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Qualche anno fa ho seguito un consulente che si vantava delle sue “50 telefonate al giorno”.
Agenda piena, energia a mille, tabelle f***e di numeri.
Alla fine del mese, però, il risultato era deludente: un solo cliente firmato.
E lì ho pensato: tutta questa fatica… per cosa?
Lo stesso succede sui social.
Ci si innamora delle vanity metrics: il numero di follower, la viralità di un video, la bellezza di un’immagine patinata.
Sembrano successi, ma se non portano conversazioni, clienti, contratti… restano solo applausi nel vuoto.
È la zona 1: comfort. Movimento senza progresso.
Le metriche di output (quanti post, quante views, quanti like) ti danno l’illusione di crescere.
Ma la crescita vera la raccontano gli outcome: clienti firmati, vendite chiuse, problemi risolti.
È un tema che ho visto trattare spesso anche da : le vanity metrics fanno rumore, ma non sempre raccontano il valore vero.
Per chiarire ho preparato lo schema che accompagna questo post:
Zona 1 (Comfort) → follower, viralità, like, immagini curate → Illusione di produttività.
Zona 2–3 (Fuori comfort) → azioni scomode, copy persuasivo, conversazioni vere → Crescita reale.
👉 Fare 50 telefonate non significa crescere.
Chiudere 3 clienti da 10 telefonate sì.
Lo stesso vale per i social: 100 like non valgono quanto una telefonata che si trasforma in proposta.
E tu?
Quali metriche stai usando oggi per capire se stai davvero crescendo?
Mad Chef, storie di strategia | LinkedIn Ogni martedì una storia vera di marketing: errori, clienti sbagliati, scelte che ti cambiano.
Avevo il foglio Excel aperto davanti.
Le cifre in rosso lampeggiavano come piccoli segnali di pericolo.
Da giorni sapevo cosa avrei dovuto fare, ma ogni volta trovavo una scusa nuova: “Aspetto la prossima fattura”, “Non è il momento giusto”, “Se glielo dico adesso magari lo perdo”.
Il punto era semplice e terribile insieme: dovevo alzare i prezzi.
Non per capriccio, ma perché i conti non reggevano più.
Ci ho girato intorno per settimane, quasi con un rituale: aprivo il file, scorrevo i numeri, mi dicevo che un altro giorno non avrebbe fatto la differenza. Intanto la differenza cresceva, ed era tutta a mio svantaggio.
Quel pomeriggio, però, ho deciso di smettere di rimandare.
Ho preso il telefono. Avevo la mano sudata e la gola secca. Ho composto il numero e ho spiegato la mia scelta: il lavoro che stavamo facendo aveva un valore più alto di quanto stessimo fatturando, e serviva un adeguamento.
Mi aspettavo il silenzio, il rifiuto, la porta chiusa.
Invece ho ricevuto un sì. Non solo: ho sentito un rispetto diverso. Da quel momento il cliente non mi ha più trattato come “uno dei tanti fornitori”, ma come qualcuno di cui fidarsi.
È lì che ho capito una cosa che da sola vale più di mille corsi: le azioni che ti fanno tremare le gambe sono quasi sempre quelle che ti fanno crescere.
Nel fitness lo chiamano “uscire dalla zona 1”: quando il battito resta basso, il corpo non protesta, ma non succede nulla di nuovo.
Nel business funziona allo stesso modo: puoi fare dieci call, pubblicare venti post, mandare cinquanta email… ma se sono tutte azioni comode, stai solo girando in tondo.
Il progresso nasce dal disagio. Questo è un concetto approfondito nel libro "Antifragile". Se non ricordo male lo sto ascoltando per "colpa" 🤣 di
Dalla scelta che ti mette a disagio al punto da costringerti a cambiare passo.
👉 Qual è stata la tua ultima azione scomoda che ti ha fatto crescere davvero?
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Per anni ho avuto paura di dire: “non lo so”.
Pensavo che avrebbe incrinato la mia credibilità.
Poi ho scoperto che è l’opposto: quando ammetti un limite, le persone ti ascoltano di più.
Perché non stai più recitando un ruolo, ma ti stai mostrando per quello che sei.
Dire “non lo so” non chiude la conversazione.
La apre. E diventa l’occasione per cercare una soluzione insieme.
La vulnerabilità non è debolezza: è il varco da cui entra la fiducia.
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