vedi la storia del cavalletto della tappa prima.
10) Ristoranti lungo la strada: è incredibile quanto siano flessibili come orari. Puoi mangiare alle 9, alle 12, alle 16. Non ci sono pasti scanditi, come in Italia. Lavorano di continuo e si mangia sano quasi ovunque.

Se questo era l’utile, oggi sicuramente il dilettevole è stata l’Albania, che come dieci anni fa (e tre anni fa) ho attraversato per intero, da nord a sud.

L’ho trovata un po’ più moderna ed ingentilita, non imborghesita. Anche se rimangono ancora evidenti le tante contraddizioni di questa terra bella e selvaggia, che ho narrato in un diario di viaggio che ho scritto nel 2013 e che è poi finito, con qualche limatura, nel mio romanzo Tutto il Buono della Solitudine.

Ripropongo quello spezzone, nella convinzione che in fondo offra un ritratto ancora limpido ed attuale della terra delle Aquile.
“Kotor, Durres, Tirana! Albania: come un calcio in pieno viso.
Una terra di grandi contraddizioni, oltre ogni preconcetto e pregiudizio. Di sfarzo ostentato e di miseria miserabile. Di Panamera, Ferrari, Range scuri che sfrecciano contromano e di carretti tirati da bestie, anche umane. Strade allucinanti, piste in terra battuta che si trasformano in scorrimenti superveloci costruiti a ridosso di bazar e baracchette, dove incroci gente che vive di disperazione, vendendo sul ciglio della strada frutta o pesci vivi appena pescati chissà dove, dentro bacinelle di plastica. Uno, per provare vendermi un sacchetto di pesche, stava per farsi ammazzare. Il casco lo porto solo io, ma ancora per poco.
Attraversare le superstrade a piedi, scavalcando le mezzerie in cemento armato sembra di gran moda.
Palazzi e capannoni che sono rimasti scheletri costruiti a metà e ciononostante sono riempiti, occupati e brulicano di gente che vive come i topi. Hummer gialli con cerchi cromati super ribassati, che neanche P. Diddy nel suo massimo splendore. Camerieri riverenti, che corrono senza sosta. Feste di matrimonio nei ristoranti sopra le pompe di benzina, dove tu entri per una birra (come mi è successo mentre scrivo queste righe) e se non ti metti a ballare con loro ti guardano storto digrignando i denti di oro. Qui il ballo ai matrimoni è una cosa seria, tutti dico tutti ballano mentre le pietanze si raffreddano nei piatti...
Carcasse di cani e di gatti per strada, ovunque, mozzati, decomposti. Locali alla moda lungo la spiaggia, ed a ridosso palazzoni fatiscenti e scomposti. Gente cordiale e autisti di bus impazziti. Le frecce ed i cartelli sono solo decorativi. Motorini Honda truccati che fanno 120, guidati da coppie di ragazzini di dieci anni, e crateri al centro delle vie, con resti di copertoni, blocchi di cemento, residui carbonizzati di falò, scheletri cannibalizzati di furgoni, cestelli di lavatrici...
Donne giovani stupende e piene di bambini attaccati alle gonne. Tramonti mozzafiato, effetto macina nel caffellatte. Motocarrozzette degli anni ‘50 sgarrupate e smarmittate (il contrario dell'ape, due ruote davanti e una dietro) con famiglie intere stipate nel cassone. Paesaggi incredibili deturpati da maxitabelloni Vodafone. Prezzi ridicoli e sorrisi gentili. Sguardi fieri e tendine ovunque, al posto delle porte. Vecchie avvolte in abiti pece e vacchette smunte legate con una corda all'ingresso dei negozi. Passeggiate romantiche sul lungomare e sbirri ogni tre per due.
Case scassate. Macchine scassate. Moto scassate. Bici scassate. Strade scassate. Sedie scassate. Cessi scassati. Corpi scassati. Anime scassate. Musica folk-dance cantata in albanese e tanto tanto casino. Sempre. Ovunque.
Ora mi spiego molte cose... Meno male che stasera si farà festa!”

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