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Photos from Travel Blog's post 11/06/2026

Ostinatamente ad est – G08
I rondoni nella volta di San Pietro
Lascio Gaziantep con la mente ancora alla Ragazza Zingara, ai suoi occhi profondi che hanno bucato duemila anni di storia e al suo mistero.
Nessuno sa chi fosse. Qualcuno ipotizza una menade — per chi non lo sapesse, figure della mitologia greca legate a Dioniso, dio del vino, dell’estasi e della follia rituale — oppure la rappresentazione di Gaia, la Madre Terra.
Ma nessuno potrà dirlo con certezza ed è bello perdersi nel suo mistero.
Per tornare più prosaici, stamani con grande rammarico lasciamo anche la seconda foresteria statale, il Sabancı Öğretmenevi, la “Casa degli insegnanti”.
Questa era veramente bella, direi quasi di lusso, e ovviamente anche il prezzo era un pochino più alto, ma nulla di significativo.
La nostra meta odierna è Antakya, erede della città ellenistica di Antiochia.
Ho fatto una gran fatica a capire perché sulla mappa e sui cartelli trovassi Hatay. Solo dopo un po’ ho scoperto che è la provincia ma che frequentemente il nome viene sovrapposto alla città.
Per i nostri modi di definire il territorio una grande confusione.
Comunque, nome a parte, decidiamo di non percorrere l’autostrada ma di affidarci a una piccola strada nelle campagne turche, tra olivi secolari e mucche che condividono il nostro percorso.
Qui la strada non scava per facilitare il cammino ma, plastica, si appoggia ai rilievi e ricalca le colline, infilandosi con dolcezza nei fondovalle.
In questa situazione bucolica ci rendiamo conto che dobbiamo fare benzina. Ma dov’è il problema? Ecco lì un distributore.
L’inserviente, quasi sconsolato, ci dice di non avere carburante e di provare più avanti.
Ma al terzo diniego comincio a preoccuparmi.
Poco prima ci aveva fermato un poliziotto a un posto di blocco. Sorridente, cordiale, ci aveva domandato dove andavamo e se sapessimo la strada.
Ovviamente sì, ho risposto baldanzoso.
Beh, ora non ne sono poi così certo.
Comunque, come Dio vuole e con l’aiuto del solito santo protettore dei motociclisti, in uno sperduto paesino riusciamo finalmente a fare rifornimento.
Arriviamo nel primo pomeriggio.
La città porta addosso ancora i segni del devastante terremoto del 2023.
Il centro storico subì crolli enormi: quartieri interi distrutti, edifici storici lesionati, chiese, moschee e caravanserragli danneggiati.
Oggi però quello che si vede non è, nel senso stretto del termine, una “ricostruzione filologica”.
Mi sembra piuttosto una operazione di ricostruzione rapida, reinterpretazione estetica, riproduzione dell’atmosfera urbana tradizionale, ma con tecniche edilizie contemporanee.
Dopo una distruzione così vasta bisognava fare una scelta: ricostruire rapidamente oppure lasciare per anni un immenso vuoto di macerie.
Qui hanno scelto la prima strada e la città è praticamente rimessa in piedi.
Scusatemi questo lungo divagare ma, nel vedere i pochi elementi rimasti, mi si è stretto il cuore pensando agli strati di storia contenuti in questo crogiuolo.
Antiochia nasce greca, diventa grandissima romana e continua poi come città bizantina.
Proprio qui, durante la costruzione di quello che oggi si chiama “The Museum Hotel Antakya”, fu scoperto quello che viene descritto come uno dei più grandi mosaici continui del mondo romano mai ritrovati in situ.
Ci siamo presentati alla biglietteria scoprendo con grande disappunto che, al 9 giugno, vige ancora l’orario invernale. Pertanto è già tutto chiuso.
Proviamo allora con il secondo luogo che avevamo previsto di visitare: la Chiesa di San Pietro.
Trafelati ci inerpichiamo sulla collina e, arrivati al cancello, l’orrido dubbio diviene certezza: chiuso anche qui.
Un po’ scoraggiati, mentre stavamo per andare via, da una porticina appare il custode. Sta andando a casa.
