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10/02/2022

Il Giorno del ricordo, per non dimenticare le vittime delle foibe

di Stefano Albamonte

Per troppo tempo, esattamente per 60 lunghi anni, i massacri delle e l'esodo dalmata-giuliano sono state pagine di storia che l'Italia ha voluto dimenticare. Ricordo quando ero ragazzo e un po' per voglia di verità e giustizia, pretendevo che il mio Paese, ammettesse le colpe dei comunisti jugoslavi, colpevoli di feroci esecuzioni contro gli italiani. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila. In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu almeno 20mila e gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori). Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l'un l'altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell'abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili. Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso.

Mi sono sempre chiesto, come è stato possibile che una simile tragedia sia stata confinata nel regno dell'oblio per sessant'anni? La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall'altra. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino e l'autoestinzione del comunismo sovietico) che nell'impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa. Il 3 novembre 1991 l'allora presidente della Repubblica Francesco si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza e, in ginocchio, chiese perdono per un silenzio durato cinquant'anni. Poi arrivò la TV pubblica con la fiction Il cuore nel pozzo, interpretata fra gli altri da Beppe . Un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi , si era recato, in reverente omaggio ai Caduti, davanti al sacrario di l'11 febbraio 1993. Così, a poco a poco, la coltre di silenzio che, per troppo tempo, era calata sulla tragedia delle terre orientali italiane, divenne sempre più sottile e finalmente tutti abbiamo potuto conoscere quante sofferenze dovettero subìre gli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Tanto che nel 2005 gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il , in memoria dei quasi ventimila italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale.

Ma non è bastato. C'è ancora chi tenta di fare passare le foibe, come un massacro di serie B, quasi giustificando Tito e i suoi, di aver reagito in tal modo, come risposta ai rastrellamenti dei fascisti, dei nazisti e dei repubblichini. E no. Non va bene così. L'ho detto e ripetuto in tutti i modi, per me - al di là del numero delle vittime - la e le foibe sono immagini della stessa medaglia: Tito, Mussolini, Hi**er e altri criminali sanguinari del '900, sono la stessa melma. E con loro, i massacri e gli eccidi perpetuati. Quindi smettiamola di scrivere sciocchezze negazioniste. Il nostro dovere è ricordare tutte le vittime, ma anche chi tali le ha rese.

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