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13/05/2026

𝐒𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚: 𝐏𝐚𝐫𝐞𝐢𝐝𝐨𝐥𝐢𝐚, 𝐁𝐢𝐚𝐬 𝐜𝐨𝐠𝐧𝐢𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐩𝐫𝐞𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢.

“Pareidolia” è un termine che affonda le proprie radici nella lingua greca e che descrive un fenomeno tanto comune quanto straordinariamente complesso; la parola deriva dall’unione del termine "Pará", che richiama l’idea di qualcosa di anomalo o non perfettamente aderente alla realtà, ed "Eidolon" ossia immagine, figura, forma. Secondo il significato riportato nei dizionari, la pareidolia è un fenomeno grazie al quale l’essere umano tende a riconoscere forme familiari, volti, oggetti o significati precisi a fronte di stimoli casuali, indistinti o ambigui.

Si tratta di un’esperienza che appartiene alla vita quotidiana di chiunque: una nuvola, ad esempio, può assumere l’aspetto di un animale, una macchia sul muro può ricordare un volto umano, una particolare disposizione di luci e ombre può evocare una figura precisa pur essendo priva di un reale contenuto rappresentativo. La neuroscienza contemporanea ha dimostrato che questo fenomeno non rappresenta una semplice curiosità percettiva bensì costituisce il risultato di un preciso meccanismo cognitivo grazie al quale il cervello umano tende costantemente a ricercare schemi, correlazioni e/o significati, all’interno delle informazioni che riceve, attraverso stimoli sensoriali soprattutto quando il dato disponibile è incompleto o ambiguo.

Alcuni studi in materia di neuroscienze, come quello pubblicato nel 2018 da Akdeniz e collaboratori e intitolato: “Neural mechanisms underlying visual pareidolia processing”, hanno evidenziato come aree cerebrali deputate al riconoscimento facciale possano attivarsi anche in presenza di pattern casuali che soltanto vagamente ricordano un volto.

Questa peculiarità cognitiva assume una rilevanza particolarmente delicata nell’ambito delle scienze forensi nelle quali l’osservazione e l’interpretazione del dato oggettivo rappresentano il focus della metodologia utilizzata; le indagini scientifiche forensi si confrontano frequentemente, ad esempio, con immagini degradate, video compressi caratterizzati da bassa risoluzione e dettagli scarsamente definiti, tracce biometriche parziali e incomplete o registrazioni audio affette da forte rumore e particolarmente disturbate; in tutti questi contesti il cervello umano tende, in modo naturale, a colmare le lacune percettive attribuendo forma e significato a informazioni che potrebbero, in realtà, non essere sufficienti; ciò può comportare, inevitabilmente, il manifestarsi di condizioni grazie alle quali un dettaglio indistinto può apparire riconducibile ad un dato elemento secondo uno schema mentale predeterminato e basato su informazioni di backgound scorrelate dall'elemento stesso.

L’aspetto più insidioso legato al fenomeno della pareidolia consiste proprio nel fatto che chi la sperimenta difficilmente percepisce la natura illusoria del fenomeno. L’osservatore sovente sviluppa la convinzione autentica di aver realmente visto quel determinato particolare o riconosciuto quella specifica forma circostanza, questa, che rende il rischio interpretativo particolarmente rilevante in ambito investigativo e giudiziario. La psicologia cognitiva e le neuroscienze moderne evidenziano come la percezione non costituisca una mera registrazione passiva della realtà ma un processo dinamico influenzato da aspettative, contesto, conoscenze pregresse e meccanismi predittivi interni. Wardle e Baker, nel lavoro “Dynamic brain communication underwriting face pareidolia” (2024), descrivono proprio il modo in cui il cervello umano costruisce interpretazioni coerenti partendo da stimoli ambigui o incompleti.

Un fenomeno strettamente collegato alla pareidolia visiva è rappresentato, in ambito uditivo, dal cosiddetto “Effetto Mondegreen”, termine introdotto dalla scrittrice Sylvia Wright nel 1954 per descrivere le errate interpretazioni di parole o frasi percepite in maniera ambigua ("And laid him on the green" divenì "And Lady Mondegreen"). In presenza di registrazioni disturbate, dialoghi sovrapposti o segnali scarsamente intellegibili, l’ascoltatore può attribuire ai suoni percepiti significati linguistici differenti pur partendo dal medesimo stimolo acustico; in tali circostanze il suggerimento preventivo esercita un’influenza estremamente significativa: conoscere anticipatamente ciò che “si dovrebbe sentire” orienta inconsapevolmente l’ascolto inducendo il cervello a organizzare il contenuto ambiguo in modo coerente con l’aspettativa ricevuta.

La riflessione scientifica su questi fenomeni evidenzia quanto, in ambito forense, l'analisi del dato debba essere affrontato con metodologie rigorose, controllate e quanto più possibile indipendenti dalle aspettative interpretative dell’osservatore. La funzione della scienza forense non consiste, infatti, nel confermare intuizioni o impressioni soggettive bensì nel verificare se ciò che si ritiene di percepire sia realmente sostenuto dagli elementi oggettivamente presenti nel dato analizzato.

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