Cerchiamo di impietosirlo: “Ci faccia entrare solo un momento”, chiediamo con vera aria di supplica.
Sembra irremovibile. Poi rientra, chiama qualcuno, disattiva l’allarme e ci lascia cinque minuti per visitare questo incredibile luogo.
Quando entri capisci quanto il Mediterraneo orientale sia stato il vero crocevia delle religioni e delle civiltà.
La chiesa è scavata nella roccia.
Più che costruita, sembra una cavità naturale trasformata lentamente in luogo sacro.
Secondo la tradizione qui avrebbe predicato San Pietro nei primissimi anni del cristianesimo.
Fu qui — secondo gli Atti degli Apostoli — che i seguaci di Cristo vennero chiamati per la prima volta “cristiani”.
Il luogo è fantastico. Rondoni hanno fatto il nido nella volta e vanno e vengono con sonori fischi.
Quello che ti colpisce è la semplicità, l’umidità della pietra, il silenzio, la luce scarsa e quel senso quasi di luogo clandestino.
Bene, i chilometri percorsi non sono stati vani. Percepire le vibrazioni di questo luogo vale il biglietto del viaggio.
Pertanto non ci resta che girovagare per il bazar, mangiare un ottimo hummus e attendere sera.
E come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 10/06/2026

Ostinatamente ad est – G07
Il fiume che si prese Barbarossa

Ieri a Kızkalesi abbiamo trovato alloggio in uno delle decine di alberghi che hanno colonizzato barbaramente la costa.
È la seconda volta che pernotto qui e, se non fosse per lo splendido castello adagiato su un’isoletta a poche centinaia di metri dalla battigia, potresti tranquillamente pensare di essere in una anonima e un po’ malinconica città balneare.
Stamani ho deciso di fare un po’ di manutenzione alla moto. Pertanto: fuori gli arnesi e il grasso per la catena.
Messa la moto sul cavalletto centrale, mentre abbasso lo sguardo sulla corona vedo un batuffolo di pelo bianco e rosso adagiato tra la ruota e l’ammortizzatore.
Guardo meglio e subito mi rendo conto che la famiglia si allarga. Non è da solo: sono due gli animaletti impauriti.
Provo a estrarre il primo con delicatezza e, per tutta risposta, prendo un bel morso su un dito.
Il feroce animale peserà un paio di etti o poco più e non ha nessuna intenzione di farsi sfrattare.
Metto i guanti e l’ossesso soffia come fosse un leone.
Poi, da dietro un muretto, sbuca la mamma. Mi guarda come per chiedermi: “Che cosa stai facendo ai miei figli?”
Un miagolio, le bestiole rispondono e sgusciano fuori dall’improbabile rifugio.
Per chiudere con Kızkalesi, oltre all’omonimo castello sull’isoletta, ci sono anche le rovine dell’antica città di Corycus.
L’atmosfera di questo tratto di costa è strana: mura, necropoli, colonne, chiese e strade romane sparse tra alberghi che, prepotenti, sembrano volerle inglobare.
Oggi sarà una tappa di circa quattrocento chilometri. Vogliamo arrivare a Gaziantep e avere qualche ora di tempo per visitare i mosaici.
Ma mentre viaggiamo vi voglio raccontare una storia.
Ieri, nel nostro girovagare, avevamo visto una indicazione per la tomba del grande Barbarossa.
Non sono riuscito a trovarla ma, a sera, mi sono documentato.
Il grande imperatore del Sacro Romano Impero, guerriero temutissimo, protagonista di campagne in tutta Europa, muore scivolando forse da cavallo e annega nel fiume Göksu.
Me lo immaginavo morto eroicamente sotto le mura di Gerusalemme, trafitto da una lancia. Finisce invece inghiottito da un fiume qualsiasi.
Ogni tanto la storia tira fuori questi personaggi dal mito e, con una ironia — in questo caso un po’ macabra — li riporta nel mondo degli umani.
Bene, ma bando alle ciance.
L’arrivo a Gaziantep è impressionante per la quantità di edifici-torre in costruzione. Noi europei siamo abituati a città mature, spesso statiche o invecchiate; Gaziantep sembra invece una città che si comporta ancora come una frontiera economica in piena accelerazione.
Liberi dalle moto, in taxi andiamo allo Zeugma Mosaic Museum e appena arrivi ti rendi conto che non è semplicemente un museo archeologico.
È uno di quei luoghi dove capisci improvvisamente quanto il Mediterraneo antico fosse sofisticato e ricco.
Entri e hai la sensazione di trovarti davanti a qualcosa di sproporzionato: sale immense, pavimenti di mosaici giganteschi, colori ancora vivi dopo quasi duemila anni.
I mosaici provengono dall’antica città romana di Zeugma, salvati prima che la costruzione della diga di Birecik sommergesse tutto.
Sono impressionanti non solo per la tecnica, ma per la loro umanità.
Scene mitologiche, banchetti, divinità, animali, figure marine, sguardi, dettagli minuscoli costruiti con milioni di tessere.
E poi c’è lei: la Ragazza Zingara, la “Gypsy Girl”.
Il suo sguardo vale il viaggio di tremila chilometri che ho fatto per raggiungerla quaggiù.
Bene, dopo aver conosciuto una affascinante donna di duemila anni fa, ho bisogno anche io di un restauro e penso di aver trovato il luogo giusto: il Tarihi Naib Hamamı, un vecchio bagno turco risalente al XVII secolo.
L’interno ha marmi policromi consumati, cupole con piccoli occhi aperti verso il cielo e grandi lastre di marmo caldo dove puoi sdraiarti per acclimatarti.
Oggi ho aggiunto anche una sauna prima di farmi “maltrattare” da un inserviente con mani come tenaglie.
Scrub, sapone e un massaggio che ha rimesso a posto muscoli maltrattati da ore di moto.
Sono uscito nuovo, in una tiepida sera sotto le mura del castello, una presenza che domina letteralmente il centro storico: un enorme bastione di pietra che emerge sopra bazar, moschee e traffico moderno.
Ora bisogna lasciare andare la sera, anche se vorresti allungare il giorno e fermare il tempo.
La fuga a Est continua.
E come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Ostinatamente a est: la Turchia che non finisce sulle cartoline - SienaPost 09/06/2026

Per chi non avesse seguito il racconto day by day pubblicato qui su Facebook o sul mio blog, questo articolo su Siena Post raccoglie e sintetizza la prima settimana di questa lunga traversata.
Dalla Grecia alla Turchia più autentica, quella delle lokanta fumanti, degli hamam, delle pianure anatoliche e dei piccoli luoghi che normalmente non finiscono sulle cartoline.
Perché a volte il vero viaggio non è raggiungere una meta, ma lasciarsi lentamente cambiare dalla strada.
“Ostinatamente a est: la Turchia che non finisce sulle cartoline”
https://sienapost.it/rubriche/ostinatamente-a-est-turchia-fuori-dalle-cartoline/

Ostinatamente a est: la Turchia che non finisce sulle cartoline - SienaPost Un viaggio in moto nella Turchia meno conosciuta: hamam, lokanta, villaggi anatolici, monasteri dimenticati e incontri lungo la strada verso est.

Photos from Travel Blog's post 09/06/2026

Ostinatamente ad est – G06
I minareti tengono fermi i campi
Çumra è uno di quei posti che, a prima vista, sembrano quasi “non-luoghi”: pianura, silos, trattori, strade dritte, poche insegne e un’aria un po’ sospesa.
Un grande centro agricolo poggiato sopra una delle aree più antiche della civiltà umana, quel Çatalhöyük di cui vi ho parlato ieri.
Stamani la Casa degli insegnanti, nei suoi diciotto euro di alloggio, ci ha fornito anche un’ottima colazione.
La cosa affascinante per un viaggiatore è che gli Öğretmenevi non nascono per il turismo, ma per la vita ordinaria dello Stato.
Non sono hotel pensati per “vendere un’esperienza”, ma luoghi costruiti per sostenere la vita quotidiana di chi attraversa il Paese lavorando.
Devo dire che sono rimasto affascinato dall’idea.
Bene, si è fatta l’ora di partire. Ci aspetta la sconfinata pianura della regione di Konya. I minareti, come spilli, sembrano tenere fermi i campi di grano.
Il vento li fa ondeggiare. Forse, senza, prenderebbero il volo.
La campagna in questa stagione ha qualcosa di speciale: il verde delle spighe sembra voler sommergere le case, che galleggiano con i colmi che sbucano all’orizzonte come prue di navi rovesciate da una qualche tempesta.
La moto ronfa sorniona. Viaggio ad andatura costante e ho il tempo di osservare.
Per quanto possa sembrarvi strano, nei campi ogni tanto sbucano rettangoli colorati di un tenue bianco che sfocia verso il rosa: sono i Papaver somniferum, meglio conosciuti come papaveri da oppio.
La Turchia è uno dei pochi paesi al mondo dove la coltivazione è legale ma rigidamente controllata dallo Stato per uso farmaceutico.
Nel nostro girovagare entriamo a Karaman. Un po’ come ieri, quando andammo a rendere omaggio a Nasreddin Hoca, oggi lo facciamo con Yunus Emre, uno dei più grandi poeti mistici della tradizione turca.
La piccola moschea che dicono raccolga le sue ossa è semplice, ma ha qualcosa di magnetico.
“Venite, conosciamoci.
Rendiamo semplice la vita.
Amiamoci.
Questo mondo non resterà a nessuno.”
Queste le sue parole in un’Anatolia devastata dalle invasioni mongole e dalla guerra. Eppure rimangono attuali ancora oggi, attraverso i secoli.
Bene, decidete voi se ne valeva la pena.
Poco lontano il castello Kalesi.
Una fortezza severa, polverosa, costruita per resistere a poderosi assalti. Oggi un po’ abbandonata, vale comunque qualche minuto di sosta.
Bene, ora che abbiamo saldato il nostro debito con la filosofia ci arrampichiamo per la montagna.
Tra i boschi di pini la temperatura è finalmente accettabile. Uno degli scopi della deviazione verso sud era visitare Alahan Manastırı.
Una piccola deviazione su una straducola piena di tornanti ed entri in una bolla del tempo.
Prima ancora di disvelare le rovine del monastero di epoca bizantina, è proprio la montagna a essere protagonista.
Sul costone si aprono enormi grotte dove i pastori custodiscono le greggi, forse da secoli, e dalla costa scoscesa vedi una pianura il cui limite è dato solo dall’orizzonte.
Siamo soli. Non ci sono né turisti né custodi. Il monastero sembra affidato alla montagna che l’ha partorito.
Qualcuno ha tagliato l’erba tra pietre e capitelli finemente scolpiti, che ora giace stesa ad asciugare al sole. Se ne può sentire il profumo.
Il complesso, per quanto in rovina, è imponente. Bellissimo il restauro, rispettoso dell’essenza del luogo.
Rimangono tracce ben visibili di due grandi basiliche, di un battistero, di celle scavate nella roccia e ancora di tombe, porticati, sistemi d’acqua e alloggi per monaci e pellegrini.
Ci siamo fermati a mangiare nella solita lokanta di strada: un piatto di carne di montone, piccoli pezzetti cotti nel b***o con peperoni e cipolle, e il solito ayran, lo yogurt allungato con acqua e sale che è ormai divenuto la bevanda ufficiale del viaggio.
La nostra tappa finale è Kızkalesi e va conquistata a dispetto della temperatura, che sembra alzare un muro di calore davanti a noi.
I trentotto gradi cuociono la pelle.
Un’ultima piccola sosta per visitare a Silifke la cripta di Saint Thekla. Solo la rovina di un’abside marca il territorio, poi, girandoci intorno, l’accesso a una umida camera sotterranea.
Questo è tutto quello che rimane di un luogo che veniva visitato da migliaia di fedeli e che ora sopravvive quasi dimenticato tra fichi d’India, rocce e cicale.
Bene, è ora di trovare alloggio. Mi affido a Piero e alla sua arte nella trattativa. Partiamo da cinquemila lire per camera per scendere gradualmente a millecinquecento. Siamo gli unici ospiti di una stagione che ancora deve iniziare.
Oggi ho fatto il primo bagno della stagione di fronte al magnifico castello di Kızkalesi, piantato sull’isoletta che domina la baia.
E come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 08/06/2026

Ostinatamente ad est – G05
Seduti al contrario sul mondo
Oggi credo di dovervi una spiegazione. Forse, vedendomi viaggiare in Turchia senza toccare i luoghi simbolo, quelli identitari, vi chiederete cosa sto facendo, quale sia il mio piano.
In effetti è lecito domandarselo, ma il piano è non avere un piano. E siccome conosco già la Turchia da cartolina, voglio aggirarmi nei luoghi fuori dalle rotte battute per vedere come vive la gente.
L’antico quartiere ottomano di Eskişehir, da questo punto di vista, è stata un’autentica sorpresa.
Detto questo riprendiamo il cammino. Oggi ci stiamo dirigendo verso sud, verso la costa.
Polarsteps, il software con cui segno la rotta, dice che siamo ormai quasi a tremila chilometri dal punto di partenza.
La gente è gentile. Ogni volta che ci fermiamo ci chiedono da dove veniamo e la targa “Roma” della moto di Piero attira sempre l’attenzione.
Perché magari non conoscono nessun altro toponimo italiano, ma Roma è Roma. È l’Impero.
Oggi la polizia ci ha fermato due volte. La seconda era solo per salutarci.
Io ero già pronto a inventare una mirabolante scusa per l’eccesso di velocità che sicuramente stavo violando — confesso di non avere ancora capito bene i limiti — quando l’agente mi sorride e mi porge la mano.
Lesto mi tolgo il gu**to per essere il più fraterno possibile e tiro un sospiro di sollievo, stampandomi sul viso il miglior sorriso del mio guardaroba.
Piero si lamenta che non esistano più i cartelli turistici di una volta.
Afferma che riportavano sempre il chilometraggio del luogo indicato. Ora invece, marroni con scritte bianche, anonimi e affastellati sui pali, offrono solo la scarna indicazione del toponimo.
Ma uno riesce comunque ad attrarre oltremodo la nostra fantasia.
Indica la tomba di Nasreddin Hoca: filosofo popolare, maestro sufi, giullare, saggio, buffone e provocatore amatissimo in Turchia.
Viene spesso ritratto con un turbante spropositatamente gonfio mentre cavalca un mulo seduto al contrario. Ed è proprio questo il suo sguardo sul mondo.
Ci piaceva rendere omaggio a chi ha saputo essere ingenuo e sapientissimo, ridicolo e profondo, popolare e filosofico. E ci sembrava un bel viatico per la nostra giornata.
Lasciate le moto sotto il sole cocente ci siamo rifugiati nella moschea ottomana Hasan Paşa İmaret Camii.
Qui, accovacciato sul tappeto, ho forse compreso l’essenza di un luogo come questo, non pensato per stupire il viaggiatore come Santa Sofia o la Moschea Blu.
Sembra invece costruito per accompagnare la vita normale di mercanti, viandanti, studenti, poveri e contadini.
Più che monumento, luoghi abitati e pertanto intimi e accoglienti.
Bene, visto che la giornata procede come si deve, una sosta in una piccola lokanta è opportuna.
Questi locali sono incredibili: pochi piatti, spesso “çorba… qualcosa”.
Çorba significa minestra, pertanto yayla çorbası (yogurt e riso), toyga çorbası (yogurt, grano e ceci)…
Insomma: çorba, ceci e ayran, lo yogurt allungato con acqua e sale, come non ci fosse un domani.
Ah… dimenticavo: qui si mangia spesso aiutandosi con il pane, raccogliendo direttamente dal piatto. Pertanto il cestino sul tavolo ha le proporzioni di un secchio.
Sempre per la serie “ricerca di posti insoliti” andiamo verso un sito patrimonio UNESCO: Çatalhöyük Örenyeri.
Dicono sia uno dei luoghi più straordinari della preistoria mondiale.
A prima vista non sembra nulla di spettacolare: qualche collina artificiale, coperture moderne, passerelle.
Ma sotto quella terra c’è una delle prime grandi comunità urbane dell’umanità.
Il sito risale a circa novemila anni fa, al Neolitico, quando l’uomo stava smettendo di essere nomade per diventare stanziale.
Mentre in Europa gran parte delle persone vivevano ancora in piccoli gruppi sparsi, a Çatalhöyük esisteva già un enorme insediamento con migliaia di abitanti.
La cosa più sorprendente è la struttura della città: non c’erano vere strade, le case erano addossate una all’altra, si entrava dal tetto tramite scale e ci si spostava camminando sopra i tetti stessi.
L’immagine che mi viene in mente è quella di un gigantesco alveare di argilla e mattoni crudi nel mezzo della pianura anatolica.
Spero di avervene dato un’idea.
Sono passate le sei e dobbiamo iniziare a cercare alloggio.
Dopo aver girato tra alberghi chiusi o fatiscenti nella piccola città di Çumra — se la cercate sulla mappa è un’ombra appena accennata — scopriamo che esiste un Sabancı Öğretmenevi, la “Casa degli insegnanti”.
Queste strutture sono legate al Ministero dell’Istruzione turco e nacquero come foresterie e centri sociali per professori e personale scolastico.
Spesso, come nel nostro caso, funzionano anche come piccoli hotel aperti ai viaggiatori comuni.
Non sempre è facile trovarli: non hanno insegne vistose. Ma vale assolutamente la pena cercarli. Sono presenti in quasi tutte le città turche.
Stanotte, in una confortevole camera, dormiamo con mille lire turche, circa diciotto euro.
Bene, è giunta l’ora di riposare le ossa. Pertanto vi do la buonanotte dalla foresteria statale.
E come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 07/06/2026

Ostinatamente ad est – G04
La pelle del viaggio.
Lasciamo la piccola cittadina di Erdek, il suo porto che profuma di pesce e il gatto rosso che ha dormito sulla sella della mia moto.
Oggi non abbiamo intenzione di percorrere molti chilometri. Le ossa scricchiolano un po’ e dobbiamo fare qualche commissione e compiere un rito.
Teniamo un passo costante, possibilmente rispettando i limiti: qui la polizia è molto severa e le apparecchiature di controllo sono frequenti.
Ogni volta che faccio rifornimento l’inserviente, prima di innescare la p***a, annota diligentemente la mia targa. Mi hanno spiegato che il motivo è più burocratico che investigativo.
Comunque questo filo di Arianna che registra tutti i miei movimenti mi dà un po’ fastidio.
La strada sale, il cielo parzialmente coperto mantiene una temperatura accettabile.
A Eskişehir il caldo invece esplode all’improvviso: trentacinque gradi.
Trovato un albergo lasciamo le moto e ci addentriamo tra le bancarelle di Odunpazarı, il vecchio quartiere ottomano il cui nome significa letteralmente “mercato della legna”.
Scopro che questo era il luogo dove i montanari scendevano a vendere il legname.
Oggi è ancora un mercato vivace, diviso per mestieri. Noi cerchiamo un calzolaio e qui ce ne sono a decine.
La strada odora di cuoio e colla. I lustrascarpe hanno elaborati banchetti che assomigliano a piccoli altari, tutti lucidi di ottone, con decine di contenitori per cere, grassi, tinture, spazzole, stracci e paste diverse a seconda del tipo di pelle e del colore della scarpa.
Il boyacı sembra seduto su un trono, tanto è ricco di ottone lucidato, vistoso e brillante.
In India e in molti altri luoghi questo è considerato un mestiere povero, qui invece possiede una sua dignità quasi rituale, come solo un gesto antico e sapiente sa dimostrare.
Ma noi siamo venuti qui per riparare uno stivale del Piero che fa acqua e, dopo essere stati sballottati tra tre o quattro calzolai, veniamo indirizzati in quello giusto.
Nell’attesa della riparazione andiamo a compiere il rito del bagno nell’hamam.
L’uomo all’ingresso ha una faccia rotonda, la pelle così tirata e grassoccia che sembra sul punto di esplodere. Con una voce da eunuco ci chiede se vogliamo anche il massaggio. Ovviamente rispondiamo sì.
Un inserviente ci accompagnÿa al nostro armadietto e ci porge un leggero telo di lino con cui fasciare i fianchi.
Il vapore del primo locale ti colpisce immediatamente. Il marmo sotto ai piedi è consumato ma dalla grana piacevole, mai scivolosa.
Seduto su uno scranno di pietra inizio ad abituarmi al calore gettandomi addosso acqua a temperatura crescente.
Poi la vasca con l’acqua bollente. Ci metto un po’ ad abituarmi. Ho la sensazione di finire lesso o che la pressione mi si abbassi così tanto da ritrovarmi steso sul fondo.
La grande testa di leone, simbolo di forza, protezione e abbondanza, vomita acqua che riempie la vasca e la fa tracimare sul percorso di accesso.
Riesco a immergermi completamente e svuoto la mente concentrandomi sul gorgoglio dell’acqua che scroscia. Il rumore è ipnotico, ritmico, quasi un mantra.
Non so quanto tempo rimango perso in questo limbo di vapore fintanto che l’inserviente non mi chiede se voglio iniziare il massaggio.
Il vapore mi ha lentamente cotto. Il tellak — l’addetto al bagno — con il kese inizia a grattare via strati di pelle seccata dalla polvere e dal sole del viaggio.
Disteso sul marmo massaggia ogni muscolo del mio corpo gonfiando schiuma dentro un sacco e poi gettandomela addosso.
Non contento, alla fine ripete lo scrub. Volevo dirgli basta, non ho più pelle, lasciamene almeno un po’ per contenere questa vecchia carcassa.
Incerto sui miei passi, coperto di morbide spugne, mi acquieto sulle comode panche.
Ho dovuto attendere che il corpo ritrovasse equilibrio e, come ultimo rito per gratificare lo spirito, ho bevuto un paio di grossi bicchieri di ayran.
Yogurt, acqua e sale. Null’altro che un’antica bevanda per reintegrare.
Recuperati gli stivali, riparati come nuovi, non ci rimane che gironzolare tra vetrine colme d’oro e piccoli negozi di artigiani nell’attesa che l’imbrunire ci accompagni verso il nuovo giorno.
E come sempre
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

05/06/2026

Ostinatamente ad est – G03
Il tesoro nascosto della strada
Stamani ci siamo svegliati sotto il diluvio.
Ho fatto finta che fosse troppo presto per partire: avvolto nel lenzuolo, ho dato le spalle alla finestra e ho atteso, fintanto che non ho sentito cessare il ticchettio della pioggia e un raggio di sole ha inondato la camera.
Oggi attraverseremo la Grecia ma, prima di raccontarvi com’è andata, vi devo dire di una strana cosa che mi è accaduta ieri.
Uscito dall’autostrada, appena fuori dal casello, mi sono fermato per togliermi la tuta antipioggia. Un arcobaleno a tutto tondo attraversava un cielo grigio e cupo, tanto che i colori apparivano irreali, così marcato era il contrasto.
Fermo, imbambolato, mi sono messo a rimirarlo e, come tutti sanno, leggenda vuole che dove l’arcobaleno tocca il suolo sia nascosto un tesoro.
Storie che si raccontano ai bambini, ma in fondo ci piace pensare che siano vere.
Mentre mi trastullavo con queste fantasie ho visto qualcosa brillare sull’asfalto: era una monetina di rame. Poco più là un’altra, e di fronte un’altra ancora. Ne ho raccolte una ventina: corrose, storte, schiacciate dal passare delle automobili.
Sarà stata una coincidenza, o forse la suggestione dell’arcobaleno, ma io amo pensare che il tesoro sia proprio la strada che sto percorrendo.
Quelle piccole monete brillanti, assolutamente prive di valore, erano un tesoro prezioso che non si può misurare con il metro del denaro, ma solo con quello dell’emozione.
La mattina è filata via liscia. Chilometro dopo chilometro la strada si apriva sotto un cielo macchiato da piccole nuvole che lenivano i raggi cocenti del sole.
Sul confine tra Grecia e Turchia mi sono messo a chiacchierare con due guardie di frontiera: una lituana e l’altra polacca. Sparate quaggiù, a mille miglia dalle loro terre.
Una mi ha raccontato di essere stata a Verona, dove si tiene una fiera dedicata ai rettili. Io non sapevo nemmeno esistesse una cosa del genere. Lui, tutto convinto — direi quasi eccitato — voleva convincermi dell’eccezionalità dell’evento.
Io, di rimando, gli ho mostrato l’incontro che ebbi nell’Outback australiano con una vipera considerata il secondo serpente più velenoso al mondo.
Questa chiacchierata mi è valsa un piccolo bonus alla dogana greca, che è passata veloce e senza intoppi.
Quella turca, al contrario, è durata almeno un’ora: tre diversi controlli per un sudato ingresso sul ponte che scavalca il Maritsa.
A sera abbiamo abbondantemente superato i primi mille chilometri del viaggio: per l’esattezza, mille e duecento.
Ci siamo dati la regola di non viaggiare col buio, pertanto alle sette la città più vicina era Erdek, di cui ignoravo perfino l’esistenza.
Un piccolo porto con tanti locali dove mangiare del buon pesce.
Ecco, la giornata è tutta qui e… come sempre:
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 05/06/2026

Ostinatamente ad est – G01
To limani Igoumenitsa
Il traghetto ci ha nottetempo cullato, l’orda benevola degli harleysti ha svuotato decine di keg che ora, accatastati vuoti, giacciono dietro il bancone.
Al mattino li ho trovati spalmati ovunque: sulle poltrone, nella moquette dei corridoi, adagiati sulle scale con la schiena spezzata sui gradini come fachiri.
L’uscita dalla nave è stata grandiosa. Immaginatevi un ponte intero coperto di Harley cromate e lucenti dalla voce profonda.
Non era ancora aperto il portellone che qualcuno ha acceso il motore. Sembrava un segnale. Come un coro ben organizzato, una dopo l’altra, hanno iniziato a cantare.
Uno stormo in uscita. La nave non la finiva più di vomitare moto.
Con Pier Felice abbiamo pensato bene di allontanarci il prima possibile per non essere travolti.
“To limani Igoumenitsa”, quante volte ho sentito gracchiare l’altoparlante con l’invito a lasciare la cabina.
Per quarant’anni, ogni estate, ho fatto questo percorso.
Il cervello è una meravigliosa macchina. Come tocco questi lidi, il poco greco che ho imparato riaffiora, torna a galleggiare. Le apparenti ignote parole che ascolto assumono un significato. Come perle nel loro filo, nodo dopo nodo, tutto si allinea e riprende ordine.
Il primo rito da compiere è mangiare una bougatsa me krema.
Pasta fillo croccante ripiena di crema alla cannella, ricoperta di zucchero a velo.
Compiuto il rito con somma soddisfazione ripartiamo. Il cielo che ieri, benevolo, si apriva al passaggio, oggi imbronciato ci guarda nero risalire i boschi del Pindo. Nei canaloni c’è ancora un po’ di neve.
Ero partito leggero. Alle prime gocce devo rimediare: mi sigillo dentro la tuta e cerco con gli occhi grandi di bucare il denso aerosol sollevato dai camion.
Non sono arrabbiato per la pioggia. Questo è il viaggio. Filo via, chilometro dopo chilometro, alla ruota di Pier Felice, una sorta di scorta allo splendido Dominator che, nonostante la lunga carriera e i tanti chilometri percorsi, fa ancora il suo dovere.
Il grosso monocilindrico scoppietta rotondo, sembra gradire la lunga tirata.
All’imbrunire ci fermiamo sul mare di Tracia, nel piccolo grumo di case di Asprovalta.
Il c**o è un po’ indolenzito ma, d’altronde, è il primo giorno di questa lunga traversata ostinatamente verso est.
A domani.
E come sempre:
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

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Viale Pietro Toselli 43
Siena
53